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Intervista a Howard Chaykin

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Howard Chaykin è da decenni uno dei protagonisti della scena internazionale dei comics. Classe 1950, statunitense, nativo del New Jersey, cresciuto artisticamente sotto lo sguardo di Gil Kane, uno degli alfieri della silver age dei fumetti, Chaykin, già sceneggiatore e disegnatore di storie per testate DC Comics / Marvel come Batman, JSA - Justice Society of America, Conan the Barbarian, Hulk!, X-Men, Captain America, Iron Man, New Avengers, si impone come creatore di opere originali dallo stile dissacrante come American Flagg!, Black Kiss, Satellite Sam, Time², e, in tempi più recenti, The Divided States of Hysteria e Hey Kids! Comics! Per celebrare il ritorno nelle fumetterie e nelle librerie in versione omnibus integrale in una rinnovata veste editoriale curata da SaldaPress della controversa, sulfurea miniserie Black Kiss e del suo prequel è stata organizzata una tavola rotonda a cui abbiamo partecipato anche noi di Mangialibri, e nel corso della quale abbiamo avuto modo di scambiare alcune chiacchiere con Chaykin. Il fumettista sfoggia il caratteristico sorriso sornione di chi ne ha viste tante, e può dirsi soddisfatto dei traguardi raggiunti nel corso di una carriera vissuta con il coraggio di scommettere su se stessi, anche rischiando in proprio, in un’epoca di totale incertezza, infilando, ad esempio, la porta d’uscita dal comodo mondo del mercato editoriale mainstream per seguire vie meno battute, ma più consone al proprio modo di pensare e scrivere storie a fumetti.



Howard, cosa c’è alla base della scelta di usare il sesso come elemento centrale nelle tue storie?
Una provocazione! Si è trattato di una scelta precisa, maturata in risposta a un episodio specifico, avvenuto negli anni ’80: DC Comics e Marvel si stavano accordando per dar vita ad un nuovo sistema di “rating” degli albi a fumetti che rischiava di trasformarsi in un nuovo sistema di autocensura da cui, come autore, mi sentivo minacciato. In quel periodo incontrai Bill Marks, editore della Vortex, a cui parlai del progetto Black Kiss. Marks era convinto che la faccenda sarebbe naufragata perché gli americani amano narrazioni in cui il sesso è suggerito, non esplicitato. E invece… non si era mai visto prima un fumetto pornografico scritto in modo intelligente! Da questo punto di vista, Black Kiss può essere considerato una vera e propria anomalia.

Come sei riuscito a raggiungere il difficile equilibrio tra libertà d’autore e necessità di sottostare comunque alla morale comune imperante?
Sono un realista romantico, ah ah. Vivo in una piccola cittadina vicino Los Angeles, in California, e, a dirla tutta, non mi interessa molto quel che avviene al di fuori di quel che percepisco come il “mio mondo”! Nel corso degli anni sono piovute su Black Kiss critiche su critiche, che non mi hanno minimamente scalfito.

Ho trovato molto interessante il modo in cui attraverso i tre periodi storici in cui è ambientato Black Kiss, si riesce a seguire l’evoluzione della società americana. È un elemento studiato a tavolino?
Adoro l’attività di ricerca che precede la scrittura di ogni lavoro, e scrivere storie che abbiano riferimenti alla storia e alla storia della cultura americana! Se ne possono trarre spunti davvero intriganti! Ad esempio, l’ispirazione per il prequel/sequel Black Kiss 2, pubblicato a oltre vent’anni di distanza dalla prima serie, è arrivata da I’m Still Here, una canzone cantata alla fine del primo atto in Follies, il mio musical preferito targato Stephen Sondhein, a sua volta ispirata alla carriera di Joan Crawford. E poi mi intrigava molto esplorare le modalità in cui veniva vissuta la sessualità agli inizi del Novecento, qualcosa di molto lontano dalla nostra attuale visione della società dell’epoca.

Nel corso di questi quarant’anni di carriera hai avuto esperienze di lavoro molto diverse: hai disegnato personaggi iconici dei comics delle principali case statunitensi, ti sei cimentato con prodotti più particolari, come la trasposizione a fumetti di Star Wars, hai sperimentato da autore indipendente, godendo di una maggior libertà creativa: qual è tra queste la strada che più hai sentito tua?
Non mi sono mai voluto legare, come hanno fatto altri colleghi, a questo o a quell’editore per periodi di tempo troppo lunghi. Qualunque legame è sempre stato breve, ed è nato o sulla scorta di un preciso progetto editoriale, in cui mi veniva garantita una certa libertà di espressione artistica, o per motivi prettamente economici: mi sarebbe piaciuto molto poter vivere solo di progetti personali, in completa autonomia, ma in una economia di mercato questo non è ovviamente possibile. Mi è capitato di scrivere e disegnare storie dei personaggi che da lettore adoravo, e che, vissuti dall’interno del meccanismo, a causa delle scelte editoriali imposte, ho finito col detestare. Oggi lavoro solo spinto dall’amore viscerale che ho per il fumetto come forma d’arte: negli ultimi anni non mi sono neppure posto il problema di lavorare pensando ad un target predefinito, ad un pubblico di riferimento!

