Intervista a Giuseppe Aloe

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Giuseppe è arrivato alla pubblicazione non più giovanissimo, ma ha si può dire da sempre un rapporto specialissimo con la Letteratura. Fino al 1993 ha dato vita alla bizzarra ma feconda esperienza della Società letteraria de I barbitonsori, e negli anni ha continuato a scrivere... e a collezionare rifiuti da parte degli editori. Fino all’incontro fortunato con Giulio Perrone, che gli ha regalato il palcoscenico che il suo narrare fine e tutto giocato sulla psicologia dei personaggi meritava. Incontro Aloe all’interno del Museo Archeologico di Reggio Calabria. Prima di fare l’intervista decidiamo di dare un’occhiata ai bronzi di Riace. È il “vecchio” ad attirare l’attenzione di entrambi: è quell’orbita vuota della statua, quello sfregio che rende asimmetrica la figura, che ci induce ad affrontare il tema della scrittura e della bellezza. Dinanzi al bronzo “B” iniziamo la nostra conversazione.




I tuoi romanzi sono densi di citazioni e richiami colti. Talvolta fai riferimento ad autori classici e a filosofi antichi, talaltra a scrittori o poeti del Novecento. Nel tuo Lettere alla moglie di Hagenbach citi tra gli altri Emily Dickinson, ma anche Kafka e Shakespeare. Secondo te, quanto conta per un autore contemporaneo la cultura umanistica e quanto invece contano le suggestioni della realtà?
Contano entrambe. Nel senso che attraverso le parole di Sofocle io posso guardare in profondità e capire meglio il bambino in carrozzina che piange. A mio avviso, non c’è distanza fra le due cose. Il coro di Sofocle è intrinseco nel pianto del bambino, fin da quando nasce. È una lunga derivazione. Il fatto di aver diviso la storia di uomini e mondi per epoca spesso confonde, poiché genera uno stacco, una crepa, fra un’epoca e un’altra. Ma nella realtà non è così. La struttura del tempo, dei linguaggi, delle cose, è lineare. Tutto si è trasportato fin qui. E se uno guarda bene, lo vede.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere Lettere alla moglie di Hagembach, così denso di richiami letterari e poetici?
L'ho scritto in due fasi. Prima il corpo delle lettere Hagenbach. Così, senza un contesto. Era il mio modo di parlare con mia madre, morta poco tempo prima di Alzheimer. Poi dopo alcuni anni leggendo la notizia di Rosa Luxembourg tutto ha preso forma, come dire, miracolosamente. E ho finito il libro in 20 giorni.

E alla lettura quanto tempo dedichi?
Quando mi chiedono: quanto fumi? Rispondo sempre: più che posso. Lo stesso vale per la lettura. Leggo continuamente, in ogni posto, se nevica, se siamo ad agosto, se ho un dolore da qualche parte, in tram, in treno, da solo, in compagnia, in mezzo a qualsiasi cosa. Non c’è spazio per molto altro nelle mie giornate.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Le idee maturano molto lentamente. Di solito sono folgoranti, ma poi se ne rimangono lì a fare la muffa per molti anni. Quando le vado a riprendere capisco che proprio quella muffa contiene la natura del romanzo che scriverò. Non accelero i tempi. Aspetto. L’attesa è una meditazione. Aspetto che dalla sua tenebra l’idea piena di muffa mi ritorni in testa. E allora vado, scrivo.

La tua scrittura è fortemente simbolica e introspettiva, in tutte le tue trame - anche quelle in cui usi la tecnica del romanzo giallo - compaiono immagini di chiara derivazione freudiana: isole, maree, arcipelaghi, grattacieli, oggetti astratti, pozzi neri, treni, appartamenti vuoti, parcheggi, figure-guida; al contempo, la gran parte dei personaggi, che descrivi con estrema finezza, agisce spesso seguendo pulsioni istintive. Quanto, nel tuo essere scrittore, hanno contato o contano le tecniche di indagine psicoanalitica?
Conosco molto bene l’opera di Freud, di Jung, di Adler, Ferenczi, e così via. Però a dire la verità non mi sono mai posto questa domanda. E credo che continuerò a non pormela. L’eccesso di razionalizzazione, tipico dell’epoca della tecnica, cioè la nostra, è un freno naturale per qualsiasi scrittore. Dice Proust all’inizio del Contro Saint-Beuve: «Ogni giorno do sempre meno importanza all’intelligenza». Lui dava importanza al cuore. Aveva ragione.

