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Intervista a Juan Gómez-Jurado

Lo avevamo incontrato la prima volta molti anni fa, quando era soltanto un giovane giornalista spagnolo che aveva appena sfornato il suo primo bestseller. Aveva il viso pulito, gli occhialini leggeri, la camicia fresca di bucato e i capelli pettinati con la riga da una parte del primo della classe. Ma anche la risata aperta e la disponibilità affettuosa di chi non si prende mai troppo sul serio: allora si parlò (trovate domande e risposte in fondo alla pagina) dei rispettivi bambini, di Roma, di Madrid. Oggi che è una star del panorama letterario europeo, Juan Gómez-Jurado continua a non prendersi mai troppo sul serio e conserva la disponibilità e la gentilezza che ha mostrato fin dalla prima intervista. Mangialibri, in occasione del suo recente passaggio a Milano e attraverso la casa editrice che ha portato in Italia la sua più recente trilogia e che ringraziamo, campione d’incassi, lo raggiunge telefonicamente per chiedergli qualcosa in più a proposito dei suoi nuovi personaggi. Ecco cosa ci ha raccontato.



Cominciamo con qualche curiosità a proposito di Antonia e Jon, i protagonisti della tua ultima trilogia. Dove hai trovato ispirazione per i due personaggi? Quando per la prima volta hai pensato a loro, hai scartato a priori l’idea di farli diventare una coppia? Hai ideato prima Antonia o Jon? E hai deciso che lui dovesse essere gay proprio per evitare che tra i due potesse intercorrere una relazione amorosa o anche solo sessuale?
Devo dire che la prima delle figure che si è delineata nella mia mente è stata Antonia. È una donna che racchiude in sé le caratteristiche di molte donne che ho conosciuto: estremamente intelligenti e carismatiche, ma spesso costrette a nascondere i loro punti di forza, a causa della realtà sociale in cui si vive. Essere forti può spaventare e Antonia deve scontrarsi e misurarsi con questa difficoltà. Jon, che mi somiglia molto, è parecchio protettivo nei confronti di Antonia. È affettuoso e dolce con la sua partner, ma entrambi sono personaggi davvero forti e singolari. Ad essere sinceri, l’idea di non farli innamorare tra loro si è affermata in maniera del tutto naturale.

I personaggi imperfetti in genere attraggono i lettori. Pensi che siano proprio le loro imperfezioni a rendere Antonio e Jon così popolari e di successo?
Sono dell’idea che in ogni storia in cui siano presenti conflitti i personaggi che la abitano debbano essere figure imperfette. Antonia e Jon hanno un fascino che ha origine proprio dalle loro cicatrici e dalle loro imperfezioni. In questo modo si rompono anche diversi cliché legati ai classici protagonisti dei romanzi polizieschi in genere. In definitiva ritengo che per il lettore sia senza dubbio più semplice affezionarsi a una figura tutt’altro che perfetta e, quindi, più simile a lui.

I tuoi protagonisti, in genere, sono molto viscerali, pieni di contraddizioni e appassionati. Risultano quindi piuttosto diversi rispetto ai protagonisti del classico crime inglese, in cui le figure che si muovono sulla scena sono molto più razionali e controllate. Sei d’accordo? Rilevi anche tu questa differenza?
Assolutamente sì. La mia scrittura si avvicina molto a quella degli scrittori italiani che si occupano dello stesso mio genere. Ti dirò di più: la prima storia che ho scritto era ambientata a Roma. Quindi è vero, mi sento molto più vicino a voi, piuttosto che ai colleghi del mondo anglosassone.

Nei romanzi della trilogia Regina rossa, Lupa nera e Re bianco, insieme alla lotta tra bene e male, c’è anche spazio per una certa ironia. Ritieni che ciò sia possibile anche nella vita vera?
Decisamente. Anche se alcuni non la amano, trovo che l’ironia sia fondamentale per la vita quotidiana di chiunque. È uno strumento potentissimo, che aiuta a superare molti ostacoli o, se non altro, ad affrontarli meglio. Ho conosciuto un sopravvissuto dell’Olocausto che mi ha raccontato che anche chi era rinchiuso nei campi di concentramento raccontava barzellette o faceva battute spiritose, a volte addirittura prima di entrare nelle camere a gas. Ho un’amica che fa la detective a Madrid ed ha quindi a che fare spesso con la morte. Anche lei, come me, ripete spesso che fare ironia è indispensabile per sopravvivere.

