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Intervista a Jean-François Sénéchal

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Jean-François Sénéchal è un antropologo e scrittore canadese, arrivato al successo in Italia grazie alla sua trilogia della semplicità. Lo abbiamo raggiunto durante la sua ultima tournée in Italia per parlare del nuovo ed ultimo capitolo della trilogia, degli altri volumi che ha firmato e dei suoi progetti per il futuro.



Leggendo la tua biografia ho visto che di formazione sei antropologo ma di professione scrittore a tempo pieno. Da dove nasce la tua passione per i libri e per la scrittura?
I miei genitori erano insegnanti elementari, si interessavano moltissimo alla letteratura per bambini e per ragazzi quindi la nostra casa era piena di libri; per questo dico che nella passione per i libri ci sono caduto dentro da piccolo, un po’ come Obelix nella pozione magica. Ero un bambino abbastanza solitario e durante le elementari e le medie non è che brillassi proprio negli studi però mi piaceva moltissimo leggere ed ho cominciato a scrivere da giovane: avrò avuto 12-13 anni e mi dedicavo soprattutto alle poesie. Le cose sono davvero cambiate quando ho cominciato gli ultimi anni del liceo; lì ho scoperto le scienze sociali (sociologia e antropologia) e quindi ho scelto di studiare antropologia all’università ma non ho mai abbandonato la scrittura passando però ai romanzi. Ho proseguito il mio percorso di studio fino al dottorato ma non l’ho completato perché lavoravo su Haiti e, mentre facevo la raccolta dei dati, c’è stato un colpo di stato e il presidente è dovuto scappare. Abbandonando il dottorato non avevo più nessun reddito, vivevo da un amico, andavo sovente a mangiare dai miei, insomma non avevo soldi e – dal momento che ad Haiti la situazione era davvero impossibile - ho deciso che era meglio tornare a casa. Al termine di questa esperienza mi sono di fatto trovato davanti al nulla e ricordo ancora il momento in cui – un po’ solo ed anche un po’ disperato - ero nella cucina dell’amico che mi ospitava e mi sono detto “proviamo a scrivere un romanzo”; quindi mi dico sempre che sono diventato scrittore un po’ per delusione e un po’ perché non avevo altro però adesso sono davvero contento di aver scelto questo mestiere.

La tua formazione da antropologo influenza in un qualche modo la costruzione delle trame e dei personaggi?
Sicuramente le scienze sociali sono fondamentali per la scrittura dei miei libri proprio perché sono alla base dello sguardo che ho quando mi faccio delle domande; le strade che percorro sono molto guidate dai miei studi sulle scienze sociali. E centrale nei miei romanzi è il tema della relazione con gli altri e della comunità.

Hai raggiunto la notorietà con la trilogia che ha come protagonista Chris, un ragazzo con un lieve ritardo cognitivo, che ha questa grande capacità di non commiserarsi ma di fare tutto il possibile per conquistare una vita autonoma e normale. Vuoi raccontarci come è nata l’idea di un protagonista con queste caratteristiche?
Nel mio romanzo volevo affrontare tutta una serie di tematiche: la comunità ma anche la solidarietà, l’aiuto reciproco, il riportarsi all’essenziale; nella vita quotidianamente ci preoccupiamo di cose che però guardando bene non sono così essenziali. Chris è stato un buon veicolo per farlo. Il fatto che i genitori, in particolare la madre di Chris, se ne siano andati lo spinge a crescere più in fretta e a servirsi di questa comunità che è intorno a lui per poter avere le relazioni fondamentali per la sua crescita in autonomia. È vero che Chris è obbligato a rendersi autonomo perché la madre se ne va ma finisce poi per accettare il suo destino ed è questa poi la sua scelta fondamentale verso l’autonomia. È un buon personaggio perché è molto fiducioso ed anche molto determinato e quindi direi che è i romanzi sono positivi, ottimisti in generale e ciò grazie alla figura di Chris.

