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Intervista a Garth Ennis

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Lucca Comics & Games 2023 ha ospitato lo sceneggiatore di fumetti Garth Ennis, che durante una lunga chiacchierata con i giornalisti si è raccontato a tutto tondo. Dalla prima parte della vita trascorsa in Irlanda, in un momento di forti tensioni e scontri, alla maturità come autore raggiunta anche in seguito alla piena consapevolezza di quali aspetti della società moderna voler rappresentare, risultato possibile grazie alla collaborazione dei colleghi più fedeli. Avvicinandomi a Ennis sono riuscito a farmi raccontare altri interessanti particolari sulla sua vita e a farmi descrivere le emozioni che ha provato, quando ha visitato la mostra a Lucca sulla sua attività artistica.



Cosa ti ha colpito dell’esposizione che ti è stata dedicata?
Sono onorato dell’attenzione riservatami dagli organizzatori della manifestazione. Visitando la mia mostra mi sono subito reso conto di come si sia fatta “da sola”, nel senso che chi l’ha allestita sicuramente ha capito che pezzo dopo pezzo ogni argomento richiamava il successivo. In tutto centocinquanta tavole originale tratte da tutte le mie serie, una sorta di Ennis Town. C’erano anche un teatro e un pub con delle birre finte al banco, che io chiaramente ho subito cercato di bere. Tutta l’esposizione è stata interessante e ospitale, l’ho visitata con mia moglie e mi sono divertito molto. Poi Lucca è una città dove si mangia e si beve bene e anche questo non guasta.

Quale pensi sia la tua opera ad oggi più “vecchia”?
Sicuramente è Preacher. Si deve considerare che è un prodotto realizzato negli anni Novanta, al tempo i fumetti erano assai diversi rispetto ad oggi, anche se sono costretto ad ammettere che allora il mondo per me era più divertente. Nelle storie di Jesse Custer abbiamo rimandi al vecchio western, arricchiti da elementi spiccatamente horror, tutto questo adesso inizia a essere meno richiesto dai lettori. Malgrado spesso ci si spinga verso scene macabre, la serie non ha mai subito la censura, tranne alcune lettere della posta che parlavano di argomenti eccessivamente disgustosi.

Continuiamo a parlare della violenza nei tuoi fumetti, in particolare in The boys: non pensi a volte di esagerare?
Assolutamente no. La violenza fa parte della nostra realtà, purtroppo della natura umana, la si trova in ogni parte del pianeta e in ogni condizione economica e sociale. È la verità, non ci si può far niente, e io non sono interessato a indorare la pillola: voglio narrare nelle mie vignette il mondo per quello che è, anche se a volte può essere spiacevole.

Ti aggradano le versioni filmiche delle tue storie?
Come vi ho detto io sono intenzionato a rappresentare la realtà, di conseguenza trasportare sullo schermo le mie storie può determinare un punto di vantaggio per raggiungere l’obiettivo. Ma è importante considerare che nei fumetti cerco sempre di rendere il giusto onore agli eroi e non potrei mai sopportare di vedere una serie con il mio nome sullo schermo che evita questo, diventerei davvero nervoso. Sono interessato alla versione filmica delle mie produzioni, ma solo se si continua a dare il giusto merito agli eroi.

Passiamo a The Punisher, chi è per te Frank Castle?
Lui è figlio del mondo del passato, è un semplice vigilante, ma soprattutto è la personificazione della vendetta. L’ho usato per scagliarlo contro la mafia americana, contro gli ambienti militari corrotti e contro lo spionaggio industriale. Quando arriva ha lo stesso effetto di una catastrofe naturale, la tensione aumenta e lui interviene per fare vendetta al nostro posto.

Come si è consolidata la tua collaborazione con Steve Dillon?
La nostra amicizia professionale si è consolidata durante una bevuta di ottimo whisky. Stavamo discutendo su quale dovesse essere l’obiettivo principale del nostro fare i fumetti e abbiamo convenuto che l’essenziale è rispecchiare la realtà senza censure. Ne è nata una collaborazione fondata sul rispetto reciproco e sulla fiducia, possibili solo quando tra due autori c’è la piena intesa. Io sono fermamente convinto di voler vedere le mie storie disegnate da lui.

Quanto ha condizionato il tuo lavoro di scrittore l’essere nato in Irlanda, quando ancora si manifestavano forti contasti tra nazionalisti e unionisti?
In realtà io vivevo in una zona tranquilla, lontana dai contrasti di natura politica e religiosa. Ma anche per chi non era toccato direttamente dal conflitto, non era difficile rendersi conto che i capi politici ai vertici dei diversi indirizzi non avevano alcuna intenzione di trovare un accordo, questo perché traevano beneficio dalle ostilità. Questa consapevolezza mi ha spinto a maturare fin da giovanissimo un’avversione per chi detiene il potere, non riesco a fidarmi.

Pensi che tornerai a ideare una serie epica?
Custodisco nel cassetto un progetto a cui tengo molto: una serie dedicata alla Seconda guerra mondiale, in particolare alle battaglie che hanno segnato il conflitto da parte dell’Inghilterra. E sono previsti eroi che possono essere definiti epici.

Torniamo a The boys, che ha sicuramente demolito l’universo dei supereroi: dobbiamo aspettarci altre rivoluzioni da parte tua?
The boys ha portato a un serio stravolgimento e ha avuto un notevole successo, ma per il futuro credo che altre demolizioni nell’universo super siano impossibili. La gente ama troppo i supereroi e questi, nella normalità delle storie del loro genere, sono semplicemente quello che il pubblico vuole che siano, rispecchiano la volontà dei lettori e degli spettatori. È bene che tutto ciò rimanga invariato.

I FUMETTI DI GARTH ENNIS