Intervista a Giuseppe Lupo

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Giuseppe Lupo, lucano di Atella, insegna letteratura italiana contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Brescia. Per Marsilio ha pubblicato diversi romanzi, con i quali ha vinto numerosi premi letterari, fra cui il Premio Mondello nel 2001, il Premio Selezione Campiello nel 2011 e il Premio Viareggio-Rèpaci nel 2018. Il suo ultimo romanzo è candidato al Premio Strega 2020, e per questo abbiamo voluto parlarne in maniera un po’ più approfondita con lui.




Mi sono chiesta sin da subito “chi” fosse il bambino, pensando in modo naturale che fosse lo stesso autore, che fossi tu. Quanto c’è di autobiografico nel Breve storia del mio silenzio?
Il bambino di cui il libro racconto (e che peraltro è nella foto di copertina) sono io. Breve storia del mio silenzio è il racconto assai fedele a quanto mi è accaduto, a partire dall’età di quattro anni fino alla pubblicazione del mio primo libro.

Il romanzo è denso di descrizioni di luoghi, tra Lucania e grandi metropoli. Qual è il ruolo del contesto, del paesaggio e dell’ambiente in generale nella storia? Il protagonista è un bambino che perde la voce ma che sin da piccolo manifesta una passione per la scrittura. Qual è il rapporto tra la voce e inchiostro?
I luoghi non sono soltanto il palcoscenico in cui si ambienta la storia o accadono gli eventi. Forniscono una lettura simbolica del tempo e dell’identità. Credo non si possa notare, per esempio, la differenza che esiste tra Appennino e pianura, cioè il luogo di origine e il punto di approdo del protagonista. L’Appennino è il labirinto e il silenzio, la pianura è la geometria, la modernità, la razionalità, la velocità. La madre del bimbo, quando non parlava, gli faceva ascoltare la pioggia dicendo che le gocce d’acqua scendevano nelle pozzanghere con un ritmo che somigliava ai tasti della macchina da scrivere quando lavorava il padre. Da subito, si può dire, l’acqua e le parole si sono legate in un vincolo simbolico, che poi si esplicita nel momento in cui il protagonista va a Milano, città piovigginosa ma considerata anche la città delle parole (delle case editrici, dei giornali) e a Venezia, per eccellenza la città sull’acqua, incontra l’editore che gli stampa il primo dei suoi libri. I libri sono come fiumi.

Di solito si parla di “crisi dello scrittore”. Nel romanzo invece la situazione si ribalta. Come si concilia l’urgenza di espressione “non filtrata” con la capacità di mettere nero su bianco una storia?
Di solito la pagina bianca incute paura perché significa incapacità a raccontare una storia o paura di raccontarla. La pagina bianca è stata, per l’io che narra questa vicenda, una declinazione del silenzio. Nel romanzo questo non avviene (o avviene di rado) perché il “fiume delle parole”, che covava nella mente del protagonista, prima o poi avrebbe trovato la strada per irrompere sulla carta. Prima di cominciare a scrivere, se si ha un progetto narrativo, non si sente la paura della pagina bianca. Anche perché l’esercizio di raccontare si dovrebbe nutrire di idee, di suggestioni, di immaginazione, dunque di letture accumulate.

Che ruolo hanno avuto nella formazione dei narratori di oggi i grandi letterati del Novecento?
Posso parlare per me, non per gli altri. Per me autore hanno significato una genealogia, esattamente come un albero famigliare a cui risalire per ritrovare se stessi o ritrovare i segni che ci contraddistinguono: il colore degli occhi o dei capelli, la forma degli zigomi o della fronte, il taglio del naso, ecc. Non sono nato lettore e non lo sono stato fino ai diciassette anni, ma poi ho cercato di recuperare, ho cercato cioè di farmi una tradizione letteraria leggendo e cercando di imparare dai libri degli altri. Questo sia per i letterati del Novecento, sia per quelli anteriori.

Noto spesso che troppi sembrano improvvisarsi scrittori. C’è ancora la pura “urgenza” della scrittura in quanto espressione artistica o la possibilità di accedere a migliaia di contenuti ha appiattito le differenze tra chi nasce scrittore e chi si erge a tale pur non avendone le capacità?
Questa è una domanda che presuppone una risposta complicata perché imbarazzante. Per quanto mi riguarda, credo che una distinzione ci dovrebbe essere tra gli scrittori che studiano/leggano e gli scrittori che non lo fanno. La differenza sta lì. Non ho mai creduto, meno che mai ora, allo scrittore ingenuo che all’improvviso si mette a scrivere a un capolavoro. Non accade quasi mai così. Nessuno si può permettere di essere naif. Scrivere credo sia un esercizio di consapevolezza.

La macchina da scrivere è un elemento fondamentale del romanzo, “porta” tra pensiero e scrittura. Penso che il rumore del ticchettìo dei tasti, la “permanenza” delle parole e delle correzioni ponessero la scrittura su un livello diverso rispetto a oggi. Siamo abituati a cancellare con facilità, senza lasciare traccia. Come cambia (se cambia) il processo della scrittura?
Questo è un tema affascinante, forse uno dei più suggestivi per quanto mi riguarda. Amo le macchine da scrivere e le uso da quando avevo dieci anni. Nello stesso tempo non ho avuto difficoltà, intorno ai venticinque anni, nel passare alla scrittura sui computer, andando incontra a quello che lei chiama “permanenza delle parole”. Non si è trattato soltanto di un cambiamento tecnico, ma del rapporto tra pensiero e pagina bianca. Umberto Eco riteneva che l’ingresso del computer tra i sistemi di scrittura avrebbe modificato la maniera di riversare il pensiero sulla carta. Ed è stato così. Se sia stato un vantaggio è un discorso a parte.

I LIBRI DI GIUSEPPE LUPO



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