Intervista a Jill Dawson

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La scrittrice inglese Jill Dawson ha una spiccata capacità di tratteggiare con empatia ritratti psicologici accurati, nonché di esplorare e svelare la complessa trama dei rapporti e dei vincoli familiari e personali in cui affondano le proprie radici personaggi dalla personalità multiforme, che viaggiano spesso sul limite del disturbo mentale, talvolta superandolo. È da poco uscito il suo decimo romanzo, il secondo tradotto e pubblicato in Italia da Carbonio Editore. Il libro, cambiando nomi ai personaggi e modificandone le vicende esistenziali, racconta uno dei casi di cronaca nera più eclatanti mai accaduti nel Regno Unito contemporaneo: l’uccisione di Sandra Rivett, tata di una coppia di aristocratici inglesi molto in vista, i conti di Lucan, ad opera di Lord Lucan, che fece perdere le proprie tracce subito dopo l’omicidio e l’aggressione nei confronti della moglie - probabilmente il vero bersaglio della sua rabbia assassina -, da cui stava divorziando e con cui aveva in corso una battaglia legale per la custodia dei figli. Abbiamo avuto il piacere di porre a Jill Dawson qualche domanda per Mangialibri.




Sei scrittrice, giornalista, docente di scrittura creativa, sceneggiatrice. Hai iniziato la tua carriera di autrice come poetessa. In che modo e quando hai iniziato a pensare di scrivere romanzi?
Il mio primo romanzo, Trick of the Light, è ampiamente autobiografico. Parla di una giovane donna che va a vivere in una baita in Nord America con il suo ragazzo e il loro bambino. La donna è spaventata dai lupi, dagli orsi, dalla natura selvaggia, ma forse quel che non riesce ad ammettere è che in realtà è terrorizzata dal suo compagno… Il romanzo venne pubblicato nel 1996, avevo appena lasciato quella parte del mondo, e mollato il mio ragazzo dell’epoca, che invece aveva deciso di restarvi, per tornare a vivere in Gran Bretagna.

Oltre a Patricia Highsmith, di cui hai ammesso di essere accanita lettrice, che hai reso protagonista del tuo Il talento del crimine, chi sono i tuoi autori di riferimento?
Adoro Margaret Atwood, Toni Morrison, Hilary Mantel, Michael Ondaatje, Elena Ferrante. Al momento sto leggendo il secondo libro della trilogia su Thomas Cromwell della Mantel, per trovarmi al passo quando, a breve, uscirà l’ultimo libro della saga.

Nel tuo Il talento del crimine hai scritto ben più di un semplice “tributo” a Patricia Highsmith: hai dipinto con delicatezza e partecipazione la complessità dell’universo interiore di colei che è considerata all’unanimità la regina del thriller psicologico, tratteggiando un personaggio verosimilmente segnato da un vero e proprio disturbo di personalità. È come se avessi voluto far capire al lettore che la profonda infelicità della Highsmith e le sue disastrose relazioni fossero dipese da un percorso esistenziale iniziato con una relazione “tossica”, quella con la madre anaffettiva. Cosa ti ha spinto a farlo?
Avevo contemplato l’idea di intraprendere la formazione di psicoterapeuta, ma alla fine ho scelto di scrivere romanzi. Sono sempre stata interessata al modo in cui i bambini vengono educati, e a come questo possa influenzare ciò che diventano da adulti, tanto da farne spesso un tema centrale nei miei scritti. Ho due figli miei e una figlia adottiva che ha vissuto con noi dai 14 ai 20 anni, dunque ho avuto un sacco di tempo per valutare e studiare quanto i primissimi anni si dimostrino rilevanti sul resto della vita di una persona. Per quel che riguarda Patricia Highsmith, è evidente che la dolorosissima relazione con la madre durante l’infanzia abbia avuto un impatto enorme su di lei e sulla sua esistenza.

Il tuo Un inutile delitto è ispirato ad un fatto vero. Perché hai sentito la necessità di scrivere un libro su un evento accaduto più di 45 anni fa, dedicandolo alla vittima?
Penso che la situazione delle donne sia cambiata molto poco. Le statistiche del Regno Unito dicono che ogni settimana vengono assassinate due donne dal partner o dell’ex partner. Sono quindi piuttosto stanca di una narrativa di genere che riduce il corpo di una donna uccisa a strumento meramente funzionale allo svolgimento della trama, oppure ad oggetto di feticismo, senza che di quella donna venga esplorata l’esistenza.