Cosa ti aspetti dalla serie televisiva tratta dalla tua trilogia? Ci stai lavorando anche tu? Sei stato coinvolto nei casting? A che punto è la realizzazione del progetto?
Sono coinvolto eccome. Sono produttore esecutivo del progetto. Quindi mi occupo dei casting, della regia e della sceneggiatura. Si tratta di un lavoro completamente diverso rispetto a quello dello scrittore. Anche scrivere la sceneggiatura è ben altra cosa in confronto alla progettazione e stesura di un romanzo. È un’attività che mi appassiona, ma che trovo piuttosto difficile. Si prevede che la serie televisiva verrà tradotta in italiano nel 2023.

Quali sono gli autori da cui trai ispirazione per le tue storie?
Ce ne sono diversi. Direi che mi piacciono tutti gli autori che scrivono buone storie. Te ne cito tre solo come esempio: Jo Nesbø, Sandrone Dazieri e Dumas.

Come vivi il successo e come ti ci rapporti?
Beh, direi che la risposta è molto semplice. Il successo non ci appartiene. È sempre il risultato di decisioni che non dipendono da noi. Quindi, lo vivo come qualcosa di effimero e del quale non mi preoccupo affatto.

Ci sarà un quarto capitolo per Antonia e Jon? Se sì, arriverà presto?
Sì, Antonia e Jon torneranno, ma non nell’immediato futuro. Sta per uscire un mio nuovo libro in Spagna - non so quando verrà tradotto in Italia - con altri protagonisti. Inoltre, ho altri progetti nel futuro più prossimo che non riguardano Jon e Antonia. Però anche loro due torneranno. Non c’è alcun dubbio.

Esistono davvero i centri di riabilitazione per sacerdoti autori di abusi sessuali che descrivi nel tuo romanzo La spia di Dio?
Sì, esistono davvero. Durante le mie ricerche ne ho scoperti in tutto cinque: due negli Usa, uno in Canada, uno in Argentina e uno in Italia. Sono diversi da come li descrivo io nel mio romanzo, naturalmente, ma esistono eccome. È in una struttura di queste che viene rinchiuso il cattivo del mio romanzo, che è ispirato alla figura di due serial killer realmente esistiti e di un prete che negli anni abusò di più di novanta bambini. Ricordo che veniva spostato di parrocchia in parrocchia appena le sue malefatte non potevano più essere tenute nascoste.

Che tipo di ricerche hai svolto per scrivere il libro? Davvero come hai dichiarato è al 95% cronaca e al 5% fiction?
La percentuale a cui fai riferimento è forse un po’ una forzatura, lo ammetto. Ciò che è certo è che molte delle cose che racconto sono vere: i centri di rieducazione, i servizi segreti vaticani, etc. L’importante nel mio lavoro è cercare le informazioni da fonti serie. Personalmente ad esempio mi sono rivolto alle associazioni delle vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti, che solo negli Usa contano più di 15.000 iscritti, il che aiuta a dare una dimensione al fenomeno.

Perché così tanti thriller moderni ambientati in Vaticano?
Non credo sia una moda recente. Ma cionondimeno forse dovremmo chiederci perché questa ambientazione ha così tanto successo. Se andiamo a guardare la storia della Letteratura di evasione, possiamo trovare dei temi forti che hanno caratterizzato ogni periodo storico: nel XIX secolo i fantasmi, nel XX secolo la fantascienza... nel XXI secolo si apre il secolo di Dio, in risposta al bisogno di trascendenza degli uomini. Si tratta però di tutti episodi di una stessa ricerca, risposte differenti ad una stessa domanda: cosa succede dopo la morte? Oggi con i nostri thriller sul Vaticano quindi stiamo semplicemente riformulando la solita, antica domanda.

