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Intervista a Julya Rabinowich

L’appuntamento per l’intervista con Julya Rabinowich, scrittrice pluripremiata nata a San Pietroburgo nel 1970 e residente a Vienna dal 1977, è in videoconferenza e ha il valore aggiunto della partecipazione di Beate Baumann, germanista docente presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania e traduttrice “per caso” del romanzo E in mezzo: io, che anche in questo caso si presta a fare “per caso” da intermediaria. A dispetto della lontananza e dell’uso della fredda tecnologia, bastano veramente pochi minuti perché il clima della conversazione diventi intimo e piacevole, quasi una riunione tra conoscenti davanti a un’ottima tazza di tè e pasticcini.




In E in mezzo: io la protagonista adolescente, Madina, fa da interprete ai genitori e riesce a mettere a tacere chi dice cose non vere, viene così messa in luce la potenza e la libertà che una persona acquisisce con la padronanza della lingua. A questo proposito chiedo secondo te quale parola corrisponde di più al corretto e umano atteggiamento da tenere con una persona che si rifugia in un Paese straniero: integrazione, inclusione o partecipazione?
Non vedo come possa essere possibile una separazione di questi tre termini che sono da considerare interconnessi, senza integrazione non può esserci partecipazione, senza partecipazione non può esserci inclusione, però alla base di questa interconnessione c’è per forza l’acquisizione linguistica, senza la padronanza della lingua non è possibile esercitare questa connessione di atteggiamenti.

La protezione di un padre verso la figlia è un atteggiamento comune a tutte le culture, ma tu Julya affermi che “la fuga in qualche modo toglie all’uomo il ruolo di capofamiglia”: perché?
Questa affermazione risale proprio alla mia esperienza come interprete durante le sedute psicoterapeutiche in un centro per rifugiati a Vienna, in cui ho visto, capito, sentito che gli uomini rifugiati tendono a ritirarsi in un mondo che conoscono molto bene, quello del loro passato, tipicamente patriarcale, mentre le donne sono molto più flessibili, si adattano di più alle novità. Intanto iniziano a imparare prima la lingua, vogliono impararla, inoltre accettano le leggi, le abitudini del nuovo contesto culturale e linguistico. Questa differenza così evidente, secondo me è da ricondurre al fatto che in un sistema patriarcale l’uomo ha la sua posizione indiscutibile, mentre la donna deve sempre e comunque adattarsi alle richieste che vengono imposte dall’uomo. Questa necessità femminile di adattamento è funzionale a un più rapido adeguamento ai nuovi contesti. Nel caso del mio romanzo, il padre si sente completamente estromesso, non solo dalla moglie che vuole imparare la lingua ma soprattutto da Madina, cosa ancora più inaccettabile poiché nella gerarchia del sistema patriarcale una figlia è in un gradino ancora più basso rispetto alla madre. Naturalmente queste situazioni creano un profondo conflitto. Inoltre la fuga mette gli uomini in crisi perché non hanno più il controllo della situazione, sentono di non riuscire a adempiere il loro dovere di protettori dei propri cari, la perdita di potere sulla famiglia si accentua ancora di più una volta arrivati nel nuovo Paese. Gli uomini vogliono e possono proteggere la loro famiglia soltanto nel momento in cui imparano la lingua straniera e capiscono come funziona il paese dal punto di vista legale, sociale, culturale. Spesso invece gli uomini si chiudono, “stanno in panchina” mentre le donne giocano. Nel libro c’è l’episodio in cui il padre picchia la figlia perché non è rientrata a casa a dormire. Quando è convocato a scuola e gli dicono che non è un comportamento accettabile, lui è sorpreso e afferma convinto che ha il dovere di proteggere e educare la figlia e questo è per lui l’unico modo corretto di farlo. Il padre entra quindi in collisione con le leggi del Paese ospitante, il conflitto è sempre molto articolato.

Se facciamo una ricerca su Julya Rabinowich spesso la troviamo inserita tra gli autori appartenenti al filone “Migrantenliteratur”, ovvero letteratura dei migranti: ha senso oggi un’etichetta del genere?
Ho fatto resistenza come una guerriera, soprattutto all’inizio della mia carriera, contro questa definizione riduttiva, che veniva riferita soprattutto ai miei primi romanzi, (Spaltkopf, Testa scissa e Erdfresserin, Mangiatrice di terra), nei quali racconto un po’ anche della mia storia a metà fra autobiografia e finzione. I romanzi hanno come tematica centrale la migrazione, ma non ha senso una definizione così riduttiva, è un’idea banale, perché anche chi non ha esperienza di migrazione può scrivere di migrazione. Le etichette non funzionano, un altro termine che spesso mi hanno affibbiato e di cui mi sono liberata è di “letteratura al femminile”? Cosa vuol dire? Esiste quindi anche una “letteratura al maschile” che comprende forse quelle riviste che i signori consultano nei gabinetti? Le etichette sono ridicole.

