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Intervista a Josè Ovejero

altOra che hai provato sia romanzi che racconti, in quale forma ti trovi più a tuo agio? Non mi trovo a mio agio a lungo in nessun luogo, quindi neanche in romanzi o racconti. Quando sto scrivendo un romanzo provo nostalgia dei racconti e viceversa. Amo la lunghezza e la pazienza del romanzo, ma anche la possibilità che dà il racconto di affacciarsi un attimo in una storia e poi andarsene via. Scrivendo racconti di viaggio come quelli di Donne che viaggiano da sole che pericolo c'era di cadere negli stereotipi? I miei racconti di viaggio sono molto vicini agli stereotipi, e non me ne vergogno, perché ho voluto proprio lavorare sugli stereotipi. E più che di viaggi spesso questi miei racconti si occupano di mitologia dei viaggi, perché i racconti dei viaggiatori sono sempre versioni distorte e romantiche della realtà. Spesso mi sono e mi hanno domandato perché scrivere un'antologia a tema, e perché scegliere proprio i viaggi. Perché sono momenti fuori dalle nostre abitudini e difese, ed è proprio in tali situazioni di insicurezza che siamo più interessanti, che si sposta l'angolo di visuale dal quale osserviamo gli stereotipi. Ti trovi più a tuo agio con i personaggi femminili? All'inizio sì, era più facile per me distanziarmi dal personaggio se era una donna, e infatti i personaggi maschili erano più bidimensionali, meno riusciti. Ora però credo di aver imparato, e infatti nel romanzo che sto scrivendo 4 personaggi su 5 sono uomini. Quanto ci cambiano i viaggi? Fuller diceva: un asino che parte non ritorna cavallo. Quindi cambiamo sì, ma non troppo direi. Scopriamo un po' meglio chi siamo, piuttosto. Sappiamo che sei legato in modo particolare all'Italia. Ne hai fatto e ne farai il teatro di una storia? Il mio primo romanzo, nella prima parte, era ambientato a Palermo. Poi sto lavorando a un progetto un po' particolare, una storia d'amore ambientata a Sant'Anna in Camprena, in Toscana, un posto che adoro. Ma per ora non so dire di più... [david frati]