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Intervista a Gerda Blees

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Il Salone del Libro di Torino è sempre una grande festa. Il tema di quest’anno, “Cuori Selvaggi” ha richiamato oltre 165mila visitatori nel capoluogo piemontese, rendendo l’edizione 2022 quella con maggiori ingressi in assoluto della storia. Neanche il caldo torrido e decisamente fuori stagione, ha spaventato noi di Mangialibri che – armati di bottigliette d’acqua, zaini vuoti da riempire con nuovi titoli e l’inseparabile taccuino con penna – abbiamo partecipato entusiasti al Salone, come sempre. Nell’occasione abbiamo anche intervistato Gerda Blees, una scrittrice olandese al suo esordio letterario pubblicato in Italia dalla casa editrice Iperborea. L’abbiamo incontrata nella hall dell’Hotel NH Lingotto dove, complice la disponibilità di Francesca Gerosa di Iperborea e l’aria condizionata in azione, ci siamo concessi una lunga e interessante chiacchierata con l’autrice e un attimo di tregua dal caldo afoso.



La prima domanda non può che essere sull’origine di Noi siamo luce. Sappiamo che ti sei ispirata a un fatto di cronaca accaduto in Olanda, ma quanto di vero e quanto di finzione letteraria c’è nel tuo libro?
Il libro ha iniziato a prender forma quando ho letto di questa storia sui giornali; è un fatto accaduto nel 2017 a Utrecht dove una donna, membro di una comunità, è morta a causa di denutrizione. La vicenda mi affascinava moltissimo, ho iniziato a raccogliere informazioni scoprendo anche un blog scritto dalla leader di questa comunità. Da qui ho iniziato a immaginare la storia; ho deciso di non narrarla dall’inizio, ma dall’arrivo degli altri membri della comunità al commissariato di polizia. Quindi di vero ci sono i fatti, di inventato ci sono i nomi dei protagonisti di questa storia, e anche il loro background: quest’ultimo non corrisponde a quello reale, in modo da adattarlo meglio all’idea di libro che volevo scrivere e che avevo in mente.

Uno dei primi aspetti che emerge fin da subito dalla lettura del romanzo è la modalità con cui la storia viene raccontata. Tutti i personaggi, umani e non, hanno modo di narrare dal loro punto di vista i fatti di cui sono stati testimoni o partecipi. Unica a non avere una sua versione dei fatti è Melodie, protagonista indiscussa della storia. Come mai questa scelta?
Volevo che il lettore fosse in grado di farsi un’idea sulla vicenda e su Melodie, senza che questa fosse influenzata dalla sua stessa visione e pensiero. Non c’è una lettura giusta e sbagliata su quello che viene narrato, ma è come se il lettore fosse messo dinnanzi a una serie di testimonianze, proprio come accade ai poliziotti quando indagano per accertare l’esistenza o meno di un reato: non sanno qual è la verità, non hanno una opinione precisa di cosa può essere accaduto, ma lo scoprono ascoltando. Un esempio è il capitolo nel quale sono voce narrante i calzini di lana: loro amano e sentono la mancanza, in un certo senso, di Melodie. Hanno una visione diversa dagli altri e questo permette di costruire l’opinione sul personaggio solo dopo aver messo insieme tutti i differenti punti di vista sulla vicenda. Inoltre mi affascinava l’idea di non affidare a una sola voce narrante l’intera storia.

Il cibo e la dipendenza da esso (o dalla sua mancanza) sono la tematica principale del libro. Che valore hanno invece per te?
Non è la prima volta che scrivo su questo tema: prima di Noi siamo luce ci sono stati un breve racconto e una poesia su una ragazza affetta da anoressia. È un tema che mi ha sempre affascinata. Una persona che soffre di un disturbo alimentare, in particolare di questo, ha una percezione distorta del proprio corpo: si vede in un certo modo quando in realtà si è veramente molto molto magri. Mangiare rientra tra uno dei nostri istinti vitali. Quando lo neghiamo, è come se negassimo la realtà: ci convinciamo che possiamo vivere anche facendo a meno del nutrimento, anche se sappiamo che non è così. Eppure, proprio la mancanza di cibo, fa sì che si inneschi un meccanismo dal quale, alcune volte, è molto difficile uscire. Volevo indagare questi aspetti, cercare di capire come si arriva a questo punto e questa storia me ne ha dato l’occasione.

