Salta al contenuto principale

Intervista a Jana Revedin

Articolo di

Architetto e teorico dell’architettura tedesca di nascita e veneziana d’adozione, Jana Revedin ha pubblicato il suo primo romanzo biografico nel 2018 raccontando la storia di Ise Frank, la dimenticata seconda moglie del fondatore del Bauhaus Walter Gropius, che era l’anima emancipatrice del movimento. Dopo il brillante successo di questo romanzo d’esordio in tutta Europa, nel 2020 ne è seguito un altro che racconta la vita rivoluzionaria della re-inventatrice del mondo artistico della Venezia degli anni Venti, Margherita Revedin, anche lei dimenticata. Ad agosto 2021 è uscita la sua terza opera in questa trilogia di donne straordinarie degli anni ‘20 e ‘30: stavolta Revedin ritrae la grande musa del modernismo parigino Eugenia Errázuriz nel suo viaggio in Sud America, dove il suo “ultimo talento”, il giovane designer ebreo Jean-Michel Frank, progetterà il primo Grand Hotel delle Ande. L’abbiamo intervistata in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino 2021. La foto è di Martin Rauchenwald.




Come potremmo riassumere il concetto espresso dal Movimento Bauhaus e il suo significato nella storia dell’architettura?
Ise Frank ha aderito alla “Idea Bauhaus” e ha contribuito con le sue conoscenze e abilità giornalistiche e letterarie a formulare la teoria e l’etica del movimento tedesco dell’architettura riformatrice con Walter Gropius e i suoi alleati. Le tre innovazioni fondamentali che Gropius e Ise Frank esemplificarono anche nella vita quotidiana alla Scuola del Bauhaus furono innanzitutto la “città ecologica”, che ritroviamo descritta in sei principi negli archivi del CIAM Zurigo del 1931: 1) Crescita urbana densa e organica per evitare l’espansione incontrollata e preservare aree agricole e naturali vitali; 2) Verde urbano attivamente utilizzato, costruzione sistematica di “giardini inquilini” per l’auto-sostenimento dei residenti, cinture verdi e parchi pubblici per la ventilazione dei centri abitati, lo sport, la rigenerazione; 3) Mix di spazi di lavoro/commercio/artigianato, alloggi sociali, negozi/mercati e spazi aperti ad uso attivo; 4) Allineamento e orientamento degli edifici in base alle condizioni climatiche: vento, sole, precipitazioni, falde acquifere, maree; 5) Utilizzo dell’acqua piovana per il raffrescamento, dell’energia solare per il riscaldamento, ricerca di involucri edilizi rispettosi del clima; 6) Ricerca di strutture e materiali per la costruzione e l’arredamento leggeri e flessibili, igienici, riciclabili e “alla portata di tutti”.

Come si realizzarono questi splendidi principi, validi ancora oggi, negli anni 1930?
Non rimasero sulla carta: nelle Berliner Bauausstellungen grazie a Martin Wagner, direttore urbano della città, si sperimentarono tutti questi principi, concepiti in progetti-modello dal gotha della intellighenzia architettonica dell’epoca, Erich Mendelsohn, Walter Gropius, Bruno Taut, Hans Scharoun, Hugo Häring, Leberecht Migge, Mies van der Rohe… e supportati dalla industria edilizia tedesca. Peccato che con l’ascesa di potere di Adolf Hitler nel gennaio 1933 si vietarono di punto in bianco. Le Corbusier approfitta di questo impasse per istallare le sue dottrine nell’estate 1933 al CIAM di Atene. La “citta ecologica” del Bauhaus scompare dal discorso europeo, visto che tutti i suoi insegnanti, accusati di essere socialdemocratici o ebrei, devono cercarsi le loro vie di fuga dalla Germania in fretta e furia.

