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Intervista a Gemma Ruiz Palà

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Ho intervistato Gemma Ruiz Palà in videochiamata. Lei era nell’entroterra catalano, io a casa mia a Milano. C’era il sole dietro i nostri schermi. È stata un’intervista intensa: Gemma è solare e seria; ironica e profonda. L’abbiamo fatta in inglese ed è stato un peccato: l’impressione è che se io avessi saputo lo spagnolo, o lei l’italiano, staremmo ancora parlando.



Come ti è venuta l’idea di scrivere un romanzo come da Wenling?
Una combinazione di coincidenze fortunate. Non ho mai fatto manicure in vita mia e sono andata per la prima volta in questo nail salon all’aeroporto di New York e poi a Barcellona. Sono stata sempre interessata in questo tipo di estetica femminile degli anni Sessanta… comunque, sono andata lì e mi sono accorta che era il posto perfetto per rendersi conto del proprio razzismo e classismo. Questi posti operano al di sotto dei normali esercizi commerciali: ci si può fare ricerca se si è abbastanza consapevoli. Ho iniziato a osservare e a studiare tutte le cose in maniera da scriverci qualcosa – diaspora cinese, stereotipi su persone di razza asiatica. Non è un tema comune: ho dovuto fare molta ricerca e sono stata anche in America e in Cina.

Quanto tempo hai impiegato tra ricerca e scrittura?
Ho speso più di due anni per l’attività di ricerca – combinata al mio altro lavoro di giornalista – e più di un anno per la scrittura. Ho lavorato questo romanzo come se fosse una sorta di zuppa in cui combinare gli ingredienti, anche per spiegare i differenti livelli di conoscenza – cioè i vari excursus, le amicizie etc…

A proposito di amicizia, come si arriva a scrivere di amicizia a partire da una diaspora?
L’idea – che è anche alla base del romanzo – è molto semplice: se vuoi, puoi farlo. Gli stereotipi sono solamente barriere o scuse per non fare il primo passo. Noi che siamo privilegiati, dobbiamo fare il primo passo. Attraverso il romanzo, mostro che se si vuole comunicare, lo si fa, indipendentemente dalla provenienza delle persone. Il resto, sono solo scuse per stare con le tue persone, il tuo contesto e non uscirne. Se, come me, vivi a Barcellona, i tuoi vicini sono pakistani, cinesi, ecc... Le persone mi dicono “Wenling è speciale”. Ma in realtà non lo è: tutti abbiamo una Wenling nel nostro quartiere, basta fare il primo passo.

Quanto la tua formazione da giornalista ha influenzato questo romanzo?
È stata essenziale per la mia scrittura: la ricerca delle informazioni è stata imprescindibile: non avrei potuto scrivere un romanzo così senza ricerca. Nel mio primo romanzo – che racconta il punto di vista delle donne sul fascismo e la guerra civile spagnola – ero in un certo senso una di loro. Qui è diverso: ero cosciente che di cosa volevo spiegare: non volevo utilizzare stereotipi e ho dovuto essere precisa e pratica con gli esempi. Ho chiesto aiuto a una mia amica – Desirée Bela-Lobedde, di origine afro-catalana, che tiene dei workshop a giornalisti e politici su come evitare gli stereotipi. La maniera in cui scriviamo delle persone nei giornali e nei romanzi è cruciale per abbattere il razzismo.

Qual è il ricordo più piacevole legato al romanzo?
Un mese fa sono andata da Wenling: finalmente avrà il proprio salone senza suo marito. Il suo sogno è diventato realtà. È come se il libro fosse ancora vivo: il viaggio di queste persone non è ancora terminato. Invece, durante la stesura, ci sono stati molti momenti all’interno della perroqueria: donne che hanno creato spazi di comfort e di sicurezza. Essere stata testimone di questi momenti è stato per me molto commovente.

Al momento stai lavorando a qualcosa di simile?
No… ora sono concentrata su una storia di amore, ma non stereotipata. Lei è più anziana di lui, il romanzo è ambientato a Venezia e ci saranno dentro la Biennale, la gentrificazione, il turismo e il cambiamento climatico.

I LIBRI DI GEMMA RUIZ PALÀ