La tua letteratura è tuttavia, per le tematiche a una letteratura che affronta, denuncia sociale e indignazione politica non partitica sull’atteggiamento della gestione delle problematiche sociali. Hai avuto esperienza di interpretariato nelle sedute psicoterapeutiche con i migranti, immagino che l’impatto emotivo sia stato forte e che probabilmente ci siano stati richiami a esperienze personali, puoi dirci se sei riuscita, se ti è stato possibile sublimare la sofferenza in cui sei stata coinvolta con il tuo lavoro di interprete?
Non è possibile sublimare. Ho fatto l’interprete per sei anni, anni molti difficili, tanto che a un certo punto ho capito che non ero più in grado di continuare proprio da un punto di vista emotivo e psicologico. In quel periodo, parallelamente, ho iniziato ad avere anche successo come autrice, mi sono così ritrovata a dover fare molti viaggi per presentare i miei libri e sono stata costretta a ridurre il tempo al centro dei rifugiati. Chiaramente quando un paziente è impegnato in una terapia a lungo termine non è positivo avere una discontinuità di persone che partecipano alle sedute, così via via ho ceduto i miei impegni ad altri colleghi e alla fine sono rimasta solo come volontaria. La difficoltà emotiva e psicologica si è manifestata con attacchi di panico, sia quando andavo che quando tornavo dal lavoro, ho quindi capito che era il momento di lasciare quell’impegno. Tuttavia, ci tengo molto a sottolineare che non tutti i miei libri hanno come mission questa denuncia sociale e politica. Per esempio, Herznovelle, Novella del cuore, un titolo che è un doppio senso, racconta la storia di una donna che vive in un mondo di grande benessere, che non ha bisogno di lavorare, che ha tutte le comodità del mondo, ma, a un certo punto, cade in un abisso che porta alla luce la sua profonda infelicità. Mentre l’altro romanzo, sempre del genere giovanile, è la storia di violenza domestica tra giovani appartenenti a ceti sociali diversi, dall’alta borghesia a coppie svantaggiate, è una denuncia sociale che però riguarda tutti i ceti, non è limitata a certi gruppi etnici.

Appartieni a una famiglia di artisti che hanno utilizzato la pittura come mezzo espressivo primario, tu stessa sei una eccellente pittrice, cosa ti ha portata a scegliere la scrittura? Un modo per distinguersi dalla famiglia o un amore più grande per la parola?
Ci sono vari motivi, sicuramente una sorta di ribellione contro la famiglia che ha tentato di spingermi abbastanza insistentemente sul sentiero della pittura, poi a un certo punto ho deciso di lasciare. In realtà già alla tenera età di sette anni ho cominciato a scrivere dei racconti brevi, mai pubblicati, mentre a quattordici anni ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, mai portato a termine, che però ho presentato in una trasmissione radiofonica! Poi, tra i quattordici e i diciotto anni, ho prodotto una serie di testi lunghi, anche abbastanza articolati. Però poi ho vissuto una sorta di sublimazione dell’eros, ho incontrato il mio primo fidanzato e allora ho mollato tutto, compresa la scrittura. Per molti anni non ci ho pensato più. Mi sono iscritta all’accademia di pittura a Vienna, con un certo successo, e lì un mio professore, nonostante fosse molto contento del mio lavoro e dei miei progressi, mi disse “Tu finirai a scrivere, diventerai una scrittrice”. Non ho mai saputo come lo avesse capito, ma ha avuto pienamente ragione. In realtà la mia vera prima azione di ribellione non è stata scegliere la scrittura, ma quando ho comunicato ai miei genitori che avrei studiato interpretariato, volevo diventare interprete e traduttrice, quindi esercitare un lavoro quasi da impiegata. Una decisione che ha scioccato i genitori, che mi hanno detto: “Ma come?! Tu sei un’artista, vergognati, non puoi fare un lavoro da impiegata, tu non puoi essere inquadrata, tu devi fare qualcosa di artistico”. Quando poi ho iniziato a studiare pittura questo rapporto divergente è finito.

