Intervista a Geovani Martins

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Geovani Martins è un giovane scrittore brasiliano che racconta la vita difficile nelle favelas di Rio de Janeiro da cui proviene. Il suo libro di esordio è un’antologia di racconti che ci mostra in maniera diretta e veritiera l’altra faccia delle nostre metropoli: le baraccopoli di Rio come paradigma delle periferie di ogni metropoli del globo, dunque. Lo incontro a Milano in occasione del tour di presentazione del suo libro organizzato da Mondadori.




C’è un interesse sempre maggiore per la realtà delle favelas brasiliane: libri, film, serie tv. Come si può raccontare senza stereotipi questo mondo così complesso?
L’idea di parlare di questi argomenti personalmente è stata sempre molto naturale. Ho sempre vissuto con un atteggiamento di scoperta. La scoperta quotidiana dei posti in cui mi ritrovavo a vivere a Rio de Janeiro. Ho sempre girato per le favelas per coglierne l’essenza vera dato che questi luoghi sono sempre stati stereotipati, anche dalla stessa letteratura brasiliana. Nel tempo la distanza tra le classi sociali in Brasile si è progressivamente accorciata, permettendo così anche alle classi più disagiate di raccontare in maniera efficace il proprio punto di vista. In questo modo molti stereotipi sono andati a cadere. Anche negli stereotipi comunque un fondo di verità ci può essere anche se si tratta sempre di una realtà parziale e molto limitata. Io comunque tento sempre di raccontare in maniera veritiera tutto ciò che conosco, avendolo vissuto sulla mia pelle dall’interno.

Il concetto di paura all’interno delle favelas. Uno dei fili conduttori del tuo libro Il sole in testa è certamente il male nelle sue varie sfaccettature. Il male e la violenza generano inevitabilmente paura. È quindi la paura il motore principale all’interno delle favelas che può spingere le persone anche all’evadere magari attraverso l’uso di droghe?
La paura è certamente un combustibile importante nella vita di ognuno di noi. La paura, in Brasile come penso nel resto del mondo, è uno strumento importante a ogni livello per influenzare la vita di tutti, come nel caso delle elezioni politiche, ad esempio. Parallelamente tratto del concetto dell’uso di droga come altro strumento di propaganda di certa stampa che vuole far credere che la droga e la violenza siano generate solo all’interno delle baraccopoli. Le favelas si trovano all’interno delle città di tutto il mondo e come nel resto del mondo hanno lati negativi ma anche positivi. Sono territori però più vulnerabili rispetto ad altri e quindi soffrono la violenza in modo differente. Ritengo poi che sia assolutamente necessario e utile parlare delle droghe perché la sola criminalizzazione è ad esempio una delle scuse più grosse che il mio governo utilizza per perpetrare la violenza indiscriminata all’interno delle favelas. Io parlo del consumo e della vendita di droga nei miei racconti per fare capire che non avviene solo nelle periferie di Rio ma anche nei quartieri più socialmente elevati.

La tua opera è interessante soprattutto dal punto di vista lessicale e dell’uso del linguaggio di strada. Quali sono state le tue influenze letterarie in questo senso?
Ho avuto molte influenze a livello letterario ma non tanto per quanto concerne il linguaggio quanto piuttosto alla struttura dei racconti. La mia maggiore fonte di ispirazione anche a livello di lessico resta comunque La città di Dio, un libro che parla delle favelas a cavallo tra gli anni Sessanta e Ottanta e da cui è stato tratto anche un film famoso in tutto il mondo. Mi sono emozionato leggendolo perché ho subito ritrovato lo slang e le espressioni che utilizziamo tutti nelle baraccopoli. Quelle pagine hanno quindi subito toccato la mia memoria affettiva. È proprio da questo momento che ho pensato di poter fare lo stesso con dei racconti sulla mia generazione. Ho voluto quindi ricreare un registro linguistico dei miei tempi che potesse comunque rimanere anche in futuro. Altre influenze importanti per me provengono dalla musica e soprattutto dai generi del funk e del rap. Questi generi in Brasile nascono nelle periferie e tengono traccia in maniera importante di tutti i cambiamenti sociali che avvengono nel tempo, linguaggio compreso. Infine credo che le persone che incontro tutti i giorni e che condividono con me il quotidiano siano un’altra importante fonte d’ispirazione. Sento da loro storie tutti i giorni e che ho utilizzato nei miei racconti, usando il loro ritmo e il loro linguaggio, anch’esso sempre in mutazione.