I personaggi femminili. Le tue Vanderlei, Odette, Agneta, Anni, Vespa, Annet, sono tutte donne estremamente raffinate e sensuali, fanno un uso disinibito del corpo e sono disposte, anche solo idealmente, a lasciarsi trascinare in triangoli amorosi. Pensi effettivamente alla seduzione femminile come strumento di potere oppure ritieni che gli argomenti riguardanti il rapporto uomo/donna possano rientrare nelle utili invenzioni letterarie, magari per attrarre il lettore?
La seduzione femminile è pari alla seduzione maschile. Non ci sono molte differenze. Tuttavia, a mio avviso lo snodo è abbastanza semplice: io sono un uomo e dunque vivo, osservo e rimango incantato dalla seduzione femminile. Per questo riesco efficacemente a descriverla. La riprova è che anche le scrittrici hanno spesso trattato della seduzione maschile. Che poi la seduzione sia un’arma di potere non c’è dubbio. Ugualmente ritengo lo siano le passeggiate sul lungomare, i ritrovi fra amici, il trekking, un lungo discorso di otto ore. Il potere è in ogni manifestazione umana.

Se un giovane autore ti chiedesse dei consigli per un romanzo di successo, quali tracce suggeriresti?
Non ho mai scritto romanzi di successo popolare. A chi me lo dovesse chiedere potrei indicare qualche traccia di un romanzo che non avrà successo, ma piacerà a chi lo leggerà.

Nel tuo penultimo libro, Ieri ha chiamato Claire Moren, affronti il tema dell’ingiustizia. Un uomo, del quale il lettore non conoscerà le generalità, sconta una condanna a venti anni di prigione per un delitto che non ha commesso. Finalmente libero, scopre l’identità dell’assassino. A questo punto anziché vendicarsi o rivolgersi alla magistratura, si affida ad un libro e comincia a raccontare l’autentico svolgersi dei fatti. Hai tratto ispirazione da fatti reali per trattare il tema dell’ingiustizia delle condanne?
Penso che i libri non debbano rivestire una funzione specifica. Io ho scritto un libro per affrontare il tema della memoria, di chi non la vuole più e di chi continua a coltivarla. La mia idea è che non esiste la colpa, perché le cose accadono per come devono accadere. Esiste solo la responsabilità sociale. Per quanto riguarda il concetto di verità, ritengo che la verità si nutra di dubbi che via via supera.

Nell’ultimo romanzo chiarisci che Flasherman e Vanderlei hanno un’intesa che va oltre l’amore. Vanderlei in realtà è una prostituta seppure istruita e sagace. Perché hai scelto di rappresentare questa figura? Insomma hai collocato la prostituta accanto al criminologo di fama internazionale…
Vanderlei, come tutte le donne dei miei romanzi, è un essere indipendente, intelligente, anzi più che intelligente, sono donne con una sapienza profonda. Non è importante il lavoro che svolgono. Sono importanti le parole, i gesti i pensieri, le visioni di queste donne.

Ti sei ispirato ad una figura realmente esistita? Ci sono esempi illustri di “lucciole” passate alla storia. Da Teodora, moglie di Giustiniano, a Coco Chanel, penso anche alle rappresentazioni pittoriche di Gustav Klimt che sublimava donne di strada...
No. Come sempre non mi ispirò a nessuno in particolare. Trovo il nome e da questo scende, senza che io ne abbia merito, la personalità.

In tutti i tuoi libri, anche in Lettere alla moglie di Hagenbach c’è un protagonista che si racconta in prima persona, perché solo questa tecnica narrativa? Non ti aggradano il discorso indiretto e l’ utilizzo della terza persona anziché della prima?
Il racconto in prima persona è per me una necessità. Non riesco a scrivere diversamente e non mi interessa la sperimentazione. Ci ho messo quarant’anni a trovare la mia voce e ora me la tengo.

L’eros come strumento di “guarigione”. Anche Abraham Yehoshua nel suo Il tunnel fa dire allo psichiatra che visita il personaggio principale ingegner Luria che fare sesso aiuta il cervello. Occorre dunque superare la sterilità del presente, il vuoto esistenziale del quale siamo circondati esaltando l’istintualità, gli istinti primordiali?
Direi che il sesso nel mio romanzo ha poco spazio. Io voglio descrivere un uomo che è arrivato alla soglia della follia e che nel suo cammino la incontra più volte.

Pensi davvero alla solidarietà umana, ai gesti gratuiti come strumento di recupero delle tragedie umane. In altri termini dovremmo tutti, come Vanderlei e Flasherman essere buoni samaritani gli uni degli altri e non avere secondi fini nel nostro agire?
Qui non è questione di categorie umane. Le categorie umane servono al marketing che le trasforma in target. Qui si tratta di incontri che possono essere positivi o negativi. Come capita spesso nella vita.

I LIBRI DI GIUSEPPE ALOE



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