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Intervista a Giuseppe Culicchia

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Pordenonelegge nel 2021 è tornato “in presenza”, autori e pubblico hanno potuto incontrarsi di nuovo. Tra i tanti impegni della prestigiosa rassegna, Giuseppe Culicchia ha trovato volentieri il tempo per una chiacchierata con Mangialibri. Lunga e prestigiosa è la sua carriera di autore, tanti i suoi lavori, che spaziano tra romanzi, saggi, racconti, drammaturgia e film. Proviamo, quindi, a conoscerlo meglio.




Sei nato e vivi a Torino, la città della tua mamma, ma quanto delle origini siciliane del tuo papà porti con te, specialmente in cucina?
Moltissime: tra l’altro mio padre era un gran cuoco e a mia madre ha insegnato molte ricette che facevano parte dei suoi ricordi di bambino e ragazzo, quando sua madre a Marsala “sapeva cucinare un pasto con una patata”. E dunque il cous-cous di pesce e la pasta con le sarde, ma anche cose più semplici come il pane “cunzato”. Anche se sono nato in Piemonte e amo questa terra, più passano gli anni più mi sento siciliano. E con mio padre parlo ogni giorno, contrariamente purtroppo a quanto facevo quando era ancora in vita.

Hai scritto pagine struggenti sul Grande Torino, ma oltre che seguire lo sport, ne pratichi qualcuno?
Come diceva Giulio Andreotti, avevo molti amici che praticano lo sport, ma sono morti tutti. Mi attengo a questa regola di vita, e al massimo vado in bicicletta.

Quando ti viene in mente un soggetto o una trama, dopo quanto tempo inizi la stesura? Qual è la molla che scatta per poter mettere tutto su carta?
Talvolta passano poche settimane, talaltra impiego anni. La molla è sempre la stessa: arriva il momento in cui sento dentro di me che ho bisogno di scrivere proprio quella storia.

Hai ambientato i tuoi romanzi in molti luoghi: per la veridicità della storia in quei luoghi ci sei andato, ti sei documentato o “salgarianamente” li hai solo immaginati?
Le ambientazioni dei miei romanzi discendono tutte da una conoscenza diretta dei luoghi. Il cuore e la tenebra per esempio era ambientato a Berlino perché conosco bene quella città e desideravo farne lo sfondo di una storia. Non potrei mai scrivere di un luogo senza esserci stato. In questo credo nella lezione di Hemingway: bisogna scrivere di ciò che si sa.

Lo scorso febbraio è uscito Il tempo di vivere con te, uno sguardo personale su tuo cugino Walter Alasia. Quanto è stato difficile far emergere questo ritratto intimo? Quante volte ti è toccato spiegare che i tuoi sono ricordi di famiglia e non un saggio sugli anni di piombo?
La difficoltà è intuibile dai quarantacinque anni intercorsi tra la sua morte e la stesura del libro, e la trentina di titoli che ho pubblicato prima di avere la forza, gli strumenti e il coraggio di aprire quel file, da sempre presente sulla scrivania del mio computer. C’è poi stato chi come Mario Calabresi mi ha rimproverato il fatto di avere scritto “un libro sbagliato”. Ma ciascuno ha la sua storia da raccontare, e credo che ogni storia meriti rispetto, specie quando si tratta di affetti che hanno segnato le nostre vite, anche quando si tratta della storia di chi magari stava dalla parte sbagliata.

Con quale libro consiglieresti di cominciare a un lettore che voglia avvicinarsi alla tua ormai vasta bibliografia?
Beh, consiglierei di iniziare appunto da Il tempo di vivere con te: è l’ultimo libro che ho scritto, ma è il primo che avrei voluto essere capace di scrivere.

I LIBRI DI GIUSEPPE CULICCHIA