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Intervista a Franco Faggiani

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Leggere un libro di Franco Faggiani è come indossare gli scarponcini da trekking, andare a fare una passeggiata su un sentiero di montagna circondati da boschi e valli, e fermarsi al rifugio a bere un caffè scambiando due parole con le persone che si incontrano strada facendo. I suoi romanzi fanno respirare aria fresca e, al contempo, emozionano con le loro storie e ambientazioni così intense e brillanti. Le stesse emozioni che ho provato nell’ascoltare le parole del loro autore, con cui ho avuto il piacere di fare una lunga e piacevole chiacchierata via Skype nei giorni di Più Libri Più Liberi 2023.



Ho letto tutti i tuoi libri e li ho trovati uno più emozionante dell’altro. Quello che ho notato è che la natura libera, incontaminata o, comunque, rispettata è un elemento comune e fondamentale. L’ambiente montano, poi, la fa quasi sempre da padrone. Mi racconti il tuo rapporto con questi elementi?
Beh, questi elementi sono indubbiamente legati l’uno all’altro. È un ambiente, quello montano, che conosco abbastanza bene perché lo frequento più o meno da cinquant’anni. Sono davvero un assiduo frequentatore! Io, poi, sono nato a Roma e fino ai quattordici anni la cupola di San Pietro rappresentava la montagna più elevata che avessi mai visto. Poi, per ragioni familiari, ci siamo trasferiti al nord e da quel momento ho iniziato a frequentare questi posti, incontrando tanti nuovi amici, anche occasionali, e da lì non me ne sono più staccato. Potrei quasi dire che a forza di frequentare questi posti sono diventato io stesso parte del paesaggio. Mi sento più sicuro quando vado a fare una lunga escursione in montagna o in collina che non quando esco di casa qui a Milano e mi dirigo verso il centro città. Lo sento davvero il mio ambiente naturale ormai e, com’è ovvio, è diventato quasi il protagonista di tutti i miei libri. Tutte le mie storie, come dicevi, sono ambientate lì e ti dirò di più. Si tratta di storie inventate solo fino a un certo punto, perché narro quasi sempre di persone e avvenimenti reali, a cui poi io ho aggiunto il condimento. Anche il mio ultimo romanzo, L’inventario delle nuvole, è nato da incontri occasionali avvenuti in montagna. Dell’ambiento montano più che i paesaggi, i panorami e i luoghi che, chiaramente sono splendidi ma restano sempre lì, più o meno immutati negli anni, a me piacciono le persone che si incontrano. Sono eventi fugaci, che possono capitare una sola volta nella vita. E ciò che amo sono i racconti di queste persone, che reputo tutti estremamente interessanti e degni di essere narrati. Ho fatto per anni il giornalista – e continuo a farlo nei ritagli di tempo tra un libro e l’altro –, quindi sono sempre stato un “cacciatore di storie”. E proprio in questi ambienti, ultimamente, ne ho scoperte molte che rischiano di essere dimenticate se nessuno si prende la briga di raccontarle. Il terremoto di Amatrice, il lavoro dei caviè, il viaggio attraverso gli Appennini in camion durante la Seconda guerra mondiale, per esempio, sono tutti piccoli frammenti raccolti qui e lì che, se messi insieme, vanno a formare le storie. Io, sostanzialmente, faccio un po’ lo scrittore “da tastiera”, perché le mie storie si creano così, con questo tipo di persone che in montagna è facilissimo incontrare. Camminando su un sentiero montano è facile fermarsi a fare due chiacchiere con chi si incontra… cosa che risulta un po’ più complicata stando sulla spiaggia di Rimini. In Via Condotti, poi, è proprio impossibile! La montagna crea comunità, condivisione e scambio, ed è per questo che la amo.