Nella tua idea questa doveva essere una trilogia fin dall’inizio o è una prospettiva a cui sei arrivato strada facendo?
Non era prevista una trilogia. Ho faticato un po’ all’inizio a trovare il personaggio di Chris, l’ho cercato a lungo e l’editore ha avuto un ruolo veramente importante per la sua definizione. Ho scritto diverse volte l’inizio del romanzo, le chiamo addirittura delle partenze fallite; mandavo queste versioni - una prima, una seconda, una terza - e l’editore mi rispondeva sempre “Sì, va bene, va bene” ma questa per me era una risposta completamente insoddisfacente. E quindi ho continuato a riscrivere la prima parte del romanzo fino a quando il personaggio di Chris è arrivato. Sapevo bene che cosa volevo dire rispetto ai luoghi e ai temi però avevo bisogno del veicolo giusto per portare avanti tutta questa storia e con Chris l’ho trovato. Dopo la pubblicazione del primo romanzo, c’è stato il lancio del libro a cui è venuto un amico che non vedevo da tanto con la sua ragazza; qualche settimana dopo sono venuti a cena da me e la sua ragazza, che non conoscevo, mi ha detto: “Sai, il tuo libro mi ha davvero toccato molto perché mia madre ha un deficit cognitivo e mi ha allevata da sola”. Ed è stato in quel momento che mi è venuta l’ispirazione di poter scrivere un secondo libro in cui affrontare il tema della genitorialità delle persone con deficit cognitivo. Quando ho terminato la scrittura del secondo libro l’ho fatto con un epilogo ma l’editore, quando l’ha visto, ha detto “No, non devi scrivere un epilogo ma un terzo tomo”. Io francamente non ero tanto sicuro che le persone volessero leggere ancora altre 300 pagine di Chris e delle sue storie ma l’editore ha risposto “Io voglio leggerle” e quindi ho scritto il terzo volume che nel 2021 ha poi vinto il Prix littéraires du Gouverneur général, il più alto premio per la letteratura in Canada. E quindi devo ringraziare sia gli editori che mi hanno dato fiducia e mi hanno permesso di scrivere questi romanzi che tutte le persone che mi circondano, come questa ragazza che ha davvero ispirato il mio secondo libro.

Semplici coincidenze è davvero l’ultimo capitolo della trilogia o ritieni ci sia una qualche possibilità di ritorno per Chris?
Confermo, non ci saranno altri capitoli di Chris. Ho accompagnato Chris per sei anni della sua vita (somma dei 3 tomi) e altrettanto lui ha fatto con me. Ma quando ho finito di scrivere il terzo tomo mi sono accorto che eravamo entrambi pronti a lasciarci andare da buoni amici.

Il tema che attraversa trasversalmente tutto il ciclo di romanzi è la relazione fra Chris e la madre, che si è interrotta con l’abbandono nel giorno del compimento dei diciotto anni, ma in un qualche modo continua perché Chris si rivolge costantemente a lei assente, come se le stesse scrivendo una lunga lettera. Come mai questa scelta di rendere un’assenza il filo conduttore della storia?
È questa assenza, il fatto che la madre all’inizio se ne vada, che permette il racconto e permette il gioco di percezioni che è alla base soprattutto del primo volume. Noi conosciamo la madre assente solo attraverso lo sguardo di Chris e attraverso i dialoghi che gli altri personaggi hanno con lui. Come lettore mi piace il fatto di vedere come Chris vada a riempire questa assenza ed il fatto di cercare di capire le motivazioni che hanno spinto la madre ad andarsene anche in sua assenza. E mi piace, quando la madre poi torna, il grosso contrasto fra come Chris la ricorda e come lei realmente è. La narrazione dell’assenza della madre porta qualcosa in più nei romanzi, permette di percepire meglio le ragioni della partenza e del ritorno, perché quello che Chris scrive alla madre lo scrive con il “tu” e questo “tu” dà la forza alla narrazione perché sembra anche che Chris parli direttamente al lettore.

Nell’evolversi di Chris lo vediamo riuscire in un’impresa che non è da tutti: ricostruire una famiglia nella comunità che lo circonda, amici e vicini con cui riesce ad instaurare non solo un rapporto paritario ma anche di aiuto reciproco...è lui in primis ad aver bisogno degli altri ma anche gli altri di lui. Il messaggio che passa è quello di una comunità che non esclude ma accoglie. È un desiderio per un futuro migliore o è una realtà che vedi già presente nella comunità che vivi nel quotidiano?
Entrambe le cose sono vere. Per scrivere i miei romanzi lavoro con la realtà che mi circonda ma i miei romanzi sono anche un po’ idealisti, in fin dei conti per fare diventare una cosa realtà bisogna prima sognarla e volerla. Con Chris ed il suo percorso verso l’autonomia ho voluto fare una riflessione su quali sono le cose più importanti, fondamentali nella vita riportandomi all’essenziale; ne è uscita una riflessione sulla comunità e sulle relazioni e su cosa comportino le relazioni con gli altri. In Canada ci sia già questa realtà di “solidarietà di quartiere”? La risposta è: in realtà no. Purtroppo penso che l’America sia il luogo per eccellenza dell’individualismo, non per niente ho preso come simbolo questo boulevard (che sarebbe poi il titolo originale del primo volume), questo stradone vicino al quale Chris vive che è un po’ il simbolo di una certa America del comfort materiale e dell’individualismo. Ma malgrado questa realtà ho voluto sottolineare che l’umanità c’è dappertutto.

