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Intervista a Giampaolo Manca

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Giampaolo Manca è stato un esponente di spicco della cosiddetta Mala del Brenta, organizzazione criminale autoctona che ha segnato la storia del Veneto dagli anni Settanta fino agli anni Novanta. Manca ha fatto trentasei anni e otto mesi di carcere (molti dei quali in regime di 41-bis), più della metà dei suoi sessantaquattro anni di età. Ma oggi è un uomo nuovo. Un cambiamento, il suo, che passa da una fede profonda in Dio. Giampaolo è stato all’inferno ma è ritornato e ha deciso quindi di mettere nero su bianco, in un libro, la sua triste esperienza di vita, in una maniera toccante e profonda. Tutto questo per dare un senso alla sua rinascita, perché i giovani capiscano come una vita spesa come la sua finisca in una sola direzione possibile e anche perché da questo progetto nasca qualcosa di buono per chi si trova in difficoltà. Abbiamo incontrato Giampaolo a Mestre nel 2018 in compagnia di suo figlio Armando e di Anna Buono, la volontaria che lo ha seguito nei momenti più difficili in carcere e che lo ha incoraggiato a utilizzare la scrittura come una vera e propria terapia per lenire le ferite del passato. Nel 2021, per l’uscita del suo secondo libro, siamo invece stati costretti a intervistarlo su Skype a causa della pandemia di COVID-19.




Giampaolo, come prima domanda ti chiederei perché la scelta di questo titolo per il tuo libro All’inferno e ritorno e di questa copertina, con il diavolo che campeggia su Piazza San Marco…
Il titolo l’ho scelto perché ritengo che la mia vita sia stata un vero inferno e solo il diavolo possa avermi guidato nelle mie azioni scellerate. Ci terrei a precisare però che il vero inferno non sono stati i quasi quarant’anni di carcere, come in molti ritengono erroneamente, bensì la mia vita di reati. Il diavolo è stato un complice assoluto delle mie malefatte ma oggi, grazie all’aiuto di Dio, posso dire che sono riuscito a sconfiggerlo. Quindi l’inferno l’ho abbandonato alle mie spalle.

Di che cosa parla il libro nel dettaglio?
Questo libro è un’autobiografia che inizia dalla mia infanzia e racconta della mia famiglia e di quel particolare contesto storico in cui sono nato, ossia il dopoguerra. Mio padre era un finanziere di origine sarda che ha ricevuto un’educazione ottocentesca da mio nonno, la stessa che ha ritenuto giusto impartire a me e al mio gemello Fabio. Questo sta a significare una violenza quotidiana nei nostri confronti e anche di mia madre. Sai, oggi ho capito che amore porta amore e male porta solo male, ma quando si hanno cinque o sei anni si tende a replicare ciò che si vive in casa. Io quindi mi sono sempre portato dentro solo tanta violenza e la mancanza di accettazione da parte di mio padre. Ho quindi colmato questo vuoto con la strada, nonostante il fatto che la nostra fosse una famiglia borghese e proprietaria anche di un albergo a Venezia. Io però l’ho sempre rifiutato, il mondo borghese, e mi sono sempre trovato meglio con i più poveri in mezzo alla strada, vivendo e imparando da loro tante lezioni, alcune positive ma tante anche molto negative. La mia carriera delinquenziale è iniziata in questo modo ed è tutto raccontato nel libro fin nei minimi dettagli. Il passo verso la criminalità vera e propria è giunto solo in un secondo momento.

Quando è stato scritto All’inferno e ritorno?
Nel mio percorso di carcerazione, negli ultimi periodi, sono stato ospite di una comunità di Rimini. Qui ho incontrato Anna Buono, che è diventata la mia counselor: è stato un vero e proprio colpo di fulmine. A pelle ci siamo piaciuti fin da subito e quindi è nato questo vero e proprio amore fraterno. Sono molte le cose che ci accomunano, una su tutte il provenire entrambi da Venezia. Mi sono fidato subito di questa persona e così le ho cominciato a raccontare d’un fiato tutta la mia vita. Anna, in seguito, mi ha suggerito di mettere nero su bianco questa esperienza e ha anche vinto i miei tentennamenti iniziali a intraprendere questa impresa, incoraggiandomi e spronandomi giorno dopo giorno. Io faccio sempre presente che ho solamente la quinta elementare e non sono uno scrittore, ma la stesura di questo volume mi è servita come una vera e propria terapia. Una terapia molto dolorosa però, perché, rievocando tutti i fatti narrati, è come se li avessi rivissuti ancora decine di volte. Un dolore però necessario per il mio percorso. Queste sono cicatrici che non potranno mai rimarginarsi, ma sarei contento se la mia esperienza potesse servire agli altri per fare tutto l’opposto di ciò che ho fatto io. Per me è doveroso far conoscere la mia storia perché, dai miei errori, sono consapevole di poter donare qualcosa agli altri. Rientrato quindi per un anno in una cella singola per un residuo di pena, mi sono buttato nella scrittura a capofitto, seppure tra mille difficoltà. Ho scritto di getto, come se mi fossi trovato davanti allo specchio e mi ha fatto molto male, come ho spiegato, ma nello stesso tempo mi ha guarito. So che Dio mi ha aiutato in questo progetto e continua a farlo.