Questo che viviamo è un periodo storico importante proprio per quanto riguarda l’ambiente. Si è preso coscienza del grave problema del cambiamento climatico e dello sfruttamento sempre più eccessivo dell’uomo sulla natura. Le proteste sono all’ordine del giorno, ma non sembrano sortire grandi effetti positivi. Cosa vorresti che emergesse dai tuoi racconti e che lezione vorresti dare ai tuoi lettori?
Una cosa molto semplice, in realtà: i giovani dovrebbero imparare ad avere rispetto. Questo rappresenta la base, su cui poi costruire il resto. Non si possono fare le riunioni o le manifestazioni sul cambiamento climatico o sul rispetto verso la natura e poi, quando la piazza si svuota, lasciarvi tonnellate di rifiuti sparsi a terra. È un enorme controsenso. L’ambiente si rispetta imparando a conoscerlo, osservando, guardandosi attorno, accorgendosi di ciò che ci circonda. E, possibilmente, bisognerebbe farsi accompagnare da qualcuno che ne sa qualcosa in più. Faccio un esempio: a settembre sono andato con il mio amico Daniele Bermond – sì, proprio quello de La manutenzione dei sensi: è una persona reale e ogni volta che vado nella mia casa in montagna passo a trovarlo – a fare una camminata nel bosco. Erano tanti anni che non andavamo lì insieme e Daniele mi ha fatto notare tante piccole cose che fanno comprendere quanto il cambiamento climatico non sia solo la tempesta che arriva all’improvviso o il fiume che esonda. I segnali più gravi sono costituiti da tanti piccoli particolari che nessuno nota: gli alberi caduti perché le radici non vanno più in profondità e quindi sono maggiormente in balia degli eventi atmosferici; i sentieri molto più polverosi rispetto a prima, con un minor passaggio di formiche – che sono gli spazzini del bosco, meno ce ne sono e più rifiuti rimangono –; gli uccelli che volano più in alto perché fa più caldo; alcune specie di animali che non si vedono più d’estate perché preferiscono rimanere sulle cime dove è più fresco. Sono tanti segnali preoccupanti. Daniele, addirittura, nel suo campo ha trovato dei bulbi che non aveva mai visto prima. Indagando, li ha scoperti essere dannosi per gli animali e ora prima di mandare le sue mucche al pascolo deve toglierli tutti con attenzione. Tutti questi dettagli si notano solo frequentando gli ambienti montani con attenzione e rispetto. Proprio ora ho qui davanti a me tre libri legati all’ambiente e alla natura scritti da autori americani nei primi del Novecento: l’attenzione sui cambiamenti climatici era già viva all’epoca. È un discorso lungo e complicato che purtroppo torna in auge quando accadono i disastri, ma poi basta poco e tutto torna come prima.

