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Intervista a Francesca Diotallevi

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In occasione della riedizione del suo primo romanzo e del Salone Internazionale del Libro di Torino, incontro Francesca Diotallevi, giovanissima voce del panorama editoriale attuale, allo stand della Neri Pozza, casa editrice con la quale ha anche pubblicato un altro romanzo, candidato al Premio Strega e vincitore di numerosi premi, tra cui il Premio Comisso, il Premio Manzoni e il Premio Mastronardi del Premio Comisso sezione giovani. Francesca è una accanitissima lettrice e la mia chiacchierata con lei si rivela utilissima per condividere i nostri gusti letterari, la curiosità per l’astrologia e, soprattutto, per rivalutare It di Stephen King, la cui prima versione cinematografica ha traumatizzato la mia infanzia.



Scrittrice per caso o per vocazione: come ti sei approcciata alla scrittura?
Sono sempre stata una grande lettrice, ma non avevo mai pensato a scrivere un libro io stessa. Mi sono laureata in storia dell’arte, ma non sono riuscita a trovare un lavoro adatto al mio percorso di studi, perciò ho ripiegato sul fare la segretaria in uno studio legale. Era un lavoro che detestavo. Lavoravo in quest’ufficio dove non mi piaceva stare, perciò in pausa pranzo cercavo di scappare perché se fossi rimasta mi sarebbe toccato magari rispondere alle chiamate o alle e-mail, quindi anche in pieno inverno andavo a mangiare alla Rotonda della Besana, un posto molto bello di Milano, dove anticamente c’era il Lazzaretto. Lì c’è una chiesetta, un porticato e un giardinetto. Ovviamente, portavo con me sempre un libro e in quel periodo stavo leggendo Quel che resta del giorno, un capolavoro che mi ha cambiato la vita. Son tornata nel mio tristissimo ufficio e ho avvertito l’esigenza di scrivere anche io la storia di un maggiordomo. Quindi diciamo che è nato tutto per gioco, o meglio un diversivo per sopportare una situazione difficile, per trovare una via di fuga. Ho iniziato a scrivere le stanze buie, ma non avevo assolutamente nessuna scaletta e tanto meno l’idea di pubblicarlo.

Nel tuo libro racconti la storia dal punto di vista di un maggiordomo. Secondo te che differenza fa, rispetto a raccontarla secondo il punto di vista di un nobile o di un borghese o di una persona indigente, scelte più comuni che ritroviamo in altri romanzi ambientati nello stesso periodo storico, l’Ottocento?
Il maggiordomo è un personaggio estremamente affascinante perché non è un servitore, è il capo della servitù e ha modi da signore, senza esserlo veramente. È una figura che si muove in una sorta di limbo: ciò che mi affascina del Mr. Stevens di Kazuo Ishiguro - ma anche del mio maggiordomo che prende qualcosa da lui anche se segue la sua strada - è questa rigidità, cioè il suo essere inflessibile, il suo essere legato all’etichetta, alle regole e al non doverle mai trasgredire. Io ho deciso di porre questo personaggio di fronte a una difficoltà che poi, alla fine del libro, ho scoperto essere la mia difficoltà, nel senso che il maggiordomo va a fare un lavoro che non vuole fare, in un luogo in cui non c’è la possibilità di distinguersi. Questo scontento che lui ha era il mio scontento e io stavo raccontando la mia situazione, trasferendola su di lui e mi piaceva questo fatto che lui, nonostante fosse messo in questa situazione disagevole, continuasse a voler mantenere i suoi principi saldi, come il fatto che, ad esempio, in una casa alla deriva, si ostinasse a voler lucidare l’argenteria e a tenerla in ordine.

Oltre a ritrovarti nella figura del maggiordomo, c’è qualche altro personaggio in cui ti rivedi?
Diciamo che fa strano parlare di questo libro perché l’ho scritto dieci anni fa, quindi si tratta di ricordare quello che ero dieci anni fa e i personaggi in cui mi rivedevo. Diciamo che i protagonisti sono due: il maggiordomo e la padrona di casa, che è una donna che vive isolata da tutto e tutti per espressa volontà del marito, ma al contempo è libera, anticonvenzionale, indifferente alle regole, ha una passione e cerca di portarla avanti nonostante le difficoltà. Entrambi i personaggi sono un po’ una parte di me: c’è la parte rigida e quella che rompe gli schemi. Ovviamente questo dipende dal fatto che sono una Bilancia, sempre oscillante tra essere “precisini” e quelli che rompono gli schemi.

Come è ritornare al Salone del Libro dopo la pandemia di COVID-19 e come questo periodo ha intaccato il tuo rapporto con la scrittura e i lettori?
Per me è straordinario non soltanto per il contatto con i lettori, ma anche con le persone che girano intorno al mondo editoriale, quindi è davvero emozionante per me tornare. Diciamo che la pandemia ha influito sul mio lavoro per la mancanza di questi contatti, ma materialmente no, perché tutto sommato il lavoro dello scrittore è un lavoro solitario, si scrive da soli quindi rimanere isolati per me non è stato così frustrante come per altre persone che hanno dovuto rinunciare al proprio lavoro.