Hai scritto tanto in questi momenti di solitudine; ma hai anche letto? E se sì, che cosa leggevi?
Leggevo tanti quotidiani, soprattutto politica internazionale, per stare al passo con i tempi e perché il cervello non mi si atrofizzasse. La scrittura e la lettura mi hanno dato una mano a evitare di diventare un automa la cui vita è scandita per decine di anni sempre dalle stesse azioni. Il carcere è alienante e la lettura, con le sue notizie quotidiane, mi permetteva di rimanere vivo e sano intellettualmente.

Che progetto c’è dietro alla pubblicazione del tuo libro?
Faccio una premessa. Per All’inferno e ritorno mi sono ritrovato all’interno del mondo dell’editoria e posso testimoniare che è difficilissimo portare a termine la pubblicazione di un proprio volume. I problemi e gli ostacoli sono veramente tanti. Detto ciò, quando si ha Dio come alleato, l’impossibile diventa possibile e quindi ci ho sempre creduto fino in fondo e alla fine sono riuscito a pubblicare la mia autobiografia. Questo libro del male quindi desidererei diventasse un libro del bene. Con il ricavato delle vendite, poi, vogliamo aprire una comunità per bambini e giovani in difficoltà e un po’ ribelli, in modo da portarli sulla retta via e aiutare al contempo le ragazze madri. Di strada da fare ce n’è ancora molta, ne sono consapevole, ma in molti mi stanno dando una mano. Voglio diventare uno strumento di bene e anche se riuscirò a salvare un solo ragazzo dal carcere sarà per me una grande vittoria. A me, da ragazzo, è stato insegnato a come fare le rapine mentre io vorrei insegnare che i valori della vita sono ben altri. Le cose materiali sono così effimere ma in passato ci sono cascato anche io in questo circolo diabolico. Prima, se non avessi speso almeno venti milioni di lire al giorno non sarei stato soddisfatto mentre oggi capisco cosa è ciò che conta veramente nella vita.

La tua esperienza letteraria si esaurirà con questo libro?
In carcere ho scritto tantissimo e la mia vita non può essere certamente racchiusa in trecento pagine. Dato il grande amore che sto ricevendo dalle persone e che mi sta galvanizzando finalmente per qualcosa di buono e non per fare del male, sicuramente produrrò dei seguiti de All’inferno e ritorno. Non mi sono mai fidato della società civile quando ero un criminale, ma oggi mi devo ricredere. Non cerco certo applausi ma incoraggiamenti per i miei propositi, cosa che ricevo quotidianamente. Io ho bisogno solo di questo. La mia amica Anna, qui presente, ha sempre sottolineato come la radice di tutti i miei problemi sia stato il non essere mai stato accettato ed è verissimo. Ricevere quindi tutto questo amore oggi, da persona rinata, è veramente bellissimo, un vero e proprio miracolo. Siamo in contatto anche con un’università del North Carolina che utilizza il mio libro come testo nella Facoltà di Criminologia e psicologia e siamo anche in trattativa con alcune reti nazionali per un documentario sulla mia vita. Non poniamo quindi limiti alla Divina Provvidenza.