I tuoi romanzi narrano storie estremamente diverse e sono ambientati in periodi storici molto lontani tra loro. Si passa dallo sperduto paese alpino dell’epoca moderna al Giappone della prima metà del Novecento, dall’Italia durante la Seconda guerra mondiale ad Amatrice durante il terremoto del 2016, per poi tornare ancora una volta nel profondo nord italiano durante la Prima guerra mondiale ne L’inventario delle nuvole. Lo abbiamo già un po’ anticipato, ma vorrei chiederti nello specifico dove trovi l’ispirazione per questi argomenti così differenti e come ti documenti prima di raccontarli?
Sì, come dicevamo prima l’ispirazione viene da incontri del tutto occasionali. Ti faccio un esempio lampante che riguarda il libro Tutto il cielo che serve, quello ambientato ad Amatrice. Prima di lui era stato pubblicato Non esistono posti lontani, quello del viaggio attraverso gli Appennini durante la Seconda guerra mondiale. Tranne che per il Giappone, dove non sono mai stato, tutti i miei libri prevedono miei lunghi sopralluoghi nei posti dove penso di ambientarli. Questo è necessario per conoscere dal vivo l’ambiente e le persone di cui poi dovrò raccontare. Quindi, per descrivere questo viaggio ho preso la macchina (di solito mia moglie guida e io sono lì che prendo appunti e guardo fuori dal finestrino) e ho fatto circa duemila chilometri di strade bianche dell’Appennino, dalla Lombardia fino a L’Aquila. Una sera, durante questo itinerario un po’ sconclusionato perché come i protagonisti non avevamo le mappe, ma strada facendo chiedevamo indicazioni sull’itinerario migliore da percorrere, siamo arrivati ad Amatrice. Era piuttosto tardi, abbiamo notato due agriturismi e abbiamo scelto di fermarci a dormire in quello che si trovava più vicino alla strada. C’era questa signora sola – Benni, che poi è citata anche nel libro, la proprietaria dell’agriturismo dove si ritrovano tutti i soccorritori – che dopo cena ha iniziato a raccontarci l’esperienza del terremoto, parlando a ruota libera senza che ponessi alcuna domanda. Per farla breve, invece di partire l’indomani ci siamo fermati lì per tre giorni! Ho parlato con tutti quelli che avevano vissuto il terremoto e ne sono uscite storie emozionanti e appassionanti. Il punto focale, in realtà, è che i loro racconti erano finalizzato al desiderio di non venire dimenticati. Da questa loro speranza è scattata in me la molla di prendere appunti per poi costruirci qualcosa. E poi devo proprio raccontarti questa curiosità: dopo la pubblicazione del libro su Amatrice sono tornato lì e… mi hanno detto che nessuno lo aveva letto! Però, in seguito, una psicologa che aveva prestato servizio lì durante il periodo del terremoto mi ha spiegato che il loro raccontare a me quell’esperienza è servito per liberarsi del trauma. Rileggere ciò che avevo scritto, di contro, li avrebbe riportati a rivivere di nuovo quelle esperienze: il trauma di cui si erano alleggeriti avrebbe fatto il viaggio al contrario e sarebbe tornato sulle loro spalle. Infatti, nei mesi successivi, alla presentazione del romanzo ad Ascoli Piceno, mi è capitato di conoscere due signore, di cui una giovane nonna quarantacinquenne che aveva perso il nipote sotto le macerie. Mi hanno confidato di aver letto il romanzo e che all’inizio era stato talmente faticoso da leggere dieci pagine a voce alta a testa, per poi darsi il cambio, ma alla fine lo hanno trovato molto consolatorio. Lo stesso procedimento è avvenuto per il mio ultimo romanzo L’inventario delle nuvole. Si ambienta in quel pezzettino piccolo delle Alpi quasi a ridosso del mare e del confine francese con la Provenza. Per dare soddisfazione a degli amici che mi avevano invitato sono partito in macchina da Milano e sono salito in questo paesino che si chiama Elva, che conta meno di cento abitanti divisi in ventotto frazioni. Lì ho scoperto questo piccolo museo che, in sole tre stanze, tramanda la storia dei raccoglitori di capelli. È proprio lì che è nato il libro. Ho subito sentito che si trattava di una storia che valeva la pena di essere raccontata proprio per la sua particolarità e unicità, perché all’infuori di quel territorio nessuno ne è a conoscenza. La valle è un posto magico, sembra davvero di tornare indietro nel tempo perché è rimasto tutto com’era al periodo dell’ambientazione del mio libro. Assemblando tutti questi fattori – la curiosità del lavoro, la bellezza del paesaggio e le storie raccontate – è nato il romanzo.

Nel tuo L’inventario delle nuvole si racconta una storia che ormai in pochi ricordano: quella dei “caviè”, i raccoglitori di capelli delle valli cuneesi. È un lavoro particolare, perché oggi solitamente associamo le parrucche a necessità causate da malattie…
Sì, esatto, se pensiamo alle parrucche al giorno d’oggi la prima immagine che viene in mente è quella che hai detto tu. Quello dei caviè, però, è un mestiere praticato dalla fine del Settecento fino agli anni Sessanta o Settanta del secolo scorso. Questo perché le parrucche erano uno status symbol di potere che indossavano moltissime persone: giudici, valletti, magistrati, nobili, ufficiali giudiziari, prelati, cardinali. Specialmente se erano bianche, che erano le più blasonate. Per questo era un commercio più che florido, si esportavano anche via nave in Nord e Sud America. Va vista in quell’ottica lì.

