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Intervista a Giampiero Neri

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Nelle sue parole Giampiero Neri (pseudonimo di Giampietro Pontiggia, fratello dello scrittore Giuseppe) rivaluta i valori morali purtroppo andati persi con il consolidarsi della società attuale, volta esclusivamente all'interesse personale. Raggiunto telefonicamente, il poeta mi ricorda l’importanza dei rapporti umani attraverso autori e personaggi che hanno segnato la sua esistenza, tra i quali emerge ancora una volta la figura del professor Fumagalli, a cui ha dedicato una parte della sua opera in prosa poetica. Sono uscito arricchito da questa lunga chiacchierata con Giampiero Neri, fiducioso che la poesia non è assolutamente ancora morta.




Secondo te cosa può donare la poesia al lettore?
Credo che la poesia possa assumere un ruolo rilevante nella vita di un lettore capace di apprezzarla. I versi generano uno stato d’animo di profonda emozione, sia nella lettura che attraverso l’ascolto. Alla dimensione dei sentimenti subentra la riflessione, la poesia deve permettere di conoscere la realtà, perché consente di comprendere in modo più attento tutto ciò che ci circonda.

Cosa pensi della società attuale?
Siamo sommersi dalla propaganda politica e dalla pubblicità commerciale, l’obiettivo è vendere prodotti e promuovere strategie di governo. Tra le persone i rapporti sono fondati sull’ipocrisia e questa situazione, purtroppo, rende gli uomini soli e schiavi di coloro che detengono il potere. Mancano nell’atteggiamento comune la spontaneità delle relazioni e il dovere della sincerità, che sono alla base dell’amicizia, altro valore che purtroppo si tende a perdere. In questo modo l’uomo si concentra sui suoi interessi economici, in una corsa finalizzata esclusivamente alla ricchezza materiale, che è un bene effimero. La poesia può recuperare i valori persi, rivelare al lettore quanta umanità sia dentro ognuno di noi che rimane sommersa dal materialismo.

Chi era il professor Fumagalli?
Fumagalli è stato il mio insegnante di materie letterarie nella scuola media, che ai miei tempi si frequentava tra gli undici e i tredici anni. Una delle sue passioni culturali era il paradosso. Il professore aveva capito che attraverso il paradosso si può andare in profondità nella comprensione delle cose, si può avere una visione più lungimirante di ogni situazione. Spesso si spostava dal suo paese per andare a Inverigo, nella Bassa Brianza, dove aveva tra gli avventori di un caffè ascoltatori fedeli e appassionati che sapevano apprezzare i suoi commenti sulla vita. Un giorno uno di loro gli chiese perché non si volesse trasferire a Inverigo, sicuramente sarebbe stato più comodo per lui invece di affrontare sempre il viaggio, ma Fumagalli seppe come giustificare il suo comportamento. Sostenne che se si fosse trasferito avrebbe perso la sua meta e questo non lo poteva accettare: si deve sempre avere una meta. Credo che tuttora la perdita del mio caro insegnante lasci in me un grosso vuoto. Un pomeriggio andò a riposare ed è morto nel sonno; mi consola sapere che non ha sofferto nel suo passaggio. Aveva settant’anni, un’età oggi considerata prematura per morire.

Quali sono le tue letture?
Mi dedico da sempre molto agli scrittori russi, da La figlia del capitano a Il Dottor Zivago, ma sono solo due titoli di due autori, Puškin e Pasternak, potrei continuare con molte altre citazioni. Il senso del destino degli scrittori russi e la loro profondità mi hanno sempre affascinato, credo di aver ricevuto un grande contributo a livello emotivo e culturale dalla lettura delle loro opere. Per la poesia l’autore che non ho mancato mai di approfondire è Dante, ricordo tuttora vari passi della Commedia; vengo da una formazione letteraria dove imparare le poesie a memoria era un esercizio apprezzato, lo facevo anche all’ultimo anno del liceo. Far riemergere i brani nella mente ci permette di sentirli nostri, credo sia un’abitudine che, oltre ad arricchire la formazione letteraria, può con il tempo donare belle emozioni.

Quali sono le tue preferenze musicali?
Amo la classica, in particolare Bach, che credo ci abbia lasciato almeno i tre quarti della musica più intensa di ogni tempo. Bach è un poeta del suono, perché come la poesia anche la sua musica è un conforto per lo spirito, soccorre l’ascoltatore sia nella tristezza che nell’esuberanza, un autore adatto a ogni stato d’animo come per l’appunto la poesia è un conforto per qualsivoglia condizione emotiva. Solo che l’opera letteraria si esprime attraverso il linguaggio, è una forma d’arte più evidente della musica; non dimentichiamo che il linguaggio è l’aspetto che diversifica l’uomo dagli animali, al di là delle parole siamo animali in tutto e per tutto.

Quali sono i tuoi rapporti con il cinema?
Credo di aver avuto molti spunti dal cinema, è una forma d’arte che apprezzo molto, in particolare il cinema francese degli anni Trenta per la visione metafisica che trascende la materia, e il Neorealismo di Rossellini e Pasolini per l’analisi sociale. Ma è ai francesi che do il primo posto. Il cinema quando è di buon livello spinge le persone a riflettere, attraverso i film si possono educare le masse. In Corvo rosso non avrai il mio scalpo, con Robert Redford, quando al protagonista viene chiesto se valeva la pena di compiere tante imprese per diventare noto, lui risponde semplicemente “Chi lo sa?”; rispondendo a una domanda con un’altra domanda, insinua un dubbio, affinché lo spettatore rifletta sulle vicende narrate nel film.

Come ricordi tuo fratello Giuseppe?
Sicuramente era un uomo buono. Voglio ricordarlo così, credo che la sua bontà fosse molto più importante di qualsiasi pregio letterario.

La poesia potrà sopravvivere?
Certo, non ho dubbi. Potrà con il tempo morire la forma tradizionale della poesia, ma sopravviverà negli atti delle persone, sia reali che narrati nei romanzi. Un autore contemporaneo ha detto che la poesia è presente persino in una stretta di mano, in un abbraccio, in qualsiasi manifestazione di affetto o di emotività in generale. In questi termini la poesia non può morire.

I LIBRI DI GIAMPIERO NERI