Secondo te il Vaticano fa abbastanza per combattere il fenomeno degli abusi sessuali da parte di sacerdoti?
Si tratta di una domanda molto difficile. Da qualche tempo la Chiesa sta prendendo provvedimenti molto severi nei confronti dei sacerdoti pedofili. Io racconto la situazione di tre anni fa, e oggi molte cose stanno cambiando. Ma negli anni ’70 e ’80 la Chiesa soprattutto negli Usa ha attraversato una grave crisi di vocazioni, gli standard si sono abbassati e sono stati ordinati sacerdoti individui non degni e non capaci. Naturalmente è ingiusto giudicare per questo il lavoro meritorio di tanti sacerdoti in tutto il mondo né attaccare la Chiesa come istituzione. È una realtà millenaria, che misura il tempo in millenni e cambia lentamente. Ma oggi, anche grazie all’interesse dell’opinione pubblica, sta facendo passi importanti nella direzione giusta...

Ti aspetti polemiche in Italia per il tuo libro?
La polemica c’è sempre quando si va a toccare qualcosa che ha a che fare con quello in cui la gente crede. Però non va dimenticato che stiamo parlando di un romanzo, anche se capace di farci riflettere sui segreti più orribili dell’animo umano. Questo la gente deve capirlo. Oddio, forse Dan Brown avrebbe venduto di meno se la gente avesse capito...

Cosa c’è dietro al tuo Ultima ora nel deserto? Qualche gustoso retroscena?
Beh, c’è effettivamente una storia curiosa dietro alla genesi di questo romanzo. Ero a Washington per fare ricerche riguardanti La spia di Dio e là avevo conosciuto due profiler dell’FBI con i quali cercavo di approfondire alcuni aspetti dei personaggi che stavo descrivendo nel libro. Una sera a cena si chiacchierava del più e del meno, di cinema e ho buttato là che il mio film preferito è Indiana Jones e l’Arca perduta, il primo della serie. Beh, i due si sono guardati tra loro e poi uno mi ha detto: “Beh, non ci crederai, ma lo sai che all’FBI abbiamo un piano segreto da attivare nel caso remoto che l’Arca dell’Alleanza venga effettivamente ritrovata perché riteniamo che la scoperta scatenerebbe un effetto domino in Medio-Oriente con un pericolo concreto di III Guerra Mondiale?”. Non potevo crederci: il bambino che è in me e che ha visto il film di Steven Spielberg 26 volte mentre era bloccato a letto col morbillo era letteralmente estasiato a questa notizia.

Ultima ora nel deserto ha dentro di tutto: criminali nazisti, archeologi, miliardari misantropi, tecnologia, spionaggio internazionale, il mistero dei rotoli di Qumran, il Vaticano... Non è stato difficile governare tutti questi fattori e mantenere la rotta dritta per non confondere il lettore? Come ci sei riuscito?
Già, non è stato certo facile gestire tutti questi personaggi e questi filoni narrativi. Per riuscirci per me è decisivo il lavoro preliminare, che in questo caso è durato ben 10 mesi: ritengo che questo lavoro di ricerca faccia parte del mio impegno nei confronti del lettore: Per dirne una, io visito personalmente tutte le location dei miei romanzi, e per Ultima ora nel deserto sono stato in tenda in Giordania e ho sofferto i disagi che avrebbero sofferto i miei personaggi. E ho scoperto che il deserto è tutt’altro che morto e desolato, è pieno di cose e di vita, di colori ed emozioni. Non è insomma “una scatola vuota piena di sabbia” come diceva Mussolini.

Vuoi approfittare di Mangialibri per fare un appello ai giornalisti italiani affinché la smettano di paragonarti a Dan Brown? So che succede ogni santa volta...
Davvero, basta paragoni con Dan Brown per pietà! Se proprio mi dovete paragonare a qualcuno preferirei Ken Follett. Proprio qualche tempo fa ero a cena con Ken, sapete lui com’è, una persona assolutamente gioviale che non ama prendersi sul serio, e allora a un certo punto gli ho detto che in Spagna spesso il mio lavoro viene avvicinato al suo, e quindi l’ho avvertito scherzosamente: Attento che tra un po’ ti chiameranno lo Juan Gómez-Jurado gallese, eh!, al che lui è scoppiato a ridere e ci siamo fatti un bicchiere di vino alla faccia dei giornalisti e della loro mania di etichettare tutto e tutti.

I LIBRI DI JUAN GÓMEZ-JURADO