È vero, penso a quegli uomini altolocati che venivano chiamati dal popolo “i parrucconi”. E quindi, per riallacciarci anche a quello di cui parlavamo prima, volevo chiederti che realtà era quella alpina italiana dei primi del Novecento e quanto è stata “contaminata” dalla modernità?
Beh, diciamo che questa non contaminazione si può apprezzare solo in Val Maira e in pochissime altre valli. La Val Maira, in particolare, è rimasta così intatta – anzi, c’è stato un grandissimo spopolamento rispetto al passato, nel 1915 solo Elva contava milletrecento abitanti! – per la sua particolare posizione geografica. Essendo molto incassata nelle montagne, la maggior parte dei paesi si trovano in alto e per arrivarci le strade sono difficilmente percorribili. Praticamente sono rimaste quasi come erano nell’Ottocento. E, un po’ per la difficoltà di raggiungerla, un po’ per l’asprezza delle montagne, gli abitanti della valle non hanno voluto che si costruissero impianti sciistici. Quindi lì non si vedono piloni di cemento, tralicci della corrente, cavi d’acciaio né piste. E, di conseguenza, non ci sono seconde case e albergoni enormi. All’inizio ne hanno sofferto, ma intorno alla fine del Novecento è iniziata la riscoperta del turismo lento. E da quel momento la valle è stata invasa soprattutto da francesi, che sono molto vicini geograficamente, e da tutte quelle persone che fanno passeggiate, trekking, ciaspolate, arrampicate o uscite in mountain bike. Oltre i francesi, nel tempo, sono arrivati molti stranieri soprattutto dall’Europa centrale, che hanno ristrutturato tante borgate nello stile alpino originale, rendendole simili a dei villaggi delle fate, tutte fatte di pietra. In questo periodo si parla molto di “ripopolamento delle montagne”, ma occorre fare attenzione. Non basta limitarsi a vivere nelle case di montagna e continuare a fare il proprio lavoro cittadino in smart working: questo vuol dire solo ripopolare le case. La cosa fondamentale sarebbe ricreare il tessuto sociale di un tempo, riscoprendo quei tanti lavori come l’artigiano, il muratore, l’agricoltore, il boscaiolo e così via. Senza questo, la natura cambia: se l’uomo non si prende cura del territorio, la natura se ne riappropria. E questo vale un po’ per tutto, dalla montagna, alla collina, al mare.

All’interno dei tuoi romanzi la figura paterna viene descritta in maniera molto diversa. Sembra che i legami non di sangue, come quello tra Leonardo Guerrieri e Martino Rochard de La manutenzione dei sensi sia più forte di quello tra veri consanguinei. Anche ne L’inventario delle nuvole si nota come Girolamo Cordero stringa con Natale Rebaudi un rapporto molto più stretto di quello che ha sempre avuto con suo nonno Giacomo, che ha rivestito per lui il ruolo di padre…
Dunque, io credo che le famiglie, i gruppi e la società in generale siano formati innanzitutto da parsone. Non è necessario avere rapporti consanguinei per comportarsi con affetto e rispetto nei confronti dell’altro. Nel mondo in cui viviamo oggi non ci sono più quelle famiglie fortemente patriarcali o matriarcali come accadeva una volta, ma tutto è basato piuttosto su legami che si stringono a prescindere da quelli di sangue. Io credo che si debba provare feeling, passione, affinità per qualcuno in quanto “persona”, non in quanto “famigliare”. E spesso si creano legami più forti tra persone che non si conoscono, come accade ne “La manutenzione dei sensi”. Perché se è vero che tra famigliari si hanno delle affinità naturali, sono convinto che noi dovremmo condividere piuttosto le nostre differenze, per poter avere uno maggiore scambio di idee e di abilità. Ho letto spesso romanzi fiume su saghe familiari, spesso divise in più volumi per abbracciare più secoli di storia. E mi ha colpito come all’inizio sembrino tutti così uniti per poi finire, nella maggior parte dei casi, con il disfacimento dei rapporti per i motivi più disparati. Con “La manutenzione dei sensi” volevo fare un libro al contrario: prendere due persone estranee, sole e con problemi, metterle insieme e vedere se riuscivano a formare una famiglia. E mi sembra che i due protagonisti ci siano riusciti alla perfezione.

Oltretutto, ultimamente si parla spesso della sindrome di Asperger, associandola però solo a persone con particolari talenti, penso a Greta Thunberg. Anche ne La manutenzione dei sensi si citano Mozart e altri geni del passato probabilmente affetti da questa sindrome. Ma ciò che colpisce nel tuo romanzo è che il focus sia come una persona normale, benché affetta da Asperger, vive la sua quotidianità e vedere come ciò venga accettato da chi ormai è a tutti gli effetti suo padre, che decide di non soffermarsi tanto sulla diversità ma piuttosto sulla pura accettazione…
Esatto. Guarda, la mia soddisfazione più grande per questo libro, che è stato pubblicato nel 2018, l’ho provata proprio a inizio dicembre 2023. Una libreria di Pavia ha voluto presentare di nuovo questo libro nonostante siano passati tanti anni. Avevo notato che accanto a quella del presentatore c’era una sedia vuota e mi chiedevo chi dovesse arrivare; dopo un po’ si è seduto lì un signore che ha preso la parola. L’ho scoperto essere un famosissimo neuropsichiatra, direttore del reparto neuropsichiatrico di un ospedale di Milano e docente universitario. Quello che davvero mi ha colpito è stato sentirlo raccontare che, da quando è stato pubblicato, ha imposto il mio romanzo come libro di testo a tutti i suoi studenti universitari e a tutte le famiglie che gli si rivolgono a lui per questo tipo di problema. Questo perché è convinto che, in maniera molto semplice e senza alcuna pretesa scientifica, permetta di comprendere l’approccio da avere con chi è affetto da questa sindrome. Per un autore questa è una delle massime soddisfazioni e, forse non a caso, ancora oggi La manutenzione dei sensi è uno dei libri più venduti.

