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Intervista a Giancarlo Berardi

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Tra i tanti autori nazionali e internazionali che hanno fatto tappa in Toscana in occasione dell’ultima edizione di Lucca Comics & Games, c’era anche Giancarlo Berardi, ideatore della storica serie western di Ken Parker e delle avventure della criminologa Julia Kendall. Lo sceneggiatore ha voluto iniziare la sua lunga chiacchierata con il pubblico ricordando che ad oggi nel mondo sono in corso circa duecento conflitti: non dobbiamo dimenticare che il bene più prezioso dell’uomo è la pace. Un appello che gli ha permesso di spiegare quali sono i sentimenti di umanità e fratellanza che da sempre ispirano la sua creatività.



Pensi che il fumetto e l’arte in generale possano aiutare gli uomini a comprendere i loro errori?
Gli unici antidoti contro la violenza sono la conoscenza e il dialogo. Interagire è fondamentale. Di solito si ha paura di ciò che non si conosce, il che può scatenare atteggiamenti aggressivi, ma se ci fermiamo ad osservare il nostro prossimo, a parlare e a scambiarci le conoscenze, allora il timore svanisce e scompare anche l’istinto della violenza. Penso che gli europei dovrebbero intervenire nelle zone calde del pianeta, per fare da tramite e trovare i punti d’incontro tra i popoli, in modo da evitare massacri devastanti.

Quali emozioni ti ha dato tornare a Lucca?
È stato un bel ritorno. Amo questa cittadina, anche perché le sue strade mi ricordano i vicoli della mia Genova. Ma l’emozione maggiore l’ho provata quando mi sono reso conto della passione con cui la festa dei comics ha celebrato l’anniversario dei venticinque anni di Julia. Un tributo così importante al mio lavoro mi ha toccato. Contemporaneamente, in questi giorni, abbiamo presentato il volume che raccoglie le copertine dei trecento albi dedicati alla nostra criminologa. Infine, come ogni volta che partecipo a manifestazioni di questa levatura, ho avuto l’occasione di incontrare colleghi a cui sono affezionato e di ricordare alcuni amici che sono venuti a mancare, come Carlo Ambrosini, scomparso di recente.

Passiamo al tuo lavoro di fumettista, non sei certo solo a realizzare le storie di Julia…
Sarebbe impossibile fare tutto da solo. Dietro di me opera un nutrito staff – composto da due co-sceneggiatori, sedici disegnatori, un copertinista e una letterista – che mi aiuta a realizzare le tredici storie annuali della serie. Lavorare in sintonia è la condizione essenziale per la buona riuscita del nostro lavoro. Infine, non posso dimenticare Savina Bonomi, un riferimento fondamentale all’interno della redazione bonelliana. Sono cinquant’anni che lavoro per la Bonelli, ma non ho mai scritto una scaletta o una trama a cui riferirmi per la sceneggiatura. Mi piace improvvisare, come un musicista jazz. La storia nasce – ne seguo quattordici, contemporaneamente – e si sviluppa nella mia testa, giorno per giorno, in modo spontaneo, con personaggi e avvenimenti che ne determinano inevitabilmente altri. A essere sincero, agli albori della mia carriera, Sergio Bonelli mi chiedeva di scrivere dei riassunti, prima di passare alla sceneggiatura, ma poiché le storie concluse erano sempre diverse dai soggetti, alla fine ci rinunciò. Seguire una trama prefissata è un po’ come riscrivere un testo in bella copia: toglie spontaneità. Lo scrittore è il primo lettore di se stesso, e deve salvaguardare la possibilità di sorprendersi.

Parlaci del personaggio di Myrna, molto amata dai lettori!
È molto amata, perché dice e fa sempre quello che pensa. Al contrario della gente comune. All’inizio della serie, consapevole che prima o poi avrei dovuto affrontare il tema degli omicidi seriali – una costante nei thriller – decisi di togliermi subito il pensiero, ideando il personaggio di Myrna Harrod. Ne è uscita una figura fondamentale per la serie, il lato oscuro di Julia, il villain per antonomasia. Ultimamente ho sognato Myrna vestita da suora, forse un presagio per una nuova storia… Anch’io come Julia faccio sogni rivelatori!