Un inutile delitto offre al lettore una immagine piuttosto inquietante della società britannica degli anni ’70, in cui in un processo per uxoricidio al colpevole potevano essere concesse le attenuanti perché “provocato” ed “esasperato” dagli atteggiamenti della moglie, e l’assassinio di una tata veniva utilizzato come pretesto per fare gossip su rappresentanti dell’aristocrazia. Ritieni ci siano ancora elementi di attualità in tale fotografia? E quanto pensi sia lungo il cammino ancora da percorrere per superare gli elementi di “cultura” maschilista tuttora persistenti?
Hai centrato il punto sul fatto che la strada da percorrere sia ancora lunga. Dopo tutti questi anni, periodicamente qualcuno tira ancora fuori lo scandalo Lucan, e ripartono le congetture su dove il conte possa essere finito. Solo un mese fa è apparso un articolo su un quotidiano che lo segnalava vivo e vegeto, oramai ottantacinquenne, in Australia. Si continua a restare affascinati dall’idea che Lucan possa essere sfuggito alla giustizia ed averla fatta franca. Zac Goldsmith, figlio di James Goldsmith, amico personale di Lord Lucan, è stato recentemente nominato a Membro della Camera dei Lords, il che la dice lunga su come l’opinione pubblica opinione continui a restare ammaliata da questi aristocratici, e si seguitino ad accettare i loro perduranti privilegi. Di Sandra Rivett - la ragazza assassinata da uno di loro - poco si sa, e a pochi sembra importare qualcosa. Ho pensato che fosse arrivato il momento di ribaltare la prospettiva, raccontando quella della vittima.

Mandy River - il personaggio dietro cui celi Sandra Rivett, la tata dei Lucan - arriva a Londra e cerca di mettersi alle spalle un passato molto doloroso: inizia una nuova vita rompendo il vincolo con una madre giudicante e scoprendo se stessa, la sua sessualità, la forza di un legame sentimentale appagante: quanto di Sandra è finito nel personaggio di Mandy?
Mandy è un personaggio inventato. Non volevo causare sofferenza ai figli di Sandra Rivett - che adesso hanno circa 50 anni- o alle sue sorelle, che non ho mai conosciuto, né ferire i figli dei Lucan, le altre vittime di questa storia. Quindi la vita di Mandy - la madre “difficile”, la quotidianità nel villaggio delle Fensland, gli amori sfortunati, la nuova relazione con Neville, l’affetto verso i piccoli James e Pamela, figli dei conti di Morven, l’amicizia con Rosemary - è frutto di fantasia e non è basata su ricerche biografiche.

Nel romanzo offri ai lettori una sorta di traccia bibliografica: le tate si formano sui testi di John Bowlby, l’autore della “Teoria dell’attaccamento” (secondo cui la relazione tra la mamma ed il bambino funge da prototipo per tutte le future relazioni sociali, e l’instaurarsi di un legame disfunzionale può portare a conseguenze anche severe sullo sviluppo psicologico del bimbo, N.d.R.); uno dei personaggi, il dottor Ryan, lo psichiatra “illuminato” che ha in cura per un periodo sia Mandy, sia Rosemary, cita i lavori Normalità e follia nella famiglia. Undici storie di donne di Laing ed Esterson (1972, Einaudi) e, sempre di Laing, L’Io diviso: studio di psichiatria esistenziale (2010, Einaudi). Qual è la tua idea sul legame tra condotte individuali ed ambiente familiare? E da dove nasce questo profondo interesse per le relazioni disfunzionali?
Sono contenta che tu abbia colto questo aspetto del mio romanzo, significa molto per me. Quando avevo vent’anni, cominciai una terapia, durata quasi un decennio (il mio terapeuta si chiamava Ryan, e a differenza del personaggio del romanzo, era una donna). All’epoca iniziai a studiare autori come Ronald Laing, e per scrivere Un inutile delitto mi sono preparata leggendo i testi dello psicologo John Bowlby, perché è noto che la formazione di una perfetta nanny inglese implica la conoscenza della sua opera. Trovo ironico il fatto che John Bowlby abbia elaborato la “Teoria dell’attaccamento” dall’osservazione di ragazzi benestanti educati al college – rilevando quanto questi patissero enormemente il distacco dalle loro madri e tate, come del resto era accaduto a lui stesso bambino – e che le sue idee siano state poi applicate alle famiglie più povere dagli assistenti sociali. Molti dei deputati britannici e la maggior parte dei nostri Primi Ministri, allevati da tate severe ed ex studenti dei college nazionali più prestigiosi, potrebbero definirsi emotivamente disfunzionali, privi di empatia e affetti da problemi di “attaccamento”, con un senso eccessivo della propria importanza determinato dall’essere stati bambini con bisogni insoddisfatti. Eppure, nelle classi dirigenti, accettiamo tutto ciò come norma, ammettendo raramente la distorsione.

Idee per un romanzo futuro? Stai lavorando a qualcosa in questo periodo?
Sto lavorando a qualcosa di molto diverso. Non posso ancora raccontare di cosa si tratti, è prematuro dire se prenderà o meno la forma di un romanzo.

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