Alla base del Movimento c’è una concezione quasi socratica della società, qual è il progetto pedagogico della Bauhaus?
L’insegnamento e la ricerca interdisciplinare del Bauhaus includono le scienze, i mestieri e le arti rilevanti alla reinvenzione di un’architettura “a servizio della società”. Walter Gropius non accetta un solo architetto come insegnante al Bauhaus, ma protagonisti trans-disciplinari scelti con cura, artisti, artigiani, scrittori, registi, grafici… Il design “per tutti” si rivoluziona grazie alle nuove tecniche e arti scoperte al momento, la fotografia, il film, la danza espressiva, il teatro totale, l’arte “ad opera aperta”. In appena dieci anni, dal 1919 al 1928, al Bauhaus si sperimenta e valida la pedagogia “attiva” di Patrick Geddes, che fa conoscere oltre i confini della Germania dei processi di progettazione collettiva e, come risultato, prodotti tecnicamente e artisticamente innovativi celebrati dall’industria internazionale. La visione è una possibile emancipazione sociale attraverso l’architettura: Il Bauhaus di Walter Gropius e Ise Frank è stata la primissima scuola al mondo che ha permesso alle donne di studiare l’architettura, mestiere ritenuto “maschile” fino ad allora!

Come architetto, teorico dell’architettura e docente di architettura e urbanistica, è inevitabile confrontarsi con queste questioni di genere, ancora oggi?
Ogni giorno. Incoraggio le mie colleghe più giovani e le mie studentesse a osare, a inseguire i propri sogni, cerco di far loro vivere la gioia della nostra meravigliosa professione. Con ogni progetto, con ogni testo, è importante dimostrare perseveranza, stimolare la curiosità verso l’apprendimento continuo e allo stesso tempo l’umiltà verso i luoghi, la loro cultura, i loro abitanti con i loro bisogni e sogni. Quando sono stata accolta da Aldo Rossi nel suo studio nel 1987, lì lavoravano solo uomini, ho appreso nei cantieri da tecnici e artigiani che erano esclusivamente uomini e attraverso progetti pensati per clienti che erano anche quasi esclusivamente uomini. Allora mi sono detta: la architettura non è femminile? In effetti, da allora è diventata molto più femminile e ben più della metà dei miei studenti sono giovani donne.

Quale era dunque il ruolo di Ise Frank, la “Signora Bauhaus” del romanzo, nella densità di innovazioni del Bauhaus?
I tre approcci epocali che ho esposto prima - città ecologica, pedagogia attiva, emancipazione sociale - oggi sarebbero dimenticati se Ise Frank non avesse deciso già nel 1927, quando il regime nazista si insediò persino nella “rossa” Dessau, “Il Bauhaus si trasferisce in America”. Le mostre sul Bauhaus da lei curate dal 1927 prima a Stuttgart, a Istanbul e Parigi e poi, subito dopo l’arrivo della coppia in esilio americano nel 1937, al Museum of Modern Art di New York, ancorano la “Idea Bauhaus” nella storia dell’Architettura. La mostra al Museum of Modern Art e stata descritta dalla stampa specializzata come “la mostra più straordinaria di tutti i tempi”.

Sei fondatrice e presidente della Locus Foundation, che ogni anno assegna il “Global Award for Sustainable Architecture”, istituito con il patrocinio dell’UNESCO. Quali sono le sfide più importanti del presente e del futuro?
Lo dico con le parole di Walter Gropius del 1919: “L’architettura è scienza, artigianato e arte al servizio della società”. Gli architetti della mia generazione, che credevano nell’illusione di una crescita economica senza fine, hanno dimenticato l’ultima parte di questa bella definizione, il servizio alla società. Il movimento odierno di architettura sostenibile, che si basa sugli sforzi di riforma degli anni del Bauhaus, sta finalmente riscoprendo questa missione sociale ed ecologica. L’architettura dovrebbe proteggere noi umani, essere la cornice per il nostro sviluppo e, nel migliore dei casi, incantarci ogni mattina.