Di Black Kiss colpiscono molto un tema come quello della duplicità (tutti i protagonisti sembrano presentare due anime), e la complessità della struttura, che si evince anche da testi e dialoghi che sembrano suggerire un ritmo narrativo che si fa a tratti confuso, sincopato, somigliante a quello di un brano jazz. Hai per caso avuto esperienze da musicista in passato?
È una tematica a cui sono molto legato e che mi ha sempre affascinato, sin da quando ho iniziato, da bambino, a leggere fumetti in cui accadeva sempre che una persona del tutto normale ad un certo punto si trasformava in qualcosa di diverso! Sono felice emerga dalle mie storie. Non sono mai stato un musicista, è già piuttosto difficoltoso portare avanti la carriera di fumettista! Però ho una collezione di più di diecimila CD, molti dei quali sono album jazz, che coprono un periodo che va dagli anni ’20 agli anni ’60 del secolo scorso. Adoro il jazz in tutte le sue forme.

Chi sono i tuoi autori di riferimento? E, a tua volta, che tipo di influenza speri di avere sui giovani autori?
Per i fumetti penso a maestri come Wallace “Wally” Wood, ma anche ad autori italiani, come Vittorio Giardino, che amo molto. E Saudelli, Franco Saudelli! Poi leggo parecchia narrativa: James Ellroy e Robert Bloch in primis, sempre alla ricerca di nuove ispirazioni. Quanto ai giovani: mi piacerebbe molto vivere in un mondo in cui si diventa popolari perché si è bravi, e non viceversa, ma, temo, stiamo vivendo tempi abbastanza codardi, in cui si ha sempre più paura a esprimere la propria opinione, per cui direi che ai giovani autori vorrei poter lasciare in dote il coraggio.

C’è una componente autobiografica in Black Kiss? La versione di Cass Pollack in età “matura” sembra addirittura avere dei tratti di somiglianza con te! E a chi ti sei ispirato per i personaggi di Dagmar Laine e Beverly Grove?
Stronzate… il mio protagonista è la versione ebrea degli attori William Holden, James Garner e Henry Fonda. Nell’estate del 1985, due mesi prima di trasferirmi in California, stavo camminando per Madison Avenue a New York quando ho visto una donna. Somigliava ad una tipa con cui avevo avuto una relazione una decina di anni prima. L’ho avvicinata al semaforo: era un travestito, del tutto identico a lei. Questo evento mi ha colpito, e mi è venuta in mente questa strana immagine, di due gemelli, diversi tra loro solo perché uno dei due aveva un pene. Per disegnare Dagmar e Beverly mi sono ispirato alle attrici Diana Dors - che all’epoca era considerata la Marilyn Monroe inglese - e Mamie Van Doren, e a un’amica trans di mia moglie che lavorava nel mondo dello spettacolo e aveva avuto anche una parte in Terzo grado, un film di Sidney Lumet con Nick Nolte e a cui quando è morta è stato dedicato il documentario Split - William to Chrysis. Portrait of a Drag Queen, facilmente rintracciabile su YouTube.

Vedi all’orizzonte il rischio di un ritorno - in nome del “politically correct” - a quel clima che in passato ha già portato le case editrici di fumetti negli States a sottostare ad un organo di autocensura (il Comics Code Authority), almeno su temi sensibili come razzismo, diritti delle minoranze, diritti delle persone della comunità LGBTQ?
No, non credo si potrà tornare a quella situazione, semplicemente perché la gente non è più interessata ai fumetti come un tempo. C’è poi da dire che in troppi fanno confusione tra castità e virtù! Ho la sensazione che ci sia una sorta di aggressività strisciante, che porta le persone ad attaccare quel che è diverso da ciò in cui credono, ciò che differisce dal proprio modo di pensare, per sentirsi migliori. È qualcosa che aborro profondamente. Penso che questo provocherà problemi seri a livello sociale, ma non penso che la faccenda riguarderà il mondo dei comics.

Nelle tue tavole erotiche in bianco e nero sembrano esserci elementi che ricordano autori delle scuole spagnola e argentina: sono tra i tuoi ispiratori?
In realtà non sono particolarmente legato ad una scuola piuttosto che ad un’altra, né programmo il mio lavoro sulla base di eventuali influenze. Sicuramente mi piacciono molto gli autori italiani e spagnoli di genere noir! Tra gli argentini ammiro Ignacio Noé ed Eduardo Risso, ma lavoro in modo molto istintivo, senza ragionar troppo su ciò che scriverò o disegnerò, e senza ispirarmi consapevolmente ad altri.

Quale influenza hanno avuto su di te i pulp magazine?
Ero troppo giovane all’epoca! Quelle pubblicazioni sono letteralmente morte qualche anno prima della mia nascita! Sono cresciuto con i fumetti, quel che più si avvicina a quel genere di narrativa nel mio background sono alcuni romanzi di William S. Burroughs e di Robert E. Howard. Nel corso degli anni ’70 poi mi sono innamorato della fantascienza, che è rimasta la mia passione principale. Molti mi hanno criticato per la mia gestione di The Shadow, in cui ho usato uno stile pulp, e a cui mi sono avvicinato non per amore del personaggio, ma perché erano i miei primi anni nell’industria dei comics e avevo bisogno di lavorare. Ovviamente liberi di parlare: della loro opinione non so che farmene.

Se dovessi trovarti a riscrivere oggi Black Kiss, cambieresti qualcosa?
No, lo scriverei esattamente nello stesso modo. Però posso dirti che sto lavorando ad una nuova storia di Black Kiss, uno speciale per Halloween di cui non conosco ancora del tutto gli sviluppi!

Da chi faresti dirigere una eventuale trasposizione cinematografica o televisiva di Black Kiss?
Lo farei dirigere da John Ford, ah ah!

I FUMETTI DI HOWARD CHAYKIN