Nel tuo romanzo emerge la parte clandestina di ogni personaggio, anche di quelli autoctoni. Tutti sono in fuga da qualcosa, ognuno cerca a modo proprio di sopravvivere, pochi sperano di vivere davvero. Prendere le distanze dalle proprie tradizioni, dai genitori per ritrovare “se stessi”, lo sradicamento dalla terra madre può essere l’inizio della morte, come per il padre di Madina, o il travaso che regala nuova linfa vitale come per Madina, quali cose indirizzano in uno o nell’altro verso?
C’è un fattore scatenante che spinge in una direzione o nell’altra: questo fattore è la capacità di resilienza. Ognuno ha un potenziale diverso di resilienza, in alcuni è innata, altri la conquistano - per esempio attraverso un supporto di psicoterapia - pochi, per fortuna, non rispondono agli stimoli, non tirano fuori la resilienza. Tutti abbiamo un futuro, anche chi fa più fatica, però coloro che non attivano sufficiente resilienza purtroppo non saranno in grado di gestire e modellare il proprio futuro.

Per la tua esperienza personale e lavorativa, cosa possiamo fare affinché i profughi non siano più considerati, e non si sentano, più stranieri?
Si può fare ancora tanto, ma se siamo davanti a una politica che dipinge i rifugiati come nemici, invasori eccetera, la situazione diventa complicata. In Austria hanno fatto degli studi dai quali si evince che l’integrazione, l’accoglienza ha funzionato molto bene in piccoli comuni o in paesi di campagna, dove c’è stato un contatto e uno scambio diretto tra la popolazione residente e i rifugiati. (Beate a sostegno di quanto detto da Julya porta come esempio positivo italiano quello di Riace e Mimmo Lucano, storia che conosce molto bene e in prima persona). Sempre da questo studio emerge che i rifugiati sono stati rifiutati là dove non c’è stato alcun contatto o addirittura dove non c’è stata presenza di rifugiati. Questo riguarda l’Austria, per l’Italia non mi voglio pronunciare, perché non conosco abbastanza la situazione, certamente l’Italia e la Grecia sono in una condizione particolarmente complicata, perché hanno una funzione-ponte che crea disagi enorme. Sostengo che l’Unione europea ha fallito completamente nella gestione dei migranti, perché secondo me l’unico modo per fare una accoglienza efficace è distribuire gli arrivi in maniera equa. Non ha molto senso dire alla piccola Grecia o all’Italia ti diamo dei supporti economici e basta, non può funzionare così, bisogna ripensare a una distribuzione equa del flusso migratorio. Il problema grosso sono quei Paesi che si pronunciano contro l’accoglienza e che hanno determinato in gran parte il fallimento della gestione degli arrivi dei migranti. Ovviamente è sempre problematico generalizzare, non si deve definire tutto bianco o tutto nero, i rifugiati sono essere umani come tutti, come in ogni società, tra loro ci sono brave persone o cattive persone, possono esserci persone che non possono o non vogliono essere integrate, che hanno altre storie alle spalle. Se un austriaco medio si trovasse nel campo di Moria, dopo neppure due mesi farebbe il finimondo, spaccherebbe tutto.

Approfitto della presenza di Beate Baumann per chiedere: come la scrittrice e la traduttrice si sono scelte? Si percepisce dal libro e ancor di più dall’incontro di oggi che tra voi c’è affinità, c’è sintonia, in fondo la traduzione è una “riscrittura” del libro, come si riesce a farlo senza tradire lo stile dell’autore?
BEATE BAUMANN - Noi ci siamo conosciute quasi dieci anni fa in un incontro presso il Centro interuniversitario di ricerca Polyphonie, che co-dirigo e in cui ci occupiamo di plurilinguismo, creatività e scrittura. Seguo quindi questo tipo di letteratura, ma per me questa è stata la prima volta nel tradurre un libro, io mi occupo di traduzioni, ma non faccio la traduttrice di professione. Julya ha usato un termine che mi è difficile tradurre in italiano, “schwingt“, che significa oscillare, essere in movimento. In realtà, autore e traduttore non si devono neppure conoscere, se il testo è in oscillazione, coinvolge entrambi, allora il testo rinasce anche nella lingua tradotta, in questo caso in italiano. Siamo perciò contente che questo movimento si sia compiuto.

Di tutti i riconoscimenti che ha avuto il tuo romanzo, quale ti ha più coinvolta emotivamente e perché?
Ogni riconoscimento, ogni premio mi rende felice, mi tocca a livello emotivo, è una sensazione fantastica! La stessa di quando, da bambina vai in cucina e vedi in uno scaffale in alto un vasetto pieno di dolci colorati, buonissimi, inarrivabili e poi, mettendo una sedia sopra l’altra, riesci ad arrampicarti fino in cima e te li mangi tutti in una volta.

I LIBRI DI JULYA RABINOWICH