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Intervista a Gianluca Prestigiacomo

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Gianluca Prestigiacomo fa il giornalista e scrive libri, ma è stato operatore della Digos per trentacinque anni. È tra i fondatori dell’Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso, nato subito dopo le stra¬gi di Capaci e via D’Amelio. Le giornate del G8 di Genova – alle quali ha partecipato come poliziotto – rappresentano per lui una ferita aperta che difficilmente potrà rimarginarsi. È proprio a quelle giornate che ha dedicato il suo ultimo libro, ed è su questo che lo abbiamo intervistato.




Cominciamo da G8 Genova 2001. Storia di un disastro annunciato. Cosa ti ha spinto a tornare su questo argomento, a vent’anni da quei giorni, dopo aver già pubblicato Un altro mondo è possibile? nel 2014?
La questione di fondo riguarda un aspetto generale, più che personale. Nel senso che la forma letteraria era necessaria per portare il lettore dentro un ambito che per molti aspetti iniziava a essere sconosciuto. Già nel 2014 la generazione del 2000 non sapeva nulla di cosa accadde a Genova all’inizio del nuovo millennio. Dopo vent’anni, ahimè, noto che molti giovani - anzi, non solo i giovani, ma anche molti adulti, ignorano. Addirittura non sanno cos’è un vertice, tanto meno il G8. Occorre, quindi, tenere alta l’attenzione su questi fatti del passato, proprio per evitare che si ripetano. Bisogna portare a conoscenza le nuove generazioni. Il ministero della Pubblica Istruzione dovrebbe inserire anche questi fatti durante le lezioni di storia, perché le vittime di quei giorni - e per vittime intendo tutti, da Carlo Giuliani ai manifestanti che subirono quelle violenze inaudite e per alcuni aspetti anche le Forze dell’Ordine - non troveranno mai spazio, appunto, nella storia.

Dell’intera esperienza vissuta durante quei giorni, qual è il ricordo più nitido che conservi? Perché?
Sostanzialmente ho ancora tutto nitido. Nella mia mente, nei miei ricordi nulla potrebbe cancellarsi o essere sovrascritto. È tutto ancora chiaro, da ciò che accadde all’incrocio tra via Tolemaide e Corso Torino, all’assalto alla Diaz. Dai pestaggi sulle strade, dove sembrava che tutto stesse crollando. Il sangue sull’asfalto dava l’idea di essere in una zona di guerra. Sì, nulla potrò mai dimenticare.

Nel 2008 ti sei iscritto all’albo dei Giornalisti, assecondando quella che è a tutti gli effetti una tua grande passione. Com’è cambiato da allora il tuo modo di vedere le forze dell’ordine e, più in generale, il tipo di società in cui viviamo?
Sostanzialmente non è cambiato nulla. La scelta entrare nell’istituzione della Polizia di Stato anziché diventare un giornalista fu una sorta di urgenza per comprendere quello che realmente stesse accadendo nella società. E per riuscire a dare un contributo, benché minimo, alla ricerca dei colpevoli che insanguinarono il Paese con le stragi. Purtroppo, i terroristi di matrice fascista sono rimasti quasi tutti impuniti, ma non per questo motivo bisognerebbe arrendersi. Nel 2008 consegnai tutti gli articoli che avevo scritto negli anni precedenti e l’Ordine accettò di inserirmi. Da allora iniziai a sentire due grandi responsabilità e sapevo che un giorno avrei continuato a cercare quella verità che già allora sembrava lontana o irraggiungibile.

Leggendo il libro non ho potuto fare a meno di pensare alle morti di Federico Aldrovandi, di Giacomo Uva e, soprattutto, di Stefano Cucchi. Sommando questi avvenimenti a quelli occorsi durante il G8 di Genova, credi che sia cambiata, negli ultimi vent’anni, la maniera in cui le persone percepiscono e si rapportano alle forze armate? Se sì, cosa è cambiato?
Dal mio punto di vista e per le informazioni in mio possesso, nonostante detti fatti facciano parte di un passato recentissimo, credo che molto sia cambiato all’interno delle Forze dell’Ordine. Ma qui ci sarebbero alcune cose da precisare. Come in ogni istituzione o ambito della società, le mele marce ci sono ovunque, l’importante è non farsi contagiare. Perciò, sono totalmente convinto che gli anticorpi ci siano e la stragrande maggioranza sia formata da donne e uomini con la schiena dritta. Operatori ineccepibili, che applicano Codice Penale a garanzia della Costituzione, e l’umana comprensione verso qualsiasi situazione. Infatti, non è mai stata messa in dubbio la professionalità delle Forze dell’Ordine, nemmeno dopo i fatti di Genova. Quindi, la società intera percepisce il ruolo delle FF.OO in modo positivo, non come l’arrivo dell’oppressore. L’importante è individuare sempre e senza esitazione le mele marce, togliendole dal cesto. C’è da dire che i contributi più importanti, per fare chiarezza sulle responsabilità relative ai fatti del G8, finora individuali, arrivarono proprio da integerrimi funzionari e operatori della Polizia di Stato. Questo significa, appunto, che gli anticorpi ci sono. Eccome.

Nel libro caldeggi la costituzione di una “commissione sul G8” affinché venga fatta chiarezza una volta per tutte. Considerando la leggerezza con la quale lo Stato italiano (non) ha affrontato alcuni dei fantasmi più recenti del suo passato – Ustica, piazza Fontana, l’omicidio Mattei –, non ti sembra di avanzare una proposta pressoché irrealizzabile?
Sì, lo so. Potrebbe apparire come una sorta di provocazione, ma in alcuni casi la commissione parlamentare fu di grande importanza. Per esempio, la commissione Anselmi per la P2 la cui relazione di maggioranza segnò quella necessaria linea di demarcazione proprio all’interno delle istituzioni. Ovvero, mise in luce che lo stato era infiltrato da traditori, che nonostante avessero giurato di difendere la Costituzione stavano tramando per sostituirla con il piano di rinascita di Licio Gelli. Quindi, anche nel caso del G8 di Genova, visti i fatti avvenuti, sarebbe necessaria una commissione parlamentare. Perché è ormai urgente, dopo vent’anni, sapere se fossero state data indicazioni politiche, pressioni, oppure ordini ben precisi, partiti dal Governo in carica allora. E per riuscire a comprendere se anche la classe politica in genere ne fosse a conoscenza. In certi casi non basta solo assicurare i responsabili (esecutori?) alla giustizia. Occorre anche una verità politica. In questi vent’anni si è parlato solo della giustizia, delle condanne (giustamente) ai responsabili dei reati commessi, ovvero, ai traditori. Ma occorre conoscere fino in fondo eventuali responsabilità politiche. E questo passaggio serve al Paese intero e a quelle giovani generazioni che nulla sanno di quei giorni maledetti.

I LIBRI DI GIANLUCA PRESTIGIACOMO