Da dove nascono i tuoi personaggi e le tue storie?
Sono abituato a lasciarmi permeare dal quotidiano. Presto molta attenzione alle persone che incontro e agli avvenimenti intorno a me, perché spesso mi offrono spunti interessanti. Per quanto riguarda i personaggi, prima di iniziare una storia, devo stabilire tutto il loro percorso di vita, approfondendo esperienze e psicologie. A quel punto, una volta calati in una vicenda, saranno loro a portare avanti la trama, agendo secondo le loro caratteristiche. Nella vita, ho messo a frutto i miei talenti – tra cui quelli del disegnatore, del musicista e dell’attore – e tutte le mie esperienze e conoscenze sono confluite nel lavoro di narratore. Un bagaglio che, per fortuna, riscuote il consenso dei lettori e soprattutto delle lettrici di ogni età. Anni fa, durante una conferenza, la direttrice del Museo egizio di Torino mi disse che la figlia adolescente considerava Julia un modello di riferimento. Una grande soddisfazione per un autore.

Puoi raccontarci un aneddoto che ti ha ispirato?
Volentieri. A Nervi, dove ho il mio studio, un giorno ricevetti la visita del questore di Genova, che confessò di essere un mio lettore da quarant’anni e mi invitò a fargli visita nel suo appartamento privato, in questura. Quando arrivai, nell’ingresso trovai una sagoma a figura intera di Ken Parker, alta un metro e ottanta. Conoscendoci meglio, nel tempo, scoprii una persona dall’animo sensibile e gentile, in contrasto con il suo ruolo istituzionale. Decisi così di inserirlo nella serie con il nome di questore Masi.

Sei felice delle vicende sentimentali del tuo personaggio?
Come dicevo, una volta costruiti a tutto tondo, i personaggi vivono di vita propria. Infatti, Julia si è fidanzata con un vicecommissario genovese, mentre io gli avrei preferito il tenente Webb. Ma così va la vita, i figli non seguono i consigli dei padri.

Non hai mai pensato a scrivere delle storie per Julia da sviluppare in più albi?
Era il vecchio modello narrativo della Bonelli, legato a testate storiche come Tex e Zagor. Da ragazzo, leggendo fumetti di questo genere, dovevo attendere il mese successivo per sapere come si sarebbero sviluppate le avventure… Una sospensione insopportabile! Inoltre, per realizzare storie a puntate, sarebbe necessario uno staff molto più consistente di quello che ho a disposizione.

Perché spesso negli albi di Julia appare la città di Genova?
Perché è il luogo dove sono nato e con cui ho un rapporto affettivo intenso. Una città affascinante e misteriosa. Ancora oggi, dopo avervi trascorso una vita, scopro scorci e vicoli che non conoscevo. Non finisce mai di stupirmi.

Da quali condizioni psicologiche emergono gli incubi di Julia?
L’ho già detto, i sogni sono importanti. La mia protagonista sfoga nei suoi incubi tutto l’orrore che è costretta a vivere durante il giorno, una vera e propria funzione catartica. La realtà e il sogno sono due dimensioni imprescindibili per gli esseri umani, e anche per Julia.

Perché un personaggio femminile?
Credo che la donna sia la protagonista della nostra epoca. Personalmente sono cresciuto in un vero e proprio gineceo, formato da mamme, zie, nonne, cugine, vicine di casa… Io mi mettevo sotto il tavolo ad ascoltare i loro discorsi, sicuramente più interessanti di quelli degli uomini. Forse è per questo che riesco con facilità a mettermi nei panni di una donna, a interiorizzare la sua sensibilità, la sua capacità di accoglienza, la sua preparazione professionale. Maschi e femmine hanno dentro di sé una parte dell’altro sesso; io, la mia parte femminile, l’ho coltivata con cura. E ne vado fiero.

Hai progetti per il tuo futuro professionale?
Vorrei mettere in scena un musical su Julia.

I FUMETTI DI GIANCARLO BERARDI