Perché secondo te le storie come la tua, quella del passato intendo, affascinano così tanto?
Purtroppo il male affascina. Alcuni giovani stupidi mi avvicinano chiamandomi Doge, con l’ammirazione e l’invidia negli occhi per le rapine che ho realizzato in passato. Io mi trattengo nel non prenderli a male parole, data l’idiozia dimostrata. Io, ad esempio, personalmente sono contrario alle varie serie tv o fiction che si vedono in televisione. Secondo me il rischio di emulazione è altissimo. Si rimane abbagliati perché spesso i fatti negativi non vengono stigmatizzati abbastanza e si vedono solo soldi e Ferrari. Io il mio libro l’ho scritto proprio per rappresentare l’abisso in cui si può cadere con una vita così e come si può comunque sempre risorgere, dopo avere toccato il fondo. In molti hanno scritto, scrivono e scriveranno di certe cose, magari per fare clamore o per altre motivazioni, ma io credo che sul male non si debbano fare mai spettacolarizzazioni o speculazioni. Non vedo il rimorso in molte di quelle righe scritte nei vari saggi mentre io vivo di rimorso ogni giorno. Io ancora oggi, infatti, non capisco perché Dio non mi abbia fermato in certe azioni. I genitori devono stare molto vicini ai figli. Io capisco che oggi i tempi sono frenetici e che è necessario lavorare e stare tanto tempo fuori casa per mantenere la famiglia ma non bisogna mai tralasciare l’educazione e l’attenzione nei confronti dei giovani. Se c’è il pane a tavola ma non c’è l’amore manca l’elemento fondamentale per una crescita sana di un individuo. Si è genitori non tanto con lo stipendio in tasca ma piuttosto seguendo veramente da vicino i figli. Dio ci ha creato con amore e quando si dà amore lo si può solo ricevere indietro.

Oltre al tuo, c’è qualche libro sulla Mala del Brenta che secondo te merita di essere letto per approfondire la vicenda?
Si è speculato molto sulla mafia del Brenta e si continua a farlo. Come ti ho detto, sulle nostre azioni è stato scritto di tutto e di più negli anni passati anche se, il più delle volte, ci si è limitati a resoconti processuali di carte che non sempre trattano della verità vera ma solo di quella processuale, appunto. Dopo anni, magari, si scopre, invece, che un imputato giudicato colpevole risulti essere innocente e quindi assolto, inficiandone la veridicità totale. Tutti questi autori e giornalisti non erano presenti a quelle azioni terribili mentre io purtroppo sì e quindi risulto sicuramente più attendibile, sotto molti aspetti.

Per chi volesse leggere il tuo libro, alla luce delle tue difficoltà editoriali, come potrebbe fare per procurarselo?
Nel caso in cui non dovessi trovare una casa editrice che creda al 100% in questo tipo di progetto benefico, senza rimetterci naturalmente, e mi aiuti nella distribuzione a livello nazionale, continuerò a farlo da solo, come se fosse un porta a porta.

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Ci siamo lasciati ormai quasi tre anni fa con la promessa di nuove uscite di tuoi libri, dato il tanto materiale prodotto durante la tua lunga detenzione. Cosa è successo nel frattempo?
Risposta: nel frattempo è uscito un nuovo libro, il secondo della serie, che ho intitolato Le mie carceri speciali. E non ho intenzione di fermarmi dato che il materiale prodotto sul mio passato movimentato durante la detenzione è tantissimo. Le mie carceri speciali è il sequel diretto del primo libro. Riprendo da dove era terminato All’inferno e ritorno e quindi il libro comincia con il mio arresto a Milano, in cui subisco l’ennesimo tradimento. La mia vita è costellata di tradimenti, ma è comunque destino e lo accetto. Parlo quindi anche del mio cambiamento non tanto per via del carcere quanto per l’incontro con Dio. Un incontro decisivo per la mia scelta di redenzione che non ho mai abbandonato nonostante l’aver pagato anche colpe che non erano mie. Un periodo duro ma con Dio l’impossibile diventa possibile.

Qui parli nel dettaglio dell’arte come strumento salvifico all’interno delle carceri e in particolare dell’attività teatrale. Mi puoi dire qualcosa di più di questo aspetto?
Sì, noi nel carcere di massima sicurezza di Voghera siamo stati i primi a intraprendere un percorso del genere e siamo riusciti a mettere in piedi con successo una pièce teatrale che ha rappresentato l’inizio di un nuovo orientamento all’interno delle carceri dure. In galera il senso d’odio è un’esperienza continua ma abbiamo capito che vivere così non avrebbe avuto più senso e quindi abbiamo iniziato a porci in un modo diverso e siamo stati ricompensati con questa opportunità. Era un periodo particolare quello, c’erano appena state le stragi di mafia e quindi le condizioni di detenzione si erano inasprite parecchio. Non è stato facile ma questa esperienza artistica ci ha donato un barlume di speranza. Una delle anime di quel progetto è stato Mario Tuti, un estremista nero considerato irriducibile, che ha messo in piedi una sua opera. Siamo riusciti a contattare le varie istituzioni e alla fine ci siamo riusciti. Mi considero comunque un privilegiato per questo, dato che Voghera era un po’ il fiore all’occhiello dell’amministrazione carceraria e la situazione da altre parti non era esattamente la medesima.

