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Intervista a Karine Tuil

altCome nasce Vietato e perché è così e non in un altro modo? Nessuno mi crede mai quando spiego che le prime pagine del libro mi sono venute di getto, senza programmare nulla. Ho scritto Vietato ispirandomi a libri come Ebreo immaginario, ad autori come Jean Paul Sartre. Si sosteneva che era lo sguardo degli altri a farci ebrei, ma c'è dell'altro: la gran massa di matrimoni misti ha creato una gran quantità di persone dall'identità incerta, persone che mi affascinano molto. C'è una sorta di ossessione ebraica sul tema dell'identità. Si pensa erroneamente che l'identità ebraica sia legata al sionismo, ma è un errore da giornalisti poco attenti. Si tratta di un nodo difficile da sciogliere: cosa siamo noi e cosa siamo per gli altri? Io sono ebrea, e anche se la mia famiglia è ben inserita a 12-13 anni ho iniziato a leggere Primo Levi e cominciato ad affrontare la dura idea della Shoah. Non ho avuto perdite a causa delle persecuzioni razziali in famiglia per fortuna, ma questo tema è comunque un'ossessione della nostra cultura. Da una scrittrice non ci si aspetterebbe una visione così negativa della donna com quella che traspare dal tuo romanzo. Perché questa scelta? Si tratta sempre di un processo di introduzione in me da parte dei personaggi, ai quali mi limito semplicemente a dare la parola. Il fatto che ci sia una visione così negativa della donna è per me inspiegabile: quando scrivo molto spesso entro in contraddizione con quello che penso. In Francia è di gran moda citarsi, gli scrittori amano descrivere se stessi più che inventare personaggi diversi: volevo anche entrare in conflitto con questa tendenza. [david frati]