In questo libro emerge la differenza tra città e provincia, sotto il profilo dei luoghi, della mentalità, della crescita personale… c’è ancora questa differenza o ormai provincia e città pari sono?
Assolutamente no. Io vivo in provincia e lavoro a Milano e la differenza la percepisco eccome. Dipende molto dall’indole delle persone: la provincia è una dimensione familiare, mentre in città - ho vissuto anche quattro anni a Roma - ho fatto molta fatica perché pativo il fatto di non poter avere spazi ampi intorno a me e una certa forma di solitudine che invece ho dove vivo.

Sia da quello che mi stai dicendo adesso sia dalla lettura dei tuoi romanzi, mi pare di capire che per te più che le persone, siano fondamentali i luoghi…
Assolutamente si. Io a Roma pativo il fatto di aprire una finestra e trovare un muro. Io amo il contatto con la natura e nei miei libri questo rapporto profondo emerge chiaramente, come ben hai sottolineato, anche nelle descrizioni dei miei libri. Il protagonista nasce e cresce in città, poi arriva nelle Langhe e si trova sperduto e ad un certo punto la padrona gli chiede che cosa gli manca della città e lui risponde “i rumori”, che può apparire una risposta banale, ma in realtà quando ci si abitua alle cose che ci circondano, una volta che mancano, ci si ritrova spiazzati. Lui patisce questo silenzio che circonda la casa sia internamente sia esternamente, ma man mano poi si abitua al silenzio, così come era abituato ad avere il rumore, tanto che quando ritorna in città è quasi spaventato da quello che vede e sente.

Quali libri non possono mancare nella tua libreria e quali sono i tuoi modelli letterari?
Dicono che nel primo romanzo di uno scrittore vadano a confluire tutti i suoi modelli di riferimento ed effettivamente dentro questo libro ci sono tanti autori che ho amato e che amo tuttora: le sorelle Brontë che hanno alimentato il mio animo da giovane romantica, Henry James con Giro di vite che per me è un romanzo fondamentale, e, da buona appassionata del genere gotico e dell’orrore, Stephen King. Il primo libro che ho letto da adulta è stato It, che mi ha cambiato la vita perché da lì sono diventata una lettrice compulsiva, ho letto tutti i suoi libri. Mi ricordo che avevo la stessa età dei protagonisti, avevo visto la serie ed ero rimasta un po’ traumatizzata, quindi volevo leggerlo per sciogliere questo trauma. Mi trovavo nella casa in montagna dei miei e non riuscivo a staccare gli occhi dalle pagine. Ritengo che sia superficialmente descritto come un romanzo dell’orrore, quando in realtà è un romanzo di formazione tanto che, se lo rileggessi adesso, non ritroverei la stessa sensazione di allora, che è stata quella di togliersi una pelle vecchia e metterne una nuova. Ecco: di King nei miei libri ci sono i corridoi e la casa che è la sede degli incubi dei protagonisti, ma al contempo un luogo in cui rifugiarsi. Il punto è che, secondo me, King ha una grandezza che riconosco in pochi: prendiamo ad esempio Il gioco di Gerald, romanzo nel quale una coppia va nella loro casa al lago, in un paese deserto. Decidono di fare dei giochi erotici, lui l’ammanetta al letto, ma muore di infarto. Quindi lei rimane attaccata al letto e King è in grado di costruire un’intera vicenda narrativa intorno a questa scena senza risultare mai noioso o banale. Spesso viene rilegato al ruolo di autore di genere, ma in realtà anche il King dei racconti - Stand by me o Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, a cui è ispirato il film Le ali della libertà – attestano una capacità che non tanti autori contemporanei hanno.

Non ti aspettavi di diventare una scrittrice, come è cambiata la tua vita?
Diciamo che non me l’aspettavo perché appunto io mi sono laureata in Beni culturali. Però, ad un certo punto, anche all’università ho intrapreso l’indirizzo Beni teatrali e cinematografici perché mi sarebbe piaciuto scrivere sceneggiature teatrali. Quindi, l’idea, seppur vaga e confusa, c’era. Scrivere un romanzo non era nelle mie intenzioni, è stata piuttosto un’ancora di salvezza in un momento in cui nulla sembrava al suo posto. Anche successivamente al primo, comunque, ho scritto sempre non su pressione dell’editore, ma per una necessità mia personale. Ad esempio, sono tre anni che non scrivo e non ho ancora trovato né una storia né un motivo per scrivere, quindi non scrivo. Definirmi una scrittrice in fondo è troppo, preferisco parlare di me come una che sta ancora imparando e che è stata fortunata perché ho trovato editori che han creduto in me e nei miei libri e tutte le volte mi è sembrato una sorta di miracolo. Adesso ovviamente non vivo di scrittura, anche perché penso che siano pochi quelli che se lo possano permettere nel nostro Paese, ma comunque son contenta così e vorrei rimanesse qualcosa che faccio per piacere, per esigenza mia. Se non ho nulla da dire, non scrivo.

I LIBRI DI FRANCESCA DIOTALLEVI