È vero e quello che più ha colpito me, ma credo un po’ chiunque li abbia letti, è che i tuoi libri hanno sempre la rara capacità di presentare dei temi importanti in maniera leggera, ma non superficiale. Condividi questa impressione?
Io credo che sia importante rendere tutto molto facile. Quando scrivo i miei obiettivi sono fondamentalmente due: raccontare cose nuove, che sembrano magari marginali ma che, se approfondite, possono far scoprire tanto altro; e far sì che chi legge stia bene e passi dei bei momenti, perché deve trovarsi davanti a cose interessanti, ma semplici. La lettura deve dare piacere, non lasciare dubbi o richiedere la consultazione di altri manuali perché non si comprende quello che c’è scritto su una pagina. Ovviamente, però, bisogna anche lasciare margine a spunti di riflessione, questo resta fondamentale. Se posso aggiungere una curiosità, ho scoperto che Non esistono posti lontani, in cui si parla della Seconda guerra mondiale, è il libro più venduto in Ucraina. Ho chiesto spiegazioni alla mia editrice ucraina, perché mi sembrava assurdo che proprio un libro che parlava di guerra fosse così popolare in quel Paese oggi come oggi. Lei mi ha risposto, semplicemente: “Perché finisce bene”. Le persone, specialmente in tempi difficili, hanno bisogno di positività. Tra l’altro mi ha anche raccontato che negli ultimi anni ha pubblicato molti più titoli proprio perché le persone chiuse nei bunker leggono tanto, sia per l’intrattenimento, che l’effetto consolatorio che i libri donano loro.

Parlando proprio di Non esistono posti lontani. A me sembra che la guerra resti comunque un tema marginale. Potremmo quasi definirlo un libro comico, soprattutto grazie alla figura di Quintino Aragonese…
Sì, certamente! Devo dire che tra tutti i miei libri quello è stato il meno fortunato, perché è stato pubblicato poco prima dello scoppio della pandemia di Covid-19 e quindi, purtroppo, ho potuto fare pochissime presentazioni. Ma è stato quello che più mi ha divertito mentre lo scrivevo, prima di tutto per il viaggio che avevo fatto per ripercorrerne il tragitto, poi per questa contrapposizione tra i due personaggi: uno anziano, l’altro giovane; uno coltissimo, l’altro ignorante; uno rigoroso, l’altro creativo… che poi entrambi rappresentano me stesso, mi sono esposto molto in questo modo tra le pagine.

Potremmo definire questo tuo ultimo libro un romanzo di formazione. Giacomo, che all’inizio si presenta come un bambino sottomesso, ha un vero e proprio exploit finale. E proprio verso la fine, dice: “Non ero più uno dei Cordero […], ma ero diventato Giacomo Cordero […]. Ovvero un’altra persona, con un’altra storia davanti. Senza per questo voler rinnegare nulla, anzi, rimanendo sempre grato al mio passato, remoto e recente, che, con i suoi luoghi e le sue persone, mi aveva reso quello che ero.” Che tipo di lavoro hai fatto per dare forma all’evoluzione di questo personaggio?
Dunque, quando si scrive bisogna sempre essere perfettamente concentrati sul periodo storico e sul luogo geografico di cui si parla. E questo è molto importante non solo per un autore, ma anche per chi svolge il mestiere di editor nelle case editrici, che è un lavoro più tecnico. Bisogna focalizzarsi completamente anche sul linguaggio, sul pensiero, sul modo di vivere e sul comportamento delle persone di cui si vuole scrivere, che spesso sono molto diversi rispetto ai nostri. Per esempio, io ho usato il termine “megera” all’interno del romanzo, che oggi è visto come dispregiativo, mentre allora si usava per indicare una persona anziana che viveva da sola. Senza perdermi troppo e tornando a Giacomo Cordero, devo dire che la creazione del suo personaggio ha seguito molto questo iter. Innanzitutto, è una persona diversa dagli altri suoi coetanei della valle: è colto, ha studiato e ha visto il mondo, che all’epoca significava anche solo andare nella città vicina. Lui si è allontanato a sei anni ed è tornato indietro a diciannove richiamato dal nonno, che non voleva perdere un lavoro redditizio. Ha fatto, quindi, una sorta di viaggio al contrario rispetto ai suoi coetanei: loro hanno vissuto da piccoli nella valle e a quattordici anni, l’età ammessa legalmente per lavorare, sono scappati per andare nelle città italiane o oltre il confine. Giacomo Cordero, invece, sarebbe potuto rimanere fuori dalla valle, ma ha scelto di rimanere perché ha scoperto che può ottenere le stesse cose che suo nonno riceveva usando il pugno duro grazie ad altri metodi, come la gentilezza, il coinvolgimento delle persone o dandosi da fare per la comunità. Ha scoperto che la situazione di miseria, di solitudine e di vessazioni subite dalle persone sarebbe potuta cambiare grazie al suo operato e alla sua presenza. Quando si è una persona gentile e socievole si può decidere di fare concretamente qualcosa per portare un cambiamento nella vita delle persone semplicemente applicando le proprie qualità personali, proprio come ha fatto Giacomo con gli abitanti della valle. E sì, chiaramente si tratta di un romanzo di formazione a tutti gli effetti!