La comune di Suono e Amore è simile, seppure in piccolo, ad altre esperienze di vita comunitaria che terminano in tragedia (un esempio è quella di Jonestown che nel 1978 culminò in un suicidio di massa). Pensi che esperienze di questo genere possano avere dei risvolti anche positivi o sono tutte da buttare?
Ho vissuto anche io in una comune e penso che la chiave per una buona riuscita di questa esperienza sia quella di non isolarsi, mantenere sempre un contatto con la realtà esterna per non creare una realtà alternativa all’interno della comunità stessa. Melodie ha un carattere molto forte, è la leader di Suono e Amore e gli altri membri sono estremamente dipendenti dal suo carisma, pur non condividendo in toto alcune delle sue scelte. Lei non permette un bilanciamento tra gli obiettivi che si pone la comunità e la vita reale al di fuori di questa, e questo è molto pericoloso. Uno dei maggiori problemi delle comuni è l’ideologia intorno alla quale spesso si costruiscono: quella in cui ho vissuto ne aveva una, ma non così forte da non permettere ai propri membri di confrontarsi con il diverso e l’esterno alla comunità. Se giustamente bilanciata, la comune è una bellissima esperienza di vita.

È con un finale aperto che termina il libro: sarà il lettore ad immaginare che conclusione dare al racconto. Ma se tu potessi svestirti dagli abiti di scrittrice e indossare quelli del lettore, che finale vorresti?
Quando ho iniziato a scrivere, avevo in mente un finale ben preciso. Quando poi mi sono avvicinata alla conclusione, è stato come se il personaggio di Muriël avesse preso vita, alzandosi da quel materasso gonfiabile nel salotto e dirigendosi verso la porta. Per questo mi è ancora così difficile immaginare una conclusione definitiva, per il semplice fatto che ancora non la conosco. Come accade per l’intera storia, non c’è la volontà di dire “questo è giusto” e “questo è sbagliato”, quanto piuttosto quello di esporre i fatti. E i fatti rappresentano la realtà che non è mai lineare e semplice, ma sempre ricca di implicazioni e controversie. Per questo anche nel finale, non è semplice immaginare cosa possa fare Muriël proprio perché ognuno dei possibili scenari è attuabile.

C’è un messaggio in particolare che vorresti che passasse al lettore?
Più che per lanciare un messaggio, ho scritto questo libro per fare una domanda: come è possibile che una cosa del genere possa succedere? È stato un voler portare alla luce le possibili motivazioni, le fragilità che si celano dietro un evento del genere. Quando il caso esplose in Olanda, fu abbastanza semplice giudicare l’accaduto senza però interrogarsi sul come e perché. Con il libro invece vorrei che ci si interrogasse proprio sul perché accadono certe cose.

Noi siamo luce è il tuo primo romanzo. Qual è stato l’aspetto più difficile che hai dovuto affrontare lungo la stesura?
Prima di questo libro ho sempre scritto racconti brevi e poesie; quindi il primo ostacolo che ho dovuto affrontare è stato quello di mantenere la concentrazione e l’unità narrativa per un arco temporale ben più lungo. Alcuni capitoli sono stati più fluidi di altri. Per esempio, il capitolo della penna è stato uno di quelli in cui ho incontrato maggiori difficoltà: la prima stesura non mi piaceva ma non riuscivo a capire come fare per migliorarlo. Poi mi sono resa conto che quello che mancava era il coinvolgimento emotivo, ed è qui che si è palesata la vera complessità: immaginare un’anima e una morale per un oggetto inanimato.

Sei arrivata tra i finalisti del Premio Libris e hai vinto nel 2021 il Premio dell’Unione europea per la letteratura e il Premio dei librai olandesi. Tra la poesia e la prosa, qual è che ti rappresenta maggiormente o che senti più affine?
Ma questo è come chiedere a un bambino a chi vuole più bene, se alla mamma o al papà! Posso dire che sento la poesia come madre e la prosa come padre. La poesia mi permette di guardare dentro me stessa, mentre la prosa ha uno sguardo più ampio. Ma sicuramente, mi sento più a mio agio nei racconti brevi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Al momento sto lavorando a una nuova raccolta di poesie autobiografiche. È un progetto nuovo poiché per la prima volta scrivo attingendo dalla mia vita, in particolare al periodo della mia gravidanza. E sono al lavoro anche su un nuovo romanzo, con al centro un episodio avvenuto in Olanda nel 1992.

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