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Intervista a Gian Sardar

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Gian Sardar è nata e vive a Los Angeles. Suo padre è originario dal Kurdistan iracheno, sua madre del Minnesota. L’abbiamo contattata via mail in occasione dell’uscita del suo primo romanzo tradotto in Italia – una storia di memoria, tradizione, amore, guerra ambientata negli anni Settanta – e lei ha risposto volentieri alle nostre domande.



Perché hai scelto il Kurdistan della fine degli anni Settanta per il tuo romanzo Papaveri di fuoco?
Sono diversi i motivi per cui ho scelto il 1979 come anno in cui è ambientato il mio romanzo, ma il motivo principale è che io e la mia famiglia abbiamo fatto un viaggio lì proprio quell’anno. Per questo motivo, disponiamo di fotografie e vecchi filmati e conosciamo molto bene i rischi che si correvano, la politica dell’epoca. Sebbene i miei ricordi del viaggio fossero quelli di una bambina, mia madre e mio padre conservano i loro ricordi del viaggio, molti dei quali hanno costituito le storie che ho sentito raccontare nel corso degli anni. Chiedere a mia madre del suo viaggio come americana (poiché Olivia, il mio personaggio principale, è un’americana) nel Kurdistan iracheno durante questo periodo è stato inestimabile, poiché si trattava di esperienze di vita reale e di uno sguardo dal di dentro tipico di quella generazione. Un altro motivo per cui ho scelto questo periodo è perché è un po’ distante dal clima e dalle circostanze politiche attuali, eppure i viaggi e le difficoltà esplorate nel libro sono gli stessi attualmente per molti - non solo nelle aree curde, ma in molte altre del mondo. Credo sia importante vedere le somiglianze nella lotta, relazionarsi con gli altri e capire che nel corso del tempo la nostra condizione essenziale di esseri umani è rimasta la stessa nel suo nucleo più profondo: abbiamo bisogno di libertà, diritti, rispetto ed empatia (per cominciare).

Quanto sono importanti le radici e i ricordi per Olivia (e per ognuno di noi)?
Tanto, tanto importanti. I ricordi sono tutto ciò che ci resta alla fine della giornata e formano le nostre scelte e i nostri obiettivi quotidiani. A causa di ciò che abbiamo passato e di ciò che ci portiamo dietro del nostro passato, abbiamo determinate priorità e obiettivi, simpatie e antipatie. Ma è anche importante conoscere la vita dei nostri genitori e delle nostre famiglie - le nostre radici - perché le loro lotte si riflettono nelle loro scelte e nei mondi che hanno formato per noi. Tornare nei Paesi di origine, per esempio, e camminare per le strade percorse dai nostri antenati, può essere davvero illuminante.

Quanto di Gian c’è in Olivia?
Mi piace pensare che ci sia molto di me in lei! Come scrittrice, cerchi sempre di guardare le cose dal punto di vista dei tuoi personaggi, ma per immaginare un’americana che si sente fuori luogo in una cultura che era diversa da qualsiasi cosa avesse vissuto prima, anch’io mi sono immaginata lì. Sono stata in luoghi in cui nessuno parlava la mia lingua, il che può portare a una sensazione di impotenza ma anche a una bella distanza in cui la lingua diventa come la musica - qualcosa di ascoltato e sentito, ma senza un significato letterale. Ho attinto ai miei interessi, come la fotografia, le piante e la cucina, quando ho scritto di Olivia e del mondo che osservava.

Ti piacciono i fiori e il giardinaggio come tuo padre?
Sì! Mio padre è stato un grande motivo per cui oggi sono la appassionata di giardinaggio che sono. E ho custodito con amore i ricordi che avevo del giardino dei nonni nel Kurdistan iracheno - una oasi magica e lussureggiante - ma ho anche avuto la fortuna di vivere con genitori che amavano le piante. Come famiglia, eravamo spesso all’aperto, scavando nella terra e rendendo il nostro ambiente più bello. C’è qualcosa di così meraviglioso in un giardino: è davvero una via di fuga, ma anche un’opportunità per creare un tuo mondo, pieno di promesse perché cambia e cambia e (di solito) migliora con il passare del tempo. C’è speranza in un giardino, e quel senso di speranza e di ottimismo è qualcosa che ho sicuramente ricevuto da mio padre. Nonostante tutto quello che ha passato, ha intravisto la bellezza nel mondo e io cerco di onorarlo facendo lo stesso.

Il Kurdistan vive ancora oggi una drammatica storia di scontri e tensioni. Ci sarà mai pace?
Vorrei proprio saperlo. Purtroppo troppe cose sono rimaste invariate, ma il fatto di aver potuto volare lì di recente e fare una visita fantastica con la mia famiglia mi dà speranza, perché quella cosa non sarebbe potuta accadere facilmente in passato.

Cos’è per te il Kurdistan? Come lo diresti in una frase?
Questa è una domanda difficile, perché c’è un Kurdistan che è sulle mappe e uno che altri conoscono da vicino, con una vita vissuta lì. Ma per me il Kurdistan è parte di mio padre, della mia famiglia e della mia storia, quindi è un luogo speciale. Immagino che se proprio dovessi dare una definizione, direi questo: il Kurdistan è una festa per i sensi - bello, profumato e strutturato - ma soprattutto è il luogo delle radici selvagge del passato della mia famiglia.

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