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Intervista a Francesca Zupin

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Ci siamo mancate per un soffio, io e Francesca Zupin, al Salone internazionale del libro di Torino 2022 (che gran peccato!). Abbiamo perciò recuperato con un’intervista telefonica qualche mese più tardi. Francesca mi risponde dall’Arabia Saudita, dove lavora in un campus universitario e, come avevo già percepito dagli scambi via messaggio, si dimostra disponibile e cordiale, oserei dire dolce, se non fosse che potrei esagerare, vista la virtualità dello scambio (ma io lo dico lo stesso!) Parliamo del suo primo romanzo, che racconta la storia semi-incestuosa tra due “un po’ fratelli”, e lo fa con una prosa armonica e melodiosa: verrebbe da dire che le parole suonano e ci accompagnano mentre camminiamo tra le vite dei protagonisti. Ci siamo salutate con la speranza di incontrarci prima o poi, per recuperare l’incontro mancato e per conoscerci senza i filtri del mondo virtuale.



Salvamento è il tuo primo romanzo. Da dove nasce la tua passione per la scrittura? br /> La scrittura è una cosa che coltivo da tanto. In realtà il romanzo, pur essendo un esordio, ha una gestazione lunghissima, perché è nato più di dieci anni fa quando facevo il master in scrittura creativa alla Scuola Holden e ci diedero da fare due esercizi per casa. In quell’occasione scrissi due racconti diversissimi, ma mi sembrava che ci fosse qualcosa che li legava. Da lì partì poi Salvamento. Quindi è stato un lavoro lungo, nel tempo lasciato, ricominciato, modificato.

Il titolo del tuo romanzo. Salvamento è una parola che sembra sbagliata, anzi, stonata. La leggiamo e sentiamo che “non ci torna”. Da dove deriva questa scelta lessicale inconsueta?
È stata una scelta ben precisa perché “salvezza” mi sembrava un concetto troppo impegnativo. La “salvezza” ci rimanda alla parola con la “S” maiuscola, a una cosa elitaria, cioè alla salvezza biblica che è solo per gli eletti e per i giusti. Io volevo una salvezza che fosse accessibile a tutti in qualche modo, o almeno che la sua opportunità fosse accessibile a tutti, con i lati buoni e cattivi, come li hanno i protagonisti del romanzo, ma come li abbiamo anche noi. Ecco, “salvamento” è una salvezza più a portata di mano.

Trieste è la città che ospita la storia ed è anche la tua città. La sua presenza però non è preponderante, ma quando c’è è come se fosse un personaggio in carne e ossa, tanto è vivida e carnale...
Trieste è la mia città e non avrei potuto ambientare il romanzo da nessun'altra parte, perché so scrivere solo di quello che conosco. Ho scelto di mostrare Trieste come l’ho vissuta io negli anni dell’adolescenza, cercando di evitare la raffigurazione da cartolina letteraria, che spesso ha, avendo ospitato numerosi autori importanti. Ho scelto di ritrarre i miei posti del cuore ed è questo che si trova nel libro. Nel romanzo non c’è una diversità di luoghi, infatti questo è un romanzo più di tempo che di spazio, e parlando solo di un luogo era importante che quel luogo fosse davvero reale e ben caratterizzato, non soverchiante, ma con una sua personalità, tanto da diventare appunto un altro personaggio.

Nel libro c’è una frase che sembra sintetizzare alla perfezione il rapporto tra Giulio e Stella: “tentavamo di salvare nell’altro anche noi stessi”. La salvezza, o meglio, il salvamento, nella loro relazione si concretizza in atti che poi sono anche egoistici. È sempre così? Salviamo gli altri per salvare in qualche modo noi stessi?
Credo che la dinamica che si crea tra Giulio e Stella sia una dinamica universale, perché in fondo credo che ognuno si salvi da solo e quindi anche il salvare gli altri, per quanto nobile, spesso come risultato ha più una propria salvezza, che non una reale salvezza dell’altro. Il salvare gli altri non esiste in sé: tu puoi porgere una mano per tirare qualcuno fuori dall’acqua, ma dall’altra parte ci deve essere la volontà di aggrapparsi, altrimenti non serve a nulla. Ecco, spesso quella mano è qualcosa che salva più noi, di chi non sta annegando, come accade a Giulio e Stella.

Una particolarità del tuo romanzo è la scelta dell’Io narrante maschile. È stato difficile doversi calare nei panni di un ragazzo?
Non direi anzi, è stato totalmente naturale, tanto che non è stata una scelta stilistica. Io avevo scritto due diversi racconti che poi sono confluiti in Salvamento e uno dei due era un racconto ambientato in un campeggio estivo, scritto in prima persona da un ragazzino tredicenne. Sia la storia che la voce che mi si sono imposte e io ho seguito il flusso, senza pormi particolari problemi. A posteriori posso dire che sono molto contenta che sia andata in questo modo, perché spesso, quando ho letto romanzi scritti con una voce di un genere diverso rispetto a quello dell’autore o dell’autrice, ho notato la necessità di sovraccaricare di elementi caratterizzanti per fa capire che la voce era reale. Io invece sono partita dall’idea che un ragazzino di tredici anni non è così diverso da una ragazzina di tredici e quindi non ho cercato elementi in più per dare verità, ho lasciato parlare Giulio e basta.

Domanda di pura curiosità: alla fine di quasi ogni capitolo c’è una sorta di vocabolario personale stilato da Giulio che ci guida alla comprensione dei verbi e ci attenziona su quelli che sono i più rilevanti. Quali sono i tre verbi di Salvamento a cui sei più legata?
Ne ho pronti sicuramente due, che sono “suonare” e “camminare”. E poi il terzo direi… “conoscere”.

Chi sono i tuoi autori di riferimento o preferiti?
Non sento di avere autori di riferimento ben precisi, perché la scrittura la sento personale, anche se sicuramente c’è l’influenza degli autori che si leggono. Di autori preferiti tra i classici cito Proust, mentre tra i contemporanei Karl Ove Knausgård, che è un autore norvegese che ha scritto un’autobiografia in tanti volumi. Mi piace molto la letteratura nordamericana: Philip Roth, Elizabeth Strout, Salinger, Truman Capote, Joan Didion. L’elenco potrebbe essere molto lungo. E poi sono una grande consumatrice di gialli degli anni ‘20 e ’40: quando devo staccare la testa da scritture o letture troppo impegnative, scelgo sempre libri gialli.

I LIBRI DI FRANCESCA ZUPIN