I libri di questa trilogia hanno vinto molti premi correlati alla letteratura per ragazzi sia in patria che in Italia: Semplice la felicità si è aggiudicato il Prix Adolecteurs 2017-2018, il Premio Libro LaV 2021 ed è stato inserito nella IBBY Honour List 2018 (la selezione bibliografica internazionale di riferimento per la letteratura per ragazzi), Semplicemente due ha vinto il Prix Jeunesse des Libraires du Québec 2019. I libri della trilogia, almeno qua in Italia, sono classificati per ragazzi. Davvero, quando hai scritto questi libri, avevi in mente di rivolgerti ai ragazzi?
In realtà non ho per niente scritto pensando ai ragazzi e, soprattutto il secondo ed il terzo libro, sfuggono a mio parere dall’idea che si può tradizionalmente avere dei libri per ragazzi. Anch’io sono padre e le domande sulla genitorialità di Chris, ad esempio, sono le stesse che mi sono fatto io per primo perché non ci sono guide sull’essere un buon genitore, si impara tutto sul campo. Credo che le tematiche che ho scelto di trattare in questi libri siano crossover attraverso le varie età e categorie e trovo che sia un peccato che l’attuale mercato del libro sia così segmentato. Fortissima è la richiesta di identificare chiaramente l’età consigliata sul libro, di mettere le sezioni nelle librerie ma in realtà i libri sono per tutti e un libro che contiene una certa complessità può piacere in modo trasversale a tutte le tipologie di pubblico perché sappiamo bene che tutti i libri di un certo tipo hanno più chiavi di lettura e, mentre i ragazzi potranno leggerci alcune cose, gli adulti potranno avere un altro livello di comprensione. Questo vale non solo per i miei libri ma un po’ per tutti; ad esempio io ho letto Dostoevskij per la prima volta a diciassette anni ma quando l’ho riletto vent’anni dopo il mio grado di comprensione è stato completamente diverso e se lo rileggerò tra altri venti anni sarà ancora diverso. A volte gli insegnanti o i genitori sembrano avere paura che leggendo un dato libro il ragazzo non capisca tutto ma è normale non capire tutto, sarebbe un peccato se si capisse tutto subito.

Questa è la tua seconda tournée in Italia ed anche stavolta hai attraversato il nostro Paese incontrando i lettori in scuole, biblioteche e librerie. Quanto è importante per te il contatto diretto con i lettori in generale e con quelli italiani in particolare?
Il contatto diretto con i lettori è fondamentale, penso solo al fatto che Semplicemente due (il secondo volume della trilogia) è stato ispirato da una frase detta da una lettrice. Come scrittore trovo molto importante avere le orecchie aperte e ascoltare quello che le persone mi dicono perché anche le piccole cose possono essere interessanti o addirittura determinanti per la nostra vita. È bene ricordare sempre che nella scrittura non c’è solo il genio dello scrittore ma anche tutto l’insieme di fattori legati alle relazioni con gli altri e alle cose vissute nel quotidiano.

Ho letto che in Canada la storia di Chris avrà un adattamento teatrale che ha già avuto un primo esordio davanti al pubblico. Hai partecipato anche tu alla creazione della sceneggiatura per il teatro? Com’è stato vedere i personaggi da te immaginati prendere vita tramite degli attori reali?
Sì ho partecipato alla creazione della sceneggiatura e appena prima della mia partenza per questa tournée ho assistito alla prima lettura della rappresentazione teatrale. È stato molto interessante vedere le proposte che questi attori facevano dei diversi personaggi e ho trovato molto emozionante la lettura, è stato come assistere ad una storia che era fuori da me, che io guardavo come spettatore. Però il lavoro ancora non è finito; quello di trasposizione è un lungo processo ed ho ancora tante domande e tante questioni da risolvere su questo lavoro.

Hai sceneggiato anche un albo illustrato per bambini, Vorrei dirti. Vuoi raccontarci qualcosa al riguardo?
È un libro nato per essere illustrato che mi ha dato l’opportunità di collaborare con l’illustratrice giapponese Chiaki Okada, che adoro da sempre e che ha accettato di illustrare la mia storia. Racconta di una piccola volpe che perde la nonna: forse qualcuno potrebbe dire che sono un po’ ossessionato dalla perdita di qualche membro della mia famiglia, in particolare femminile... Mi piacciono molto gli albi illustrati perché permettono di comunicare attraverso un linguaggio diverso, ibrido; è una bella sfida quella di far dialogare immagini e testo. Anche questo volume in Italia è pubblicato da EDT Giralangolo ma è stato già venduto anche in altri Paesi.

I LIBRI DI JEAN-FRANÇOIS SÉNÉCHAL