Alla fine del libro un personaggio, di cui non riveliamo il nome per non fare troppi spoiler, scrive una lettera che contiene una frase molto forte: “Ma non mi importa più da dove viene ognuno, mi importa dove si potrà andare insieme. L’importante è rispettarsi e volersi bene, che è la cosa che conta di più”. Quale significato ha, oggi, la parola “rispetto”?
Tutto. Semplicemente: tutto. Anche quando Desideria si sposa con il nonno Girolamo non contempla la parola “amore”, ma questo era un pensiero piuttosto comune in quegli anni. Perché più che l’amore contava (e conta) il rispetto. Mentre l’amore si può provare solo nei confronti di poche persone, il rispetto lo si può distribuire ad ampie mani, ha effetti benefici molto più forti sulla società e ha un valore estremamente elevato. E, oltretutto, subire un tradimento da parte di una persona che si rispetta fa sentire molto più feriti, più che se si trattasse di un tradimento amoroso. E ciò dà ancora più valore alla parola. Rispetto, poi, significa tante cose, come avere e dare fiducia, o sapere di poter contare su qualcuno…

Un’ultima domanda: a quando il prossimo romanzo?
Eccolo qui, ce l’ho qui sul tavolo proprio davanti a me! Uscirà a settembre, che sembra lontano ma la consegna è a maggio, quindi in questo periodo ci sto davvero dando dentro. Io, per fortuna, riesco a scrivere in qualsiasi luogo e condizione, anche se intorno ho il caos più totale. Probabilmente questa capacità mi deriva dall’aver fatto il giornalista sin da quando avevo diciannove anni, mestiere per cui riuscire a isolarsi mentalmente è spesso imprescindibile. Per esempio, sono spesso in viaggio in tutta Italia per le presentazioni dei libri o per eventi vari, e in treno riesco a fare moltissime cose. Intanto, posso anticipare che anche in questo caso la natura sarà estremamente presente, però non saremo più in montagna: sono sceso un po’ di quota e mi sono fermato in collina. Poi, da gennaio 2024 è in libreria anche un libro di favole per bambini. È un settore che non avevo ancora mai affrontato, molto divertente ma anche piuttosto complicato, perché occorre adeguare il linguaggio giusto al tipo di pubblico. Ho dovuto fare qualche passo indietro e chiedermi “Come parlavo io quando ero bambino?”, anche se in effetti i bambini di oggi parlano in maniera completamente diversa! In questo periodo, per esempio, sto andando in una scuola elementare per lavorare con gli studenti di quinta per scrivere insieme delle storie legate alla natura e agli animali. All’inizio è stato difficilissimo, ma proprio ora ho qui con me le loro brevi composizioni e sarà mio compito segnare nuovi spunti per stimolare la loro immaginazione. E poi ho promesso loro che alla fine dell’anno scolastico stamperemo un libricino delle loro favole con tanto di foto di gruppo, che è stata la cosa che li ha gasati di più.

I LIBRI DI FRANCO FAGGIANI