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Intervista a Giovanni di Iacovo

altTra le tante - ininterrotte - guerre degli ultimi anni, perché proprio la Bosnia del '95 per il tuo romanzo Sushi bar Sarajevo? Mio padre era un professore di origini slave, ed ho molti amici di quelle terre, quindi questa è stata la guerra che ho sentito più vicina. Avevo bisogno di un palcoscenico di dolore dove ambientare la prima parte delle storie dei tre fratelli del mio romanzo. Lì i miei coetanei hanno una scala di Dolore diversa. Non parlo di valori, parlo proprio di tipi di dolore. Qui si piange per una rigatura alla macchina, si perde il sorriso per un voto basso all'esame, si soffre del confronto con quello che veste più firmato di te. Una mia amica di Mostar ha visto la testa del padre presa a calci dai soldati. Oggi, quì, anche se lei esce solo per farsi una birra è felice, perchè probabilmente nessuno le sparerà. Siamo un popolo privilegiato, abbiamo il dovere di esserne felici e di essere solidali con chi ha avuto la sfortuna di nascere dove le missioni di pace seminano nei campi, al posto del grano, l'isotopo 238 dell'uranio impoverito. Uno dei bersagli polemici del tuo romanzo è senz'altro la televisione. Quale pensi sia il suo peggior difetto - e il pericolo maggiore, per chi la guarda? Il peggior difetto della televisione è che è che è un serpente che si morde la coda. Insegue la fascia cerebralmente più appiattita della popolazione e a sua volta gli propone prodotti ancora più da sub-umani. E' l'assenza totale di intelligenza che mi lascia agghiacciato. Fregami pure, convincimi pure a comprare un prodotto scadente, ma almeno fallo con intelligenza, non con frasi fatte vecchie di secoli o con le solite tette di fuori. Io non sono contro le tette di fuori, anzi, ma sono per dividere le cose. Se voglio pornografia, me la scarico da internet, ma se accendo la tv cui pago il canone, voglio che ci sia qualcosa di intressante anche per me. Il pericolo maggiore è che si sia una totale sintonia tra l'essere umano dentro la Tv e quello fuori e la tv diventi l'unica verità possibile. Mi fa paura che diventi una religione. Un pò è già una religione, e a me le religioni piacciono pochissimo. Nel tuo racconto c'è più indignazione o pessimismo? O magari il tuo sparare senza pietà sugli orrori contemporanei nasconde un utopista deluso? No, non sono mai stato un utopista, ho un mio modello di società preferibile ma molto reale, più che l'isola di Thomas More mi accontenterei delle democrazie del Nord Europa. Nel mio romanzo non propongo nulla di positivo e ho cercato di far si che non ci sia traccia nel mio romanzo di banale retorica politica. Ho cercato di sviscerare, di squartare senza pietà e mettere a nudo ciò che trovo ridicolo o pericoloso nella quotidianità delle moltitudini occidentali. Ho creato persnaggi che amo e che odio e che amano e che odiano e che combattono e che uccidono o che obbediscono alle nostre mostruose moderne banali divinità consumistiche. E lascio libero il giudizio dei lettori dinanzi ai corpi nudi di questi mostri. Tu sei nato e vivi a Pescara. La provincia può offrire a chi scrive la possibilità di uno sguardo straniato e per questo più incisivo e acuto? Ho utilizzato Pescara nel mio romanzo perchè la ritengo un paradigma della città occidentale media, con tutti i suoi vizi e anche qualche piccola virtù, ma il mio sguardo è frutto dei viaggi, delle città che ammiro e le cui viscere mi affascinano davvero, come Berlino, Barcellona e Amsterdam. Tuttavia è sicuramente indispensabile mettersi a margine della grande macchina sociale del duemila per poterla descrivere davvero. E' necessario aggrapparsi fermamente alla nostra lucida follia per non cadere nel tritacarne omologante e finire sorridenti a scrivere un nuovo Harmony. [carla arduini]