Il tuo rapporto con la scrittura. Come nasce questo libro per comunicare il tuo mondo e perché hai deciso di scrivere un libro invece che utilizzare un altro strumento? A chi è rivolto questo messaggio?
Il mio rapporto con la scrittura nasce da molto lontano. Ho sempre letto molto e ho iniziato a scrivere fin da piccolo. L’utilizzo della scrittura per esprimere le mie riflessioni è quindi stato un qualcosa di molto naturale e immediato. Per quanto riguarda il destinatario direi che è il mondo intero perché ho cercato di scrivere un libro accessibile a tutti, sia chi vive ogni giorno le cose che racconto sia chi non ne sa assolutamente nulla e vorrebbe approfondire. È questa la forza della scrittura. Lo stesso testo può comunicare cose diverse a persone diverse. C’è chi scopre un universo totalmente diverso e chi invece si identifica al cento per cento.

Ci sono anche numerosi film che parlano delle favelas in Brasile come Tropa de Elite o reportage come Nemesis, la recente biografia di O Nem da Rocinha ad opera di Misha Glenny. Tutti hanno dei toni molto più cupi rispetto ai tuoi racconti. Cosa ne pensi di queste rappresentazioni della tua realtà? E in Brasile la tua opera ha ricevuto delle critiche negative per le situazioni esposte, sia dalle classi sociali elevate che dagli abitanti delle favelas che magari ti accusano di sfruttarli, come molto spesso accade in maniera simile in Italia con opere dello stesso argomento?
Tropa de Elite è semplicemente un film fascista che ha generato un immaginario lontanissimo dalla realtà. I corpi speciali del BOPE rappresentati dal film sono idealizzati come eroi senza macchia quando invece sono molto corrotti e violenti. Nelle favelas questi agenti compiono ogni giorno veri e propri genocidi. Nemesis è invece un testo molto interessante perché, benché l’autore sia un inglese, si è documentato molto e quindi il libro è molto valido. Io però scrivo in un modo diverso. Quando ho iniziato a scrivere ho sempre notato che in libri simili lo slang per esempio veniva spiegato con delle note a margine e questo concetto mi infastidiva molto. Non solo in questo modo si rompe il ritmo della narrazione ma si relega ai margini la lingua di strada. Io mi voglio rivolgere a tutti senza filtri, non faccio opere per turisti avventurosi in cerca di emozioni forti. Racconto delle persone che conosco e delle situazioni che vivo ogni giorno. Per quanto riguarda le critiche io di solito non le considero molto per non farmi influenzare anche se, a dire il vero, sono sempre state positive nei miei confronti. A volte sono stato criticato per i miei personaggi, ritenuti non realistici per le cose che dicono o che pensano ma posso confermare che sono tutti basati sulla realtà. Nelle favelas conosco tanta gente e sono tutti molto affettuosi nei miei confronti e questo mi dà grande felicità. Gli abitanti delle baraccopoli gioiscono della mia posizione perché rappresento per loro una voce diversa e più positiva rispetto alle cronache dei quotidiani.

Gesualdo Bufalino ha descritto la Sicilia come un insieme di “lutto e luce”. È un’immagine che si può accostare anche al Brasile e alle favelas?
Sì e nel libro io cerco sempre un equilibrio tra questi sentimenti diversi perché tutti possiamo essere felici e tristi allo stesso tempo. Credo che questo parallelo tra Sicilia e Sud America sia plausibile quindi, dove la felicità e la tristezza si alternano molto rapidamente. Io ho voluto fornire un contributo diverso sulle favelas dato che le altre opere tendono tutte alla tragedia. A me la tragedia non interessa perché è irreversibile. A me interessano le possibilità e le occasioni, dove le cose possono sì finire male ma anche magari anche avere un lieto fine.

Qual è il tuo racconto preferito nella tua raccolta? Ce n’è stato uno particolarmente difficile o doloroso da scrivere, essendo tutti basati su storie di vita vissuta?
Giretto certamente, il primo racconto che trovate ne Il sole nella testa. Il motivo è perché è stato proprio il primo racconto che mi ha permesso di fissare il mio stile di scrittura. Mi diverte molto anche Roulette russa, perché contiene tantissime immagini della mia infanzia. Il più difficile da scrivere è stato Spirale, perché l’ho scritto molto velocemente e noto, rileggendolo, ancora dei problemi di forma. L’ho dovuto scrivere in questo per fermare sulle pagine quelle sensazioni particolari che stavo provando ma col senno di poi mi sarei preso più tempo per la forma a scapito di qualche dettaglio della trama.

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