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Intervista a Giulia Lamarca

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Nell’ambito di BookCity, la manifestazione che da dieci anni coinvolge centinaia di autori e la città di Milano, abbiamo avuto il piacere di fare qualche domanda alla travel blogger e influencer Giulia Lamarca, una viaggiatrice certamente anomala rispetto alla media, che nonostante sia paraplegica sin da giovanissima a seguito di un incidente stradale, con i suoi reportage fotografici e altre iniziative legate al suo nome ha fatto e continua a fare dei viaggi fantastici che sembrerebbero impossibili. È riuscita a coniugare la sua passione con la necessità di sensibilizzare la società sugli ostacoli che ancora oggi, soprattutto nel nostro Paese, tolgono di fatto ai disabili dei diritti, fondamentali o meno che siano. La ringraziamo per il tempo che è riuscita a dedicarci, nonostante gli impegni professionali e una splendida bimba avuta da pochi mesi. Ecco cosa ci ha risposto.



Quasi tutto il tuo libro Prometto che ti darò il mondo è dedicato al post incidente, a come ti sentivi, agli alti e bassi dell’anno in cui la tua casa era l’ospedale. Ho avuto quasi l’impressione che tu abbia evitato di raccontare chi era Giulia prima di quel 6 ottobre. Ad un certo punto scrivi che in qualche modo la mente divide la vita in un prima e un dopo. Le persone però sono fatte di tutto quello che è successo loro: che “collocazione” ha la Giulia di prima nella Giulia di oggi?
La Giulia prima dell’incidente non l’ho voluta raccontare perché questo avrebbe significato raccontare molto della mia vita famigliare e non era mia intenzione parlare di loro, volevo mantenere la loro privacy e la loro intimità. La Giulia prima dell’incidente è con me in tutto quello che faccio, Giulia del prima e Giulia del dopo sono la stessa persona ma hanno caratteristiche leggermente diverse e anche un carattere diverso forse. Ma lo spirito è identico. Quindi direi che è semplicemente la “vecchia” Giulia, una ragazzina.

La scoperta che in Australia le città sono costruite con la consapevolezza che esistono persone in carrozzina è stata, a quanto sembra leggendoti, un’epifania. Ti sei chiesta perché in alcuni luoghi del mondo la disabilità sia parte della normalità nel senso letterale della parola?
Sì, certo. Dipende dalla cultura, credo. L’Australia è stato uno dei primi viaggi, in realtà in seguito ho visto città ancora più accessibili per i cittadini con disabilità, in Giappone o a Singapore. L’accessibilità e l’inclusione sono fattibili e facili in realtà, basta volerle realizzare. Evidentemente in quei Paesi c’è un interesse reale e una convinzione reale che le persone con disabilità debbano avere gli stessi diritti e le stesse opportunità degli altri.

C’è una frase che mi ha molto colpita: “Gli avevo tolto già molte cose con la mia disabilità, non volevo togliergli nient’altro, anzi…”. In che modo la disabilità (escludendo ovviamente quella di chi è totalmente fermo, che ovviamente cambia le necessità), condiziona la vita di chi sta accanto a chi è in carrozzina?
Beh, se la vita non è più spensierata per me, non lo è neanche per chi mi sta accanto e vive la quotidianità con te. Molto spesso nell’immaginario comune le persone pensano che stare in carrozzina voglia dire solo non camminare e quindi si pensa che quello che venga meno siano soltanto per esempio le camminate in montagna. Invece no, è proprio la qualità della vita che cambia, ci sono giorni pieni di dolori neuropatici che condizionano anche la giornata di un o una partner che deve guardarti soffrire. Oppure per me, ad esempio, ci sono stati due anni in cui ogni mese correvo al pronto soccorso e mio marito Andrea veniva con me. In questo senso credo che la spensieratezza sia quello che più manchi e venga meno. Inoltre se la società ti discrimina, viene discriminato anche chi ti è accanto.

Quando ti proponevano di tornare a fare sport lo hai percepito come se lo sport fosse l’unica possibilità di essere accettata con la propria disabilità: in realtà proprio nell’estate di quest’anno abbiamo potuto toccare con mano che - salvo qualche inevitabile pietismo - tutti gli atleti paralimpici sono stati amati esattamente come gli olimpionici e le loro medaglie hanno avuto lo stesso peso mediatico. Non credi che ogni strada sia buona se avvicina alla meta?
Certo! Nel libro dico proprio che è giusto che ognuno trovi la sua strada, la mia non è stata lo sport ma non critico coloro per cui lo è, anzi. Quello che dico nel libro è che non possiamo però solo dare quello come immagine della persona con disabilità che viva una vita felice. Credo sia doveroso e corretto dare più immagini della persona con disabilità. Inoltre - se parliamo di disabilità e olimpiadi - apparentemente abbiamo raggiunto un buon livello. Però potrei fare un elenco delle discrepanze tra atletici olimpici e paralimpici, lo stipendio, le medaglie, l’esposizione mediatica…

Non ti capita mai di pensare che quando qualcuno dice “poverina” non ti stia discriminando ma provando empaticamente compassione? Anche qui compassione lo uso nel senso letterale del termine, condivisione della frustrazione o del dolore di qualcuno, senza implicazioni di giudizio…
Mmmm, non saprei. Il “poverina” è proprio qualcosa di brutto, in senso letterale mi stanno dicendo che sono povera e piccola, in senso emotivo mi stanno dicendo che a prescindere la mia situazione crea pietà ed è peggiore dello standard. Le parole hanno un senso. È anche vero naturalmente che ti rendi conto dal tono di voce delle persone se in realtà vogliono dire altro o proprio quello…

Se nella tua stanza non fosse entrato Andrea, credi che il destino te lo avrebbe fatto incontrare in un altro modo?
Non lo so. Come dico nel libro con i se e con i ma non si va da nessuna parte, all’inizio è un pensiero che facevo spesso ma è solo dannoso secondo me. Andrea è entrato, ne sono felice. Credo che quando si leggano storie come la mia venga facile farsi queste domande, ma la verità è che la storia di ognuno di noi è piena di eventi che se non ci fossero stati non sapremmo se saremmo dove siamo adesso.

E tu ti sei mai chiesta cosa avresti fatto se lui non fosse stato accanto a te?
Sì, ovviamente mi sono fatta questa domanda un sacco di volte. La risposta non esiste. Ma di alcune cose sono sicura: sarei andata via di casa comunque a 19 anni, da sola, ma sarei andata via. Avrei viaggiato, forse i miei primi viaggi sarebbero stati insieme alla mia migliore amica o ad un mio amico in carrozzina. Non sarei sposata quasi sicuramente, avrei comunque preso le mie lauree. Il resto non lo so.

I LIBRI DI GIULIA LAMARCA