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Intervista a Inés Garland

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A volte capita di leggere un libro, innamorarsene e volerne sapere di più su chi lo ha scritto. Inizi a chiederti che tipo di persona sia, cosa pensa mentre scrive, come ha avuto l’idea per realizzare il romanzo che hai adorato e che effetto farebbe conoscerla. Poi succede che la incontri e la trovi semplicemente “luminosa”. Questo è proprio ciò che è accaduto conoscendo a Più Libri Più Liberi 2023 Inés Garland, autrice, traduttrice, giornalista e insegnante di scrittura creativa in Argentina. Una persona sorridente, semplice e disponibile. Un’anima che definirei pura e che sa arrivare al cuore delle persone con le sue parole.



Il cane Lilo ti è apparso davanti agli occhi un giorno per puro caso, ma secondo te cos’è che ti ha spinto a parlare di lui, a creare una storia su di lui? Cos’è davvero Lilo?
Lilo ha questo senso di inadeguatezza che lo accompagna, non si sente bello e amato dagli altri per via del suo aspetto insolito e io capisco molto bene questa condizione. Spesso, nel corso della vita, non mi sono sentita compresa per via del mio aspetto, così fuori dagli standard argentini, ma anche perché amavo leggere, scrivere e spesso mi isolavo per farlo. Lilo è un modo per uscire dalla visione che abbiamo di noi, mettendoci nei panni degli altri e capire così che quando ci si apre al mondo poi il mondo si apre a te. Anche il fatto di saper annusare le emozioni è una metafora che permette al protagonista di creare empatia con chi lo circonda. Il cercare di capire le persone lo fa uscire dalla sua solitudine, dalla gabbia mentale che si era creato e lo spinge a superare i propri limiti. Il desiderio di Lilo è quello di dare gioia a chi lo circonda e questa è una cosa che ho scoperto appartenermi.

È bellissimo il paragone tra la paura e il lievito, com’è nato?
Ho avuto l’ispirazione guardando gli animali, quando loro hanno paura si gonfiano e si fanno più grandi, sempre più grandi. Io ho una gatta molto paurosa che, quando devo portarla dal veterinario, arruffa moltissimo il pelo. Un giorno, quando l’ho tirata fuori dal trasportino, ho sentito un odore molto forte che mi ha subito ricordato il lievito: così è nata l’associazione.

Con che cuore e che testa si dovrebbe leggere questo tuo Lilo?
Io non lo so con esattezza, ci sono libri che hanno bisogno di un tempo o un momento specifico. Magari un giorno ne inizi uno che però non riesci a leggere e lo abbandoni, per poi riprenderlo e finirlo in un secondo momento. Penso inoltre che non esista un libro che non possa essere letto a qualsiasi età, i libri sono per tutti a prescindere dal target consigliato. Per me attitudine alla lettura vuol dire apertura totale a tutti i generi. Il senso di inadeguatezza fa parte della vita di ognuno di noi, quindi tutti possono leggere questo libro a prescindere dallo stato mentale. Se un bambino ha questo senso di inadeguatezza può leggerlo e trarne beneficio, ma se non ce l’ha magari conosce un amico che invece sta vivendo quel problema e quindi può diventare più empatico nei suoi confronti e aiutarlo.

Com’è stato lavorare con Maite Mutuberria? Che ne pensi della disegnatrice basca?
Sono felice che tu mi abbia fatto questa domanda, perché durante le interviste della premiazione, mi sono dimenticata di dire che lei con i suoi disegni ha preso un lato di Lilo che è perfetto. Il tratto con cui ha realizzato lui e le illustrazioni mi ha fatto subito pensare che avesse centrato in pieno lo stile del racconto. Per me ora Lilo è esattamente come lei lo ha disegnato, non potrei più immaginarlo in un altro modo. Quando ho ricevuto i disegni ho chiesto come avesse fatto a vedere tutto questo nel personaggio basandosi solo sulle mie parole: è dolce, tenero, divertente, bello, tutto, ha tutto. Io e lei non eravamo in contatto, le è stata mandata la storia e dopo averla letta ha realizzato questi disegni, per questo ero ancora più sorpresa. Lei è una persona tanto carina, calda, tenera, simpatica, anche lei è un po’ come Lilo. Come anche Francesco Ferrucci, il traduttore italiano, che è riuscito a portare tutti i tratti comici e il senso esatto della storia in un’altra lingua.

