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Intervista a Jacopo Cirillo

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Jacopo Cirillo (Faenza, classe 1982) ha studiato Discipline semiotiche a Bologna proprio durante gli ultimi anni di insegnamento del professor Umberto Eco. La sua fascinazione per la comicità comincia presto, a quasi diciotto anni, grazie, racconta, ai video amatoriali di Supervero Tv, segmento “real” dell’allora Mai dire gol; quei video di devastazioni e catastrofi (ambientati chissà perché quasi sempre in Nebraska) lo mettono di fronte a qualcosa di incredibile e potente, che ha catturato per sempre la sua attenzione, a tal punto da trasformarla nel suo lavoro: l’irruenza della risata.



Sedici anni dopo Supervero Tv, nasce Aguilar, la tua casa di produzione. Raccontaci com’è andata: com’è nato il progetto, le difficoltà che si affrontano approcciando al mondo della comicità…
Il progetto Aguilar è nato in un mondo molto romanzesco: già grandi appassionati di comicità e stand-up comedy, insieme a Giulio D’Antona (amico e socio nell’impresa) abbiamo passato tutta l’estate del 2016 in giro per gli Stati Uniti, quasi seimila miglia percorse da Los Angeles a New York. Oltre ai tantissimi spettacoli comici a cui abbiamo assistito un po’ dappertutto, la maggior parte del tempo l’abbiamo speso nell’abitacolo dell’auto, in viaggi interminabili a velocità molto ridotte in posti tipo l’Iowa, dove non ci si ferma mai perché non c’è nulla per cui valga la pena fermarsi. Così abbiamo avuto tutto il tempo per parlarci e convincerci che sì, in qualche modo potevamo trasformare questa passione in un lavoro. A un certo punto siamo finiti ad Aguilar, un paesino minuscolo nel sud del Colorado e lì abbiamo passato tre giorni molto intensi con i nativi americani del luogo, facendoci raccontare leggende su orsi, peyote e case infestate (qui ne ho raccontata una). In una di quelle notti trascorse attorno al fuoco, abbiamo deciso senza quasi nemmeno dircelo che avremmo provato a creare qualcosa in Italia attorno alla stand-up comedy e alla nuova generazione di comici e che si sarebbe chiamata, ovviamente, Aguilar. Ritornati a Milano, grazie all’insostituibile aiuto di Saverio Raimondo, uno dei primi stand-up comedian italiani, e di Teo Segale, al tempo direttore artistico di Santeria, un importante locale della città, abbiamo iniziato a organizzare spettacoli con i nuovi nomi della scena comica italiana, al tempo ancora poco conosciuti: Michela Giraud, Luca Ravenna, Stefano Rapone, Martina Catuzzi, Edoardo Ferrario, Francesco De Carlo, Valerio Lundini e molti altri. Sinceramente pensavamo che ci avremmo messo almeno qualche mese, forse addirittura una stagione intera per fidelizzare il pubblico, in realtà abbiamo riempito la sala fin dal primo spettacolo, e abbiamo continuato a riempirla per quattro anni, diversificando la proposta, organizzando anche open mic e cercando, in generale, di far crescere il movimento. Nel frattempo, forti dell’ingresso in società di due importanti case di produzione - Dazzle di Davide Azzolini e Indigo Film - forse un po’ ingenuamente abbiamo proposto a Netflix la creazione dei primi Comedy Special di artisti italiani, e nel giro di poco più di un anno Francesco De Carlo, Saverio Raimondo e Edoardo Ferrario erano in streaming con i loro show, seguiti da Michela Giraud che ha esordito sulla piattaforma lo scorso 6 aprile. Da quel momento abbiamo continuato a portare avanti due attività parallele: l’organizzazione di spettacoli dal vivo in tutta Italia - insieme a Teo Segale - e le produzioni video. Le difficoltà sono state molte, la maggiore e la più stimolante è stata quella artistica e culturale: la parola “stand-up comedy” era conosciuta solo in piccole nicchie di appassionati, e la sfida era, ed è ancora, quella di coinvolgere un pubblico sempre più ampio e consapevole, portando avanti la tradizione milanese di locali e organizzazioni storiche come il Derby Club e lo Zelig che hanno fatto più o meno la stessa cosa fin dagli anni Sessanta.

