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Intervista a Gaia van der Esch

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Il suo profilo Instagram mostra scorci e volti di molte regioni italiane, scatti con compagni di studio e colleghi stranieri, un po’ di rassegna stampa post pubblicazione del suo primo libro e, talvolta, spuntano angoli di blu. È il blu del suo lago, ad Anguillara Sabazia, alle porte di Roma. Gaia van der Esch ha 33 anni e da circa quindici anni vive e lavora in contesti internazionali. La incontriamo in un angolo di Sicilia fermo nel tempo e nella tradizione, mentre mangiamo un’arancina accanto alle mura puniche di Marsala, durante il festival “38° parallelo”. È la presentazione del suo ultimo libro a chiudere la rassegna, dedicata ai saggi che raccontano la nostra attualità per costruire insieme il futuro.




Il tuo libro Volti d’Italia è un “viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure”, ovvero una serie molto varia di interviste a italiani con storie da raccontare. Ha segnato il tuo ritorno, temporaneo, dopo anni all’estero…
Sì, sono rientrata in Italia dopo aver studiato e lavorato in ogni continente. Sono nata e cresciuta ad Anguillara Sabazia, paesino sul lago, carino ma senza molti servizi e quasi nessuna opportunità. Dopo l’Erasmus in Germania, ho scelto di continuare a studiare all’estero, a Parigi e poi a Harvard. Ho cominciato a lavorare con una ONG in contesti di crisi umanitarie, Iraq, Siria; da stagista ho fatto una carriera superaccelerata, girando il mondo. Vorrei restare a lavorare qui, con il mio profilo e l’esperienza accumulata, ma sono ritenuta troppo giovane per avere responsabilità, vorrebbero impormi una gavetta che io ho già fatto altrove. Intanto, negli incontri di quel viaggio ho recuperato tanto della storia del nostro paese che non ho vissuto.

Hai letto qualche libro che ti ha ispirato durante la preparazione del tuo?
Ho letto Contro l’identità italiana di Christian Raimo perché trattava lo stesso tema del mio lavoro, però la mia visione è diversa: credo si debba parlare di identità in modo inclusivo, aperto, diverso certamente da come ne parla la destra. Ho letto invece i libri di Barack Obama, che - come altri saggisti americani - puntano a coinvolgere il lettore, a risvegliare le coscienze. È un modo di scrivere basato sulle storie personali e ho preso un po’ questo approccio. Mi è stato utile il lavoro dello storico britannico John Foot che in L’Italia e le sue storie ripercorre dinamiche storiche. Anche se poi in realtà il mio editore, il Saggiatore, mi ha consigliato di preservare la mia voce e dare una prospettiva personale, così ho accantonato presto la lista di letture che avevo accumulato.

Hai scritto durante il viaggio?
Quando ero in viaggio scrivevo solo brevi post su Instagram. Durante le interviste prendevo appunti su carta, non ho registrato. Ho scritto dopo, da ferma.

Visto che ti sposti molto, leggi anche ebook?
No, solo cartaceo: sono tradizionale. Mi piace avere il libro nel formato classico, perché il digitale mi deconcentra.

E gli audiolibri?
Nemmeno. Sono però fan dei podcast. I miei preferiti sono The daily del “New York Times” che approfondisce l’attualità con prospettive originali. Fra le produzioni italiane, ascolto Qui si fa l’Italia, in cui si ripercorrono i fondamentali della storia italiana per i millennial che non li hanno vissuti. Ho ascoltato Morgana di Michela Murgia ma non mi ha coinvolto molto, il mio modo di essere femminista è diverso.

Pensi si possa scrivere un libro con il linguaggio veloce, coinvolgente dei podcast?
Sì. Sarebbe il format ideale per chi, come me, ha poco tempo e perde facilmente la concentrazione. Ho usato anche io capitoli brevi, da leggere senza interrompere il ritmo oppure in ordine sparso, personalizzato. Credo sia lo storytelling ideale per la mia generazione.

Che idea hai della narrativa di questi anni?
Si privilegiano i punti di vista individuali, si parla al singolo senza voler coinvolgere la collettività. Nei romanzi sembra che piaccia il dramma.

Da esordiente, come vedi il mondo dell’editoria italiana?
Vorrei essere sincera, ma rischio di essere eliminata dal mio editore!

Devi. Vedrai che il Saggiatore sarà clemente…
Vedo un mondo arretrato, difficile da permeare e non performing, che non sfrutta cioè il potenziale che avrebbe. Gli americani si vendono talmente bene che diffondono anche le idee dei mediocri. L’editoria del nostro Paese deve usare meglio i mezzi di comunicazione per mobilitare le persone e cominciare a conquistare i giovani.

I LIBRI DI GAIA VAN DER ESCH