Abbiamo imparato a conoscere Ise Frank e Margherita Revedin dai tuoi libri. In Fuga in Patagonia ci presenti un’altra donna travolgente, che è importante far uscire dalle ombre della storia…
Sì, perché il mondo ha bisogno di donne ribelli! Febbraio 1937: Eugenia Errázuriz, la più influente mecenate d’arte del modernismo parigino, promuove le carriere di Coco Chanel, Pablo Picasso, Igor Stravinsky e Blaise Cendrars. Ora invita il giovane designer ebreo Jean-Michel Frank, cugino di Ise Frank e zio preferito della piccola Anna Frank, in un viaggio in Patagonia. Ha investito tutta la sua fortuna nella costruzione del primo Grand Hotel delle Ande, che lo farà conoscere in tutto il mondo. In verità, questo progetto all’estremità meridionale del mondo è la sua fuga dall’Europa, che vede minacciata da Hitler e dal nazionalsocialismo.

Quali sono i criteri fondamentali di spazi vitali sostenibili, che dovremo avere a cuore?
Tu ami i paradossi? Io molto. Un paradosso porta a una contraddizione nella comprensione abituale degli oggetti e dei concetti in questione. Prendiamo ad esempio la Biennale d’Architettura di Venezia del 2021. Come si poteva far valere più che mai la Biennale di architettura più antica e importante del mondo durante la più grande pandemia dal 1918? Per il meno. Per il meglio con meno. Riduzione è stata la risposta alla domanda del curatore Hashim Sarkis: “Come vivremo insieme?”. Viste le circostanze urgenti, avrei specificato al suo posto la domanda: “Vivremo ancora insieme?”. Le tre più alte qualità dello spazio vitale sostenibile sono presenti a Venezia già dallo scoppio della pandemia di Covid nel febbraio 2020, sono tangibili, fanno commuovere: lentezza, silenzio, interazione. Venezia e noi, i suoi abitanti, siamo diventati più lenti, più silenziosi, più interattivi, e così anche i nostri Giardini e l’Arsenale durante la mostra della Biennale. Lentezza: dallo scoppio della pandemia camminiamo con cautela come Thomas Mann una volta per i vicoli e lungo i canali, perché in città c’è di nuovo spazio per camminare, quiete per guardare. Nei Giardini della Biennale, il padiglione svizzero ci ha permesso di attraversare i confini. A volte il confine era un muro di montagna, a volte un ciglio della strada, a volte una mucca. Uno spettacolo che è stato un caso studio di ricerca sul campo transdisciplinare e ha trasmesso un messaggio tra le righe che ha risuonato a lungo, perché cos’è l’altro, l’altro, se non un viaggio di scoperta che dura tutta la vita? Silenzio: poi quando siamo entrati nel Padiglione Spagnolo siamo rimasti stupiti, abbiamo alzato lo sguardo. Architetture in stato di sospensione, e come bambini abbiamo seguito, dimenticando il tempo, le tante foglie bianche che fluttuavano nel vento estivo, luogo di nascita di ogni pensiero, di ogni idea, di ogni progetto, indipendentemente da se e quanto profondamente saremmo entrati nel loro Messaggio. Infine, interazione: nel padiglione americano ci è stato permesso di salire alle stelle e scoprire i Giardini della Biennale in modo fortuito da una nuova prospettiva, Framing ci ha spiegato la costruzione del Nuovo Mondo grazie a una semplice invenzione protoindustriale, la segatrice. Il fatto che il framing sia anche una teoria della comunicazione ha approfondito i livelli di lettura di questo spettacolo: diverse formulazioni di un messaggio influenzano - a parità di contenuto - il comportamento del destinatario. Potremmo anche noi architetti, mi chiedevo, stupito da questo doppio senso, esercitarci maggiormente nel trovare il nostro cammino dal savoir-faire al faire-savoir?

I LIBRI DI JANA REVEDIN