Perché hai deciso di scrivere una storia sull’abuso delle tecnologie da parte dei bambini?
Non ho scelto di scrivere questa storia, le parole sono uscite da sole nel momento in cui ho visto Lilo passare in un parco, sapevo solo che volevo parlare di lui e dell’idea che aveva di sé stesso. Volevo che uscisse fuori dalle sue idee perché solo così si possono vedere davvero gli altri, le loro insicurezze e capire così che non si è soli. No, io non decido mai in anticipo di cosa scriverò o come si evolverà la storia. Victoriano, uno dei bambini a cui ho dedicato il libro, in quel periodo mi raccontò di una sua compagna di classe che riceveva molti messaggi di odio da parte di una coetanea. Quando sento queste cose io cerco sempre di capire il motivo per cui vengono fatte, non perché non crei empatia con la vittima, anzi, una persona che è vittima di una qualsiasi violenza o azione cattiva va protetta e tutelata, ma mi viene da chiedermi cosa accada in quell’altra persona, cosa la spinga a fare ciò che fa. Questo è ciò che accade in Lilo, lui vuole capire il motivo che fa stare male la sua padroncina, ma finisce con lo scoprire la storia dell’altra ragazzina. Io non volevo scrivere appositamente della tecnologia, è stata una sincronia, come accade spesso quando scrivo, dato che non so dove sto andando mentre lo faccio, sono aperta a tutto ciò che mi circonda o accade intorno a me, così le cose passano attraverso me e prendono vita sul foglio.

Dove trovi spunto per le tue idee e dove ti piace scrivere?
Ho uno studio in cui lavoro, ma amo scrivere su taccuini che mi porto dietro, annotando tutto ciò che mi colpisce in strada, passeggiando, fermandomi in un bar o in parco. Lilo è venuto fuori molto velocemente, ero davvero ispirata, ma non sempre è così. Io paragono la scrittura alla pesca: annoti un’idea, poi butti l’amo e magari ci metti tantissimo prima di tirare su qualcosa di buono, a volte non è quello che volevi, ma forse è anche meglio e altre volte non tiri su niente e resta un’idea scritta su un taccuino. Magari un’idea non prende vita subito, ma torna dopo anni, perché io non ero pronta per scriverla o non era il suo momento e ha bisogno di più tempo per maturare. Per scrivere bisogna avere molta pazienza.

Secondo te come si può contrastare il cyberbullismo?
Io non voglio con le mie storie dare un messaggio netto o una ricetta su come fare le cose perché non mi appartiene. Io penso solo che si debba comunicare tanto, parlare, non chiudersi nel proprio dolore e aprirsi agli altri: solo condividendo si può trovare comprensione. I bambini spesso non raccontano perché si colpevolizzano per tutto, pensano che se gli accade una cosa brutta è perché se lo sono meritato in qualche modo o perché cercano di proteggere i loro genitori. Ma se noi adulti per primi siamo distratti e abbiamo tutto il giorno gli occhi puntati sui telefoni, allora non riusciremo a sintonizzarci con loro. Dobbiamo far capire loro che possono raccontarci le cose che fanno loro male. Spesso i ragazzini si aprono quando un adulto gli racconta un aneddoto di lui da bambino, vedendo che anche lui ha passato in un certo senso quello che stanno passando loro, provano empatia e riescono ad aprirsi. Poi è soggettivo, ogni adulto deve trovare il suo modo di comunicare con i bambini, basta che ci provi.

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