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Intervista a Kevin Brooks

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Non è stato purtroppo possibile incontrarlo di persona al Festivaletteratura di Mantova 2023, ma Kevin Brooks si è prestato volentieri a rispondere alle domande che, attraverso l’ufficio stampa della casa editrice EDT Giralangolo, che ha pubblicato il suo ultimo lavoro, gli abbiamo posto. Una carriera da musicista che ha ceduto il passo a quella di romanziere, un’innata capacità di parlare ai lettori più giovani e appassionarli alle storie e una grande voglia di raccontarsi. Ecco come Brooks si è presentato.



Un aspirante musicista punk diventa un popolarissimo e acclamato autore di romanzi young adults. Sembra la trama di un romanzo. Vuoi raccontarci come è andata?
È una lunga storia, davvero troppo lunga per raccontarla ora. Per riassumere, direi che sebbene la musica e la letteratura – e qualunque altra forma d’arte – siano piuttosto diverse una dall’altra, arrivano entrambe, secondo me, dallo stesso luogo che si trova all’interno di ciascuno di noi: dal cuore, dall’anima o comunque si abbia voglia di chiamarlo. E, qualunque cosa accada a ciascuno di noi nel corso del tempo, quel luogo resta sempre lì.

Nel 2014 doni il premio ricevuto vincendo il Carnegie Medal con Bunker Diary alla biblioteca pubblica del tuo paese d’origine. Come mai? Si è trattato di un gesto filantropico o avevi un debito nei confronti della biblioteca?
A dire il vero non è stato un gesto filantropico – il vincitore del Carnegie Medal riceve in premio cinquecento sterline che deve donare a una libreria di propria scelta – anche se io avevo effettivamente un debito nei confronti della piccola biblioteca del mio paese. Lì ho trascorso giornate memorabili quando ero molto giovane (dai sei o sette anni fino ai miei dieci o undici anni) e quel luogo è stato fondamentale per lo sviluppo della mia passione sempre crescente nei confronti dei libri e della lettura.

Che lettore eri tu da giovane e cosa cercano i giovani lettori di oggi nei tuoi libri?
Sono stato un lettore vorace, non facevo altro che leggere e i libri erano (e lo sono tuttora) la mia gioia e la mia religione. Credo che i giovani lettori d’oggi cerchino e trovino nei miei libri cose diverse e sono convinto che quel che riescono a scovare tra le pagine dipenda esclusivamente da ciò che ciascuno stia effettivamente cercando. Le mie storie, d’altra parte, appartengono a loro.

Da dove arrivano le idee per i tuoi romanzi? E come lavori, come ti organizzi una volta che capisci di avere tra le mani un’idea che potrebbe trasformarsi in una storia?
Le idee mi arrivano da ogni parte e, spesso, anche da nessuna parte. Tuttavia, per me, un’idea non è sufficiente per farne un romanzo. Ci deve essere una storia dietro e, a mio parere, uno dei segreti chiave dello scrivere – ripeto, si tratta di un parere assolutamente personale – sta nel trovare la giusta storia, i giusti personaggi e le giuste sensazioni che consentono di trasformare appunto un’idea in una storia. Ho un sacco di idee per dei libri – e alcune mi accompagnano da molti anni – per le quali non sono ancora arrivato a creare la storia giusta e so per certo che per alcune di esse questa storia non arriverà mai… ma convivo bene con questa consapevolezza.

Nel tuo ultimo romanzo, Bad Castro, attraverso i due protagonisti racconti il bene e il male. Ritieni sia possibile distinguerli nettamente o pensi che, come per ogni cosa, non esistano confini così netti ma una sorta di zona grigia in cui le due forze si allacciano e perdono i contorni?
Sì, assolutamente. Il bene e il male, il giusto e lo sbagliato sono costrutti umani (il mondo animale, non umano, non ha il concetto di bene/male/giusto/sbagliato). Ciò che è accettato, considerato giusto e lecito in alcuni luoghi può essere visto come illegale o inaccettabile in altri contesti. Per esempio, perché è lecito uccidere un altro essere umano in tempo di guerra, mentre farlo in tempo di pace è considerato illegale e va punito? Come Castro stesso dice: “Perché è considerato ok uccidere uno sconosciuto solo perché indossa un diversa uniforme?”.

Altro elemento presente nel tuo ultimo romanzo è la paura. Cos’è la paura per un giovane?
Non sono certo che la paura in sé sia diversa negli young adults rispetto alle altre fasce d’età (io sono spaventato del mondo esattamente come lo ero quando ero un teenager) ma l’intensità e l’onnipresenza della paura, e soprattutto dell’ansia, nella vita e nell’ambiente in cui si muovono gli young adults sono senza dubbio diverse per ciascuno di essi.

È più difficile essere giovane, al giorno d’oggi, nella grande metropoli – a Londra, per intenderci – o in una realtà di provincia più circoscritta e magari più chiusa?
Sono nato e cresciuto in una città di provincia – Exeter – dove ho sperimentato in prima persona l’aggressività e la violenza mostrate nei confronti di chiunque fosse in qualche modo diverso. Essere diversi era pericoloso. Quando ho lasciato casa a diciotto anni e mi sono trasferito a Londra, mi sono sentito immediatamente al sicuro, o almeno relativamente al sicuro. Essere diversi a Londra era la normalità.

Che tipo di lettore sei? Quali autori preferisci? Quali invece non ami o fatichi a leggere?
Ho sempre spaziato nella lettura. Non mi precludo nulla e non mi focalizzo su un determinato genere o uno specifico autore. Cerco di provare un po’ tutto e se comincio un libro che non mi piace, non procedo nella lettura. Tuttavia devo confessare un amore viscerale nei confronti dei romanzi crime e la maggior parte dei miei autori preferiti comprende scrittori americani molto noti nel mondo letterario, come per esempio James Lee Burke, Elmore Leonard, Robert Crais, Dennis Lehane, Don Winslow.

Qual è la fase della scrittura che ti dà maggiori soddisfazioni: la progettazione, la scrittura, la riscrittura, la fase di editing, la promozione?
La riscrittura, senza ombra di dubbio. Comincio la fase di riscrittura appena ho terminato la prima bozza e continuo finché il lavoro non si avvicina il più possibile a ciò che dovrebbe essere. Durante la fase di riscrittura il grosso del lavoro è già stato fatto e non vivo l’incubo della pagina bianca. Al contrario, posso lavorare su qualcosa di solido. Il libro, la storia è già lì: io devo solo modellarla, rilavorarla, cambiarla e migliorarla. Adoro dedicarmi a questa parte di lavoro.

Quale romanzo non tuo avresti voluto scrivere?
Hombre, di Elmore Leonard. Si tratta di un romanzo western breve ma scritto magistralmente. È una di quelle storie che ti si ficca dentro e lì resta per sempre.

I LIBRI DI KEVIN BROOKS