La questione del politicamente corretto è sempre esistita, correggimi se sbaglio, ma non è mai stata un ostacolo per il comico che è, in definitiva, un dissacratore per natura. Ultimamente sembra però che la questione si sia esacerbata e la gente, a ragione o a torto, non sia più propensa a ridere di certi argomenti… pensi che sia senso di colpa? O che ci si faccia condizionare da una sorta di velata censura? La società è disposta (finalmente) a sdoganare determinati argomenti, ma paradossalmente sembra impreparata a discuterne in modo, per così dire, rilassato…
La questione del politicamente corretto sì, è sempre esistita - basti pensare che gli antichi greci si inventarono gli spettacoli e le commedie a teatro per creare una ritualizzazione pubblica, innocua e socialmente accettabile dei folli riti dionisiaci in cui, signora mia, i giovani deridevano i vecchi, i figli deridevano i padri e gli allievi prendevano in giro gli insegnanti: inaccettabile. E il comico è effettivamente un dissacratore per natura: il suo ruolo nella società è sempre stato quello di mostrarci le verità nascoste sotto le cose, il mondo all’incontrario, le sue incongruenze e le sue devianze. Proprio per questo, i comici hanno sempre avuto censure, rimostranze, schiaffi in faccia e denunce di ogni tipo, e allora come adesso non se ne curano (o non dovrebbero curarsene) troppo. In fin dei conti il comico può dire quello che gli pare, sarà poi il pubblico, con le sue risate e i soldi per il biglietto, a sanzionarlo. Negli ultimi tempi, tuttavia, la risata e la comicità si sono innestate prepotentemente nel discorso collettivo sul politicamente corretto, sulla cancel culture, sul “non si può più dire niente” (ricordate il famoso/famigerato monologo di Pio e Amedeo in prima serata di qualche mese fa?). La progressiva e inesorabile polarizzazione delle opinioni nel dibattito pubblico, del sei con me o contro di me, porta allora alla creazione di due schieramenti, senza soffermarsi troppo sulle gradazioni di grigio, e questo accade anche con la comicità, con le battute di un comico, che se offendono, allora sono offensive, e se esagerano, allora sono esagerate. Non credo però sia una questione di argomenti: i comici che funzionano sono quelli che intercettano il sentire del pubblico, consapevoli che si può scherzare di tutto e altrettanto consapevoli che scherzando su alcune cose (i neri, i gay, i migranti, gli assassini, le vittime fatte a pezzi) la gente non riderà. E il primo compito del comico, la sua missione, è sempre quella di fare ridere, non di passare messaggi sociali. Non a caso, Chris Rock ha venduto più biglietti il giorno dopo la cerimonia degli Oscar che in tutto il mese di marzo. Penso piuttosto che le persone non siano abituate a valutare la comicità nella sua complessità proprio perché non sono più abituate a gestire la complessità in generale, trincerandosi dietro un’idea, qualsiasi idea, che non si sentono di mettere in discussione. Ma la comicità è proprio mettere in discussione il mondo, non certo trovare soluzioni.

Quali sono in Italia e all’estero i comedy club che ti hanno più colpito, nei quali hai respirato l’atmosfera più coinvolgente?
Negli Stati Uniti, il Comedy Cellar a New York e il Comedy Store a Los Angeles sono i due club più famosi e celebrati al mondo, ed effettivamente assistere a uno spettacolo comico lì dentro è un’esperienza incredibile. A Berlino c’è un posto fantastico che si chiama Cosmic Comedy, gestito da uno scozzese e un indiano nato a Birmingham; ad Amsterdam il Comedy Cafè, con uno strano palco sotterraneo, mentre a Utrecht, ogni anno, organizzano uno dei festival comedy più importanti d’Europa. In Italia non esiste (ancora) una vera tradizione di comedy club, ma dalla Sicilia fino a Trento ci sono moltissimi locali che propongono una programmazione quasi continua di stand-up comedy: mi vengono in mente l’Off Topic a Torino, il Ghe Pensi MI a Milano, l’Alcazar a Roma, il Maite di Bergamo, il Bravo Caffè a Bologna, il Retronoveau a Messina, gli Intrepidi Monelli a Cagliari, il Bugs di Trento e tanti altri.

Raccontaci del comedian più penoso che tu abbia mai visto…
Non posso fare ovviamente nomi, né svelare la nazionalità, ma me ne ricordo due in modo particolare. Il primo comedian sale sul palco, inizia a scaldare un po’ il pubblico ma il pubblico non risponde. Qualcuno sbadiglia. Allora comincia con la sua routine e niente, nessuno ride. Dopo qualche minuto di farfugliamento, il comedian lancia il microfono a terra (in una strana interpretazione del mic drop), manda affanculo tutti e se ne va, lasciandoci sbalorditi. Il secondo sale sul palco, inizia a scaldare un po’ il pubblico e il pubblico si prende bene. Ridono tutti. Lui si carica e comincia lo spettacolo. Solo che si fa prendere un po’ troppo la mano e, a un certo, punto, fa una battuta un po’ pesante su una ragazza in prima fila. In una strana rievocazione retroattiva del fattaccio Will Smith / Chris Rock durante la cerimonia degli Oscar, il fidanzato della destinataria della battuta comincia a insultare il comedian, a minacciarlo e, come nei migliori bar di provincia, a dirgli: “Ti aspetto fuori”, tirandosi su le maniche del maglione. Solo che l’artista sul palco non aveva voglia di aspettare tutto quel tempo, ed è proprio lui che scende dal palco e prende a spintoni il suo critico, fino a che gli addetti alla sicurezza non li separano e lui continua imperterrito con il suo show, davanti a un pubblico che non aveva più voglia di ridere e che, più che altro, si preoccupava per la propria incolumità. Sono due parabole molto interessanti perché si fondano sull’aspetto più importante - e meno pubblicizzato - dello spettacolo comico, e cioè il dialogo con il pubblico. Il pubblico non è semplicemente un attore passivo ma, al contrario, contribuisce attivamente alla creazione della comicità, al ritmo dello spettacolo, alla qualità dei tempi comici e della delivery e, in definitiva, al successo e al compimento dello show.

Cos’è che ti fa, o ti farà - cascasse o si capovolgesse il mondo - ridere sempre, davvero, di cuore?
La cacca.

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