Questo secondo libro vede anche dei notevoli passi in avanti a livello di editing. Mi puoi raccontare questo aspetto?
Durante la distribuzione autonoma del primo libro presso le librerie sono entrato in contatto con una persona che ha lavorato circa trent’anni per Mondadori. Quando ha letto il mio libro mi ha detto che se l’editing fosse stato un po’ più curato avrebbe avuto il potenziale per diventare un bestseller. Io però volutamente All’inferno e ritorno l’ho lasciato come una sorta di flusso di coscienza perché avevo paura che perdesse l’anima e si snaturasse, per così dire. I lettori mi hanno sempre dimostrato di avere apprezzato questo aspetto. Ho voluto però seguire il consiglio per il secondo libro e quindi ho deciso di raffinare un po’ il testo originale. Per questo editing mi ha dato una mano una professoressa di letteratura.

Quanti libri prevedi di far uscire nel prossimo futuro?
Ho già materiale pronto e scritto a mano per almeno altri tre libri ma penso poi di scriverne un sesto per raccontare un po’ anche quello che mi è successo in questa mia seconda vita. Anche perché da poco sono diventato nonno di un bellissimo nipotino e mio figlio ha conosciuto la sua compagna proprio alla presentazione del mio primo libro. Era destino quindi e Dio mi ha ricompensato in questo modo per il mio cambiamento. Il terzo sarà sempre incentrato sulla detenzione con alcuni flashback sulla mia vita fuori e dovrebbe uscire verso la fine del prossimo anno.

Esaurito questo filone della tua storia pensi magari di dedicarti a qualche altro argomento?
Io conosco i miei limiti e so di avere qualche carenza di troppo dal punto di vista letterario, quindi non vorrei avventurarmi in ambiti che non mi competono, anche se la fantasia non mi manca. Io però sono questo che conosci e non cerco di diventare uno scrittore. Voglio solo raccontare soprattutto ai giovani la mia storia e il mio messaggio. Una società russa chiamata ProLab mi ha però chiesto di collaborare con loro per un libro fotografico legato ad alcune chiese molto importanti per la mia vita. Un progetto molto interessante.

Ci hai raccontato le tue grandi difficoltà all’interno del mondo editoriale per pubblicare il tuo primo libro. Come è andata per Le mie carceri speciali?
Molto semplice, adesso sono editore di me stesso con la Giampaolo Manca Editore. Mi sono iscritto alla Camera di Commercio di Venezia e voglio dare spazio e una mano a degli esordienti, in modo che non capiti loro quello che è capitato a me agli inizi. Do una percentuale equa sul venduto e offro anche editing, realizzazione della copertina e altri servizi.

Che novità ci sono nell’ambito della tua associazione benefica New Eden?
La strada è lunga, devo arrivare a 6 milioni per ottenere un terreno da 50.000 metri quadrati. Così anche da sviluppare una struttura che possa autosostenersi. Però non mollo e sono sempre sul pezzo. Ultimamente mi sto dedicando e sto lottando per alcuni bambini con malattie rare che necessitano di farmaci costosissimi e che le regioni non forniscono. Faccio appelli quotidiani e tento di suscitare un po’ di clamore attorno a questi casi, coinvolgendo anche il mondo dello spettacolo e dello sport.

E sul fronte del film e della serie tv tratti dalle tue opere cosa ci puoi dire?
La sceneggiatura è pronta ed è ad opera di Carmelo Pennisi, colui che ha scritto la sceneggiatura di Karol, sulla vita di Giovanni Paolo II. Siamo in contatto con Netflix ma il Covid ha bloccato tutto. Dovremmo iniziare a girare a settembre e dovrebbe chiamarsi Matricola. Una storia non tanto di crimine quanto di redenzione. C’è tanta morbosità attorno al mondo del crimine ma a me importa solo trasmettere ciò che sono adesso. E sono molto amato per questo, l’amore mi ha fatto rinascere.

I LIBRI DI GIAMPAOLO MANCA