Intervista a Franck Thilliez

Articolo di: 

C’era una volta un giovane ingegnere informatico francese col sogno nel cassetto di fare lo scrittore che fece il grande salto e divenne una delle figure emergenti della scena thriller europea: merito del suo stile cupo e rabbioso, che pesca a piene mani dalla società moderna con le sue contraddizioni. Nei libri del francese Franck Thilliez si parla di salari, di bolla delle dotcom, di scioperi: è la via Co.Co.Co. al noir! Abbiamo incontrato Franck ai suoi esordi e lo reincontriamo con grande piacere a Più Libri Più Liberi 2019 per parlare del suo ultimo romanzo, un perfetto esemplare di ibrido tra thriller e meta-letteratura.




Perché un romanzo nel romanzo? Cosa ti affascina di questo antico e nobile espediente narrativo?
Il protagonista è uno scrittore di thriller come me, la cosa che mi attirava era soprattutto l’idea di poter raccontare il mio mestiere, quello che faccio tutti i giorni. L’oggetto libro è quindi un pretesto per raccontarmi, e l’escamotage del vecchio manoscritto – che è in effetti un “trucco” molto usato in letteratura – è come un gioco di magia, mi ha permesso di entrare nel mio libro.

Che rapporto hai con il lettore? Ne Il manoscritto giochi con lui come il gatto con il topo…
Il lettore in realtà ama fare la parte del topo! E comunque penso che per uno scrittore di thriller sia naturale avere un rapporto un po’ conflittuale con i suoi lettori: in fondo lui cerca di ingannarli con le sue storie, mentre loro cercano di scardinare il meccanismo narrativo capendo chi è il colpevole o la soluzione dell’enigma. Quindi c’è un’interattività molto forte legata eminentemente al nostro genere letterario. Invece per quanto riguarda la suspense, bisogna saperla ben governare. Per impararlo, bisogna conoscere le reazioni dei propri lettori: non a caso il maestro Alfred Hitchcock amava recarsi al cinema in incognito per studiare la reazione della platea ai suoi film e aggiustare il tiro. Allo stesso modo è utile incontrare i lettori e chiedere loro cosa funziona dei propri libri e cosa meno.

Cos’è l’ipermnesia, come l’hai scoperta?
La memoria è un argomento che mi ha sempre interessato moltissimo: come funziona, che peso hanno i ricordi. E credo che siano concetti essenziali per un romanzo di questo tipo. Conoscevo questa ipermnesia – mi veniva di dire “malattia” ma in realtà la parola giusta è “caratteristica” – e poiché in un mio libro c’è un personaggio che soffre di amnesia, questa volta ho pensato che sarebbe stato interessante creare un personaggio con il problema opposto, un uomo che ricorda tutto. Da una parte un talento, un potere straordinario, dall’altra una vera e propria maledizione. Le persone che soffrono di ipermnesia infatti sono molto infelici: non riescono a concentrarsi, non riescono a fare appello ai loro ricordi più felici. Ho pensato che dare questa caratteristica ad un mio personaggio lo avrebbe reso un personaggio a cui è molto facile per il lettore affezionarsi, perché i protagonisti con caratteristiche forti e ben delineate sono quelli che funzionano meglio.

Ne Il manoscritto convivono generi letterari diversi, sei d’accordo? È l’inizio di una nuova strada per Franck Thilliez?
Sono al mio diciottesimo romanzo. La maggior parte sono noir seriali con protagonisti fissi, ma ogni due anni mi piace ritagliarmi il tempo per scrivere romanzi one-shot, nei quali spesso faccio esperimenti letterari. È il caso di questo Il manoscritto, che non è un poliziesco puro e per il quale ho potuto trascurare di seguire il canone del genere. Ho quindi una libertà, in questa parte della mia produzione letteraria, che mi diverto a usare al meglio. E a quanto pare si divertono anche i miei lettori, perché amano essere spiazzati da me e ogni tanto leggere romanzi che non sono quelli a cui li ho abituati.

Il manoscritto sarebbe perfetto per un film o per una miniserie tv. Per caso qualcuno ci sta già pensando?
È un progetto sempre molto lungo, bisogna sempre aspettare tanto in questi casi. Ci sono alcuni miei romanzi in effetti in fase di adattamento per la tv in Francia. In generale i miei romanzi sono molto letti dalla gente di cinema perché ho la fama di scrivere in modo molto “cinematografico”, spero che sia anche questo il caso e che un giorno Il manoscritto diventi un film. Prima ero in taxi con Charles Brandt, l’autore di The Irish Man e lui mi spiegava che per la realizzazione del film ci sono voluti più di dieci anni…

Una cosa che salta agli occhi nella tua scrittura è questa capacità di calare l’orrore nella quotidianità. Questo rende la vicenda che racconti ne La stanza dei morti ancora più agghiacciante, non credi?
La mia intenzione era quella di fare paura. Fare paura il più possibile. E a questo scopo ho raccontato due storie parallele: quella degli informatici e quella del rapitore. Nella prima abbiamo due persone normali, come noi, ed è proprio la loro la storia che fa più paura, perché ci è più vicina e ci fa riflettere su quello che siamo veramente. La seconda riguarda un serial killer, un personaggio più distante dalla nostra vita di tutti i giorni, quasi astratto direi, ma talmente estraneo da terrorizzare istintivamente.

La coloritura sociale del romanzo ti è venuta spontanea, magari per esperienze personali, o è voluta? La bolla speculativa della New Economy, i licenziamenti, i mutui, la disoccupazione, la detective ragazza madre, etc etc...
Diciamo che è stato praticamente obbligatorio affrontare questi argomenti, perché quando si parla della regione della Francia nella quale è ambientato il romanzo non si può fare a meno di parlare di questi problemi, tanto lì sono gravi e presenti. Però ho cercato di affrontare questi argomenti in modo non banale, come se questo aspetto fosse un vero e proprio personaggio del quale raccontare la deriva disperata.

Esiste una via europea al thriller?
Direi che almeno in Francia per molti anni abbiamo assistito a un vero e proprio monopolio anglosassone. Si credeva che solo gli scrittori americani o inglesi fossero adatti a scrivere thriller, evidentemente. Negli ultimi tempi c’è stata un'ondata di thriller francesi, un'ondata tuttora in aumento perché i lettori ormai hanno capito che le ambientazioni e i personaggi europei sono ugualmente suggestivi e affascinanti, se non di più.

Hai fatto il percorso sognato da tutti gli scrittori esordienti: da una piccola casa editrice al top delle classifiche in pochissimo tempo. Qual è il segreto per farcela?
Nessun segreto. All’inizio ero davvero un piccolo scrittore che pubblicava per piccoli editori, poi i librai hanno cominciato un passaparola che ha segnalato il libro ai clienti delle loro librerie. Le vendite di conseguenza sono aumentate, pur nell’indifferenza dei giornalisti, che però in un secondo tempo hanno iniziato a scrivere recensioni del libro, generando un effetto-valanga: più vendite portavano più articoli su giornali e siti internet, più articoli portavano più vendite, ed eccoci qua.

Quali sono gli scrittori ai quali guardi come modelli, se ce ne sono?
Per quanto riguarda gli stranieri, senz’altro Bret Easton Ellis e James Ellroy. Tra i francesi, direi su tutti Jean-Christophe Grangé. E in generale mi piacciono tutte le storie difficili ma realistiche, come un vero poliziesco deve essere.

I LIBRI DI FRANCK THILLIEZ



Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER