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Intervista a Giorgia Tribuiani

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Giorgia Tribuiani è ancora giovane ma vanta già una certa esperienza nel campo della comunicazione e dell’editoria, e tuttavia è gentile, disponibile e carinissima nel parlare di sé senza spocchia. Sfuggita al futuro scientifico auspicato da suo padre ‒ che ci ha provato in tutti modi, persino a Natale con le “tombole matematiche” ‒, si è dedicata a studiare Lettere e a “inventare storie nell’ombra”. Per fortuna queste sue storie vengono anche alla luce.



La giovane protagonista del tuo secondo romanzo è un personaggio complesso. Chi è Blu?
Blu è un’adolescente ossessionata dalla perfezione: vorrebbe essere la figlia perfetta, la fidanzata perfetta, l’amica perfetta, la studentessa perfetta, e ogni volta che non riesce nell’impresa – ogni volta che si concede il “diritto di essere umana” e di provare sentimenti come la rabbia, la gelosia, il dispiacere – deve fare i conti con le aspettative che lei stessa nutre nei propri confronti. Sotto continua accusa della propria coscienza (o, se vogliamo dirla con Freud, del proprio Super-io), portata alla sbarra ogni volta che dimostra, prima di tutto a se stessa, di non corrispondere alla statura morale che vorrebbe per sé, è imprigionata in una gabbia di sensi di colpa dove si scinde in due entità: dice di chiamarsi Ginevra quando è “cattiva” e Blu quando invece riesce a comportarsi bene, o a essere all’altezza delle proprie aspettative. L’unico spazio dove sembra poter ricongiungere le sue due parti, quella più obbediente e quella più umana, è lo spazio dell’arte, sua grande passione.

Hai detto da qualche parte che è stata una esperienza dura scrivere questo romanzo a cui tieni molto. In che senso è stato così difficile e perché ti sta così a cuore?
Durante la prima stesura credo di non avere gestito bene (o meglio: con il necessario controllo) il processo di immedesimazione e identificazione: per “entrare nel personaggio” di Blu approfittavo di ogni occasione per pensare come lei, ripetere i suoi gesti, cercare in maniera ossessiva video e interviste di performance artist (a un certo punto del romanzo Blu inizia a interessarsi a questa arte e ci si tuffa dentro, senza preoccuparsi del mondo fuori che la aspetta a galla), immaginare di essere nelle varie situazioni in cui lei veniva a trovarsi, frequentare i posti di Bologna che lei frequentava. Lavoravo ancora in azienda e avevo orari un po’ complicati, ma cercavo di approfittare di ogni momento libero per entrare in Blu: ho iniziato a pranzare da sola anziché con i colleghi, ho smesso di uscire, e l’identificazione diventava tanto più forte quanto più, comunque, sapevo di avere in comune molte cose con la mia protagonista. Insomma a un certo punto, la sera, non riuscivo più a capire dove finissero le emozioni e i pensieri di Giorgia e dove iniziassero quelli di Blu. Ricordo che in quei giorni mi imbattei in un documentario, Jim & Andy, che raccontava della totale immedesimazione di Jim Carrey in Andy Kaufman ai tempi di Man on the Moon: a un certo punto lui disse che non era più in grado di capire dove fosse finito Jim, e io scoppiai in lacrime. Chiesi aiuto al mio fidanzato, che mi costrinse a trovare dei momenti per staccare, e a Giulio Mozzi, che mi propose di pubblicare qualche piccolo estratto di Blu su Facebook: leggere i commenti della gente che riportava la mia storia al livello di finzione mi fu molto di aiuto.

È sbagliata la sensazione che si prova, leggendo questa storia, che ci sia qualcosa di molto intimo che ti appartiene? È un caso che entrambe le protagoniste dei tuoi due romanzi si sentano così profondamente inadeguate e/o preda di forti sensi di colpa?
Scomodo di nuovo Giulio Mozzi, maestro e amico, per riportare una frase che mi disse anni fa: «c’è l’autore che scrive di sé, l’autore che scrive di personaggi lontani da sé, e poi c’è una terza tipologia di autore che scrive immaginando come sarebbe diventato se la fortuna e il coraggio non lo avessero salvato. Tu appartieni a quest’ultima categoria». Io penso che non avrei saputo dirlo meglio: Giada, la protagonista di Guasti, era sopraffatta dall’insicurezza, dal suo sentirsi inadeguata, e aveva rinunciato all’arte per paura di non essere all’altezza; Blu, sicuramente più intraprendente di Giada, viene invece soffocata dal senso di colpa che rende difficilissima ogni azione. Io so di avere provato le insicurezze di Giada e di essere stata abbracciata dai sensi di colpa di Blu, ma un po’ cercando il coraggio («per essere coraggioso devi essere spaventato», disse il wrestler The Rock) e un po’ facendo forza sulla fortuna di avere sempre avuto accanto persone comprensive, che hanno creduto in me, sono riuscita a sfuggire alle loro traiettorie. Però è stato difficile e spesso continua a esserlo – io non credo che una persona insicura possa diventare sicura di sé: credo che semplicemente a un certo punto capisca come gestire quell’insicurezza e come farle perdere qualche incontro – per cui avevo un forte bisogno di raccontarlo (anche nella speranza che potesse essere utile a qualcuno simile a me).

Come era Giorgia all’età di Blu?
Esternamente, molto molto diversa da Blu: piena di amici, con un ragazzo per il quale provava forti sentimenti e che la ricambiava, sempre allegra, socievole, un ottimo rapporto con entrambi i genitori. Internamente, davvero molto simile a Blu: ossessionata dal desiderio di essere perfetta, dal bisogno che il tempo con lei, per tutti, fosse un tempo indimenticabile, così che nessuno potesse “abbandonarla”; incapace di parlare delle proprie emozioni; desiderosa di essere guardata e compresa a trecentosessanta gradi ma costantemente all’opera perché nessuno potesse mai scoprire la parte che di lei trovava negativa, non all’altezza; capace di parlare in maniera completamente libera solo attraverso la scrittura, attraverso la finzione, attraverso storie assolutamente irreali e quindi in grado di trasformare tutto in modo che nessuno si accorgesse che, lì dentro, c’era lei – scrivevo ogni giorno da due anni e sapevo che sarebbe stata la mia vita.

Hai scritto due romanzi molto particolari nei quali l’arte ha un ruolo importante, ed entrambe le volte non è arte in senso tradizionale. La declini sempre secondo dimensioni piuttosto complesse. Cosa è l’arte per te? Che significato ha nelle tue storie?
Nel mio primo romanzo, Guasti, misi tra le labbra di Giada la risposta più precisa che riuscii a trovare per questa prima domanda: l’arte, diceva la protagonista, è «prendere il proprio dolore, la propria disperazione, e provare a convertirli in bellezza, trovare al male un senso e una posizione; una giustificazione». Per molti versi questa è tuttora la risposta migliore che posso dare: ho i miei “mostri”, come tutti, e le mie paure e le mie ossessioni, e l’arte in qualche modo mi consente di trasfigurarli e trasformarli in qualcosa di diverso, di guardabile; se sono fortunata addirittura in qualcosa di utile a me e a qualcuno con gli stessi mostri, le stesse paure e le stesse ossessioni. Nelle mie storie provo a raccontare questo percorso trasformativo che ha a che fare un po’ con la mente e un po’ con il corpo (per questo continuo a scomodare l’arte contemporanea, così concettuale eppure così materica, corporea) e che continuamente si fa specchio: come Giada si specchiava nel suo uomo, così Blu si specchia in se stessa. Specchiarsi (nell’altro, nel doppio, nell’opera; nei propri libri, come in fondo accade a me) è in fondo il primo passo per vedersi davvero, e trasformarsi.

Hai detto da qualche parte che Guasti è “un romanzo introspettivo con molto macabro” e che è difficile dargli un genere. Se fossi costretta a definirlo in maniera più articolata, cosa diresti?
Mi era stato chiesto se Guasti fosse un libro “di genere”: da qui la mia risposta per chiarire che, certo, trattandosi di una storia interamente ambientata in una mostra di cadaveri plastinati, il macabro è sicuramente presente, ma il romanzo rimane una storia introspettiva, che parla di inadeguatezza, di alibi e dell’importanza di lasciare andare ciò che “è morto”, nel senso più ampio del termine. Il macabro, l’orrorifico, rappresenta in questo senso l’elemento in grado di portare la situazione al limite e di amplificare la portata delle reazioni (se ci pensiamo gran parte della letteratura horror potrebbe essere riscritta senza la componente “nera”: Carrie, per citare una storia che in molti conoscono, si reggerebbe in piedi anche raccontando la vendetta di una ragazzina vessata dai compagni; il fatto che lei sia telecinetica non fa che potenziare questa vendetta e i suoi effetti). Tornando a Guasti, lo definirei quindi una “elaborazione dei lutti”: il lutto reale, legato alla morte del compagno di Giada; il lutto metaforico, perché quando una storia d’amore giunge al termine bisogna trovare la forza di ricominciare e di “lasciare andare” (mi viene in mente il racconto di Pavese, nei Dialoghi con Leucò, dove Orfeo si volta volontariamente, non per debolezza, per poi spiegare: “Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso”); il lutto dell’alibi che Giada si era costruita per non agire e per non fare arte – quello del sentimento di mediocrità che la opprimeva di fronte al proprio uomo – e che muore con lui.

Perché hai scelto la plastinazione come “occasione” per scrivere questa storia di emozioni così intense? E come sei venuta a conoscenza di questa tecnica (sulla quale – giustamente – dici subito che non intendi esprimere un giudizio, né ho intenzione di domandartelo)?
Nel 2011 visitai la mostra “Body World” a Roma, e a colpirmi – più che i cadaveri – furono i visitatori: se il primo corpo plastinato provocava in loro uno choc, vedere il secondo e poi il terzo e il quarto creava in poco tempo una sorta di abitudine; nella reiterazione il significato di quei corpi si perdeva, così come accade quando si legge “Il fumo uccide” su un pacchetto di sigarette o, purtroppo, quando si vedono dei cadaveri in televisione, e nascevano commenti poco adatti alla situazione, talvolta addirittura irrispettosi (“Guarda come è lungo l’intestino!”). Il punto è che, pur essendo quel posto un cimitero, pur essendo stati quei corpi delle persone reali, con ricordi e sentimenti, attraverso gli occhi dei visitatori diventavano oggetti, opere esposte. Era lo sguardo a trasformarle. Così mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se, tra tutti gli sguardi dei curiosi, ce ne fosse stato uno diverso: non curioso, ma innamorato. In Guasti, per quanto Giada possa tentare di comunicare con gli altri, per quanto i visitatori possano provare a capirla, nessuno ha il suo stesso sguardo e questo è il dramma del libro e il dramma dei dolori umani. La plastinazione di lui esaspera il divario tra i due sguardi, quello di Giada e quello di tutti gli altri, e a questa incomunicabilità aggiunge quella di un corpo morto che continua a esistere con la sua eterna presenza fisica, un corpo al quale Giada può parlare, sussurrare, urlare ma dal quale non può ottenere risposte, restando quindi completamente sola nell’elaborazione dei suoi lutti. Infine la plastinazione, come la fotografia, opera una cristallizzazione del soggetto nel presente, una fine del movimento che è quasi un “guasto”, come quello che impedisce a Giada di compiere il passo successivo.

I “guasti” in questa piccola e claustrofobica storia sono diversi: la morte, la consapevolezza, dolorosamente guadagnata, di un sé “sbagliato”, un modo autodistruttivo di amare, e altri ancora. Ce n’è uno che ti sta più a cuore o, meglio, quale dei possibili intendevi mettere davvero al centro di questo romanzo?
Difficile dare a un tema, o a un “guasto”, come giustamente dici, una dignità maggiore rispetto agli altri; credo però che ce ne sia uno dal quale ne derivano molti, forse tutti a eccezione della morte: si tratta del senso di inadeguatezza; della paura di sentirsi sbagliati, inadatti. Sentendosi inadeguata, Giada non agisce, si crea degli alibi, sceglie di non partecipare per non rischiare il fallimento, di squalificarsi per evitare un secondo posto; diventa dipendente dal compagno e si trova, dopo la sua morte, a dover far fronte non solo al vuoto che lui ha lasciato, ma a quello di una intera vita. Il paradosso è che tutti gli errori di Giada derivano proprio dalla paura di commettere errori, e a lei non resta, per giustificarsi ancora una volta, che trovare dei capri espiatori: il compagno troppo brillante, il Dottor Tulp troppo cinico, il collezionista troppo avido; persone che si muovono, che commettono azioni (ed errori) e che commettendo azioni riempiono la vita della protagonista. Un discorso differente va fatto per la morte, per via del suo carattere definitivo. È uno degli argomenti su cui ragionerà Giada quando si accorgerà di essersi condannata prima del tempo (“da anni i fiori dei tuoi vernissage profumano il mio cimitero”, dirà al compagno, fissando ancora una volta l’errore su di lui) ma di poter ancora reagire: di essere ancora viva.

È evidente che lo stile che usi è soltanto apparentemente refrattario alle regole comuni. Come sei approdata a questo modo di scrivere – possiamo dirlo? – abbastanza ardito e certo personale? Intendo i passaggi dalla prima alla terza persona anche all’interno della stessa frase, il pensiero inseguito senza i legacci della punteggiatura classica…
Il mio desiderio, nell’operare queste scelte stilistiche, era fare in modo che il lettore “vivesse” le vicende narrate proprio attraverso la mente (o meglio “il punto di vista”, dal momento che questo è uno dei temi del libro) di Giada: da qui l’uso insistito del discorso indiretto libero, i passaggi repentini tra prima e terza persona, i discorsi che terminano con un trattino o addirittura senza punteggiatura quando Giada smette di ascoltare. Non avendo dei riferimenti chiari per distinguere ciò che Giada vede e pensa da ciò che invece accade realmente, il lettore dovrebbe condividere con lei una percezione deformata della realtà circostante: non capire, ad esempio, se le persone che continuamente la spiano dalle scale, i loro occhi, le bocche che ridono di lei, siano davvero lì o rappresentino solo il frutto di un’allucinazione. Allo stesso modo la punteggiatura e la sintassi seguono spesso lo stato d’animo della protagonista, diventando incalzanti durante le fughe al bagno e più distese e “comuni” nei momenti di requie.

La domanda da un milione di dollari. Perché le donne amano spesso di un amore autodistruttivo, scegliendo per lo più consapevolmente di farsi luna di un sole, per usare la stessa metafora di Giada?
Credo, ma questa è un’opinione puramente personale e basata su premesse “empiriche”, che dipenda in parte dal retaggio della nostra tradizione e in parte dalla paura di “non essere all’altezza di”. Nel primo caso si tratta di pregiudizio. La nostra tradizione ci ha abituati a pensare all’uomo come alla parte dominante e – mi si passi il termine – brillante della coppia (ci sono dei mestieri considerati “maschili”; una donna forte è una donna “cazzuta” o “con le palle”; anche nella scrittura si parla di “letteratura femminile” alludendo spesso al genere rosa o comunque a libri con uno stile piano, privo di sperimentazione) e purtroppo, spesso, a convincersi che le cose stiano realmente così sono in primis le donne: dalla compagna di università che sosteneva che “è la donna a dover avere il pensiero della casa; poi lui semmai può aiutare” alle donne che si scagliano contro le donne quando si parla di temi caldi come le molestie sessuali o il #MeToo. Penso quindi che – per motivi sociali, come in questi casi, o più personali, come avviene per Giada a causa di un forte sentimento di inadeguatezza – a volte le donne accettino un ruolo di subalternità prima ancora che questo venga loro proposto o imposto. Il caso di Giada, poi, si fa forse più complesso. Il suo senso di inferiorità, infatti, non è solo sentimentale ma anche (e forse prima di tutto) artistico: è l’antica storia del talento e del genio, di Mozart e Salieri, di Wertheimer e Glenn Gould.

Guasti è già in ristampa a pochi mesi dall’uscita. Come vivi la curiosità - e anche il successo! – che sta incontrando il tuo primo romanzo?
Ho sognato questi momenti per anni: il libro tra le mani, le recensioni, i primi incontri pubblici, e ogni volta che mi perdevo in queste immaginazioni vedevo solo gioia pura. La realtà invece è più complessa, è sempre più complessa, e forse per questo anche più interessante: così come si sogna l’amore e poi si scopre che non è solo felicità ma anche paura di perdere l’altro, coraggio di venirsi incontro, gelosia, mancanza eccetera, allo stesso modo mi sono sorpresa di trovare, al di là dell’uscita del libro, il senso di responsabilità verso quello che avevo scritto, l’ansia nel vedere improvvisamente esposto ciò che per tanto tempo era stato il mio rifugio e soprattutto la malinconia che arriva qualche volta dopo le presentazioni, quando qualcuno del pubblico si alza, viene a farsi firmare la copia, mi racconta qualcosa di privato che ha a che fare col romanzo e per un attimo brilla un contatto, un contatto vero, intimo, a cui mi rendo conto che non vorrei rinunciare e a cui invece mi forzo di rinunciare, consapevole che quello sia lo spazio che mi è stato dato, la stretta di mano un dono e il libro la mia risposta. Naturalmente sono molto felice che il romanzo stia piacendo e che le persone lo stiano leggendo, ma ad avermi stupito è proprio quel ventaglio di emozioni contrastanti che non mi aspettavo. Cosa che non mi fa sentire meno entusiasta per la ristampa o meno contenta per la curiosità dei lettori: semmai più viva.

Ho letto che hai conosciuto Giulio Mozzi "avvolta nei fumi di 45 gocce di passiflora". Mi confessi un segreto che non diciamo a nessuno? Come fai alle presentazioni? Stesso trucco?
A poche ore dalla prima presentazione, Gianfranco Di Fiore mi disse che la formula dello scrittore era: “una birra piccola prima dell’evento; una grande dopo”. Credo fosse vero, perché quando mi vide agitatissima davanti alla libreria, Gianluca Morozzi, il mio primo presentatore, mi prese sottobraccio e mi accompagnò al bar.

I LIBRI DI GIORGIA TRIBUIANI