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Intervista a Leo Giorda

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Dopo avere assistito alla presentazione del noir d’esordio del ventottenne Leo Giorda alla libreria Il Tomo nel cuore di San Lorenzo a Roma, incontriamo l’autore in un pub dell’Appio Latino affacciato sul Parco della Caffarella. Sembra il Pub nel quale avviene l’incontro tra Woodstock, il protagonista del romanzo, e Claudio, il musicista accusato del delitto che innesca le indagini. Glielo facciamo notare. Leo conferma: “Hai occhio: il pub non è esattamente questo. Ma quello nel quale ho ambientato la scena è esattamente a 100 metri da qui, girato l’angolo”. Evidentemente il nostro giovane autore ama la comfort zone dei luoghi che conosce: Appio San Giovanni, San Lorenzo, Pigneto, Testaccio.



Una cosa che salta all’occhio è che i tuoi personaggi sembrano essere, ciascuno a modo proprio, alla ricerca di un riscatto: si tratta di una scelta conscia da parte tua?
Riguardo Claudio Gatto, il musicista accusato dell’omicidio, è stata una scelta predeterminata nel senso che il personaggio di Gatto, sin dall’inizio è di per sé un perdente, un fallito. Però devo fare una premessa: con le dovute proporzioni io sono della scuola di Stephen King, ovvero, quando inizio un libro non so di preciso dove andrò a parare… però quello del riscatto del musicista è stato fin dall’inizio un punto fermo. Addirittura, Claudio Gatto, era stato concepito come protagonista assoluto. Woodstock e Chiesa (il fricchettone “cannarolo” e il vicequestore che si trovano a indagare su fronti opposti, Ndr), sono un riscatto continuo. Nel secondo libro della serie, la cui fase di editing inizierà a giorni, i due continueranno a crescere, modificarsi ed evolversi nel loro percorso. C’è da tenere conto che il riscatto di Chiesa avviene suo malgrado e quello di Woodstock consiste nel fare i conti con un passato che gli presenta un conto che avrebbe evitato volentieri.

E per quanto ti riguarda? La pubblicazione del tuo romanzo è a propria volta una ricerca di affermazione e riconoscimento?
Sì, anche se devo dire che mi ritengo una persona fortunata. Nel senso che non ho mai sofferto la fame e non ho mai dovuto propriamente lavorare per vivere, ho una casa di proprietà… insomma, sono fortunato. E lo dico da socialista, anche se non so trovare un termine adatto per attualizzare il concetto. Quindi la mia non è una ricerca di riscatto… di riconoscimento sì, perché per tutta la vita mi sono sentito portato verso l’arte e quello che ho provato a esprimere come arte non mi è mai riuscito finché non sono approdato alla scrittura. Ho provato con la musica senza grande successo, ho fatto corsi di fotografia, ho studiato Storia dell’Arte all’Università senza mai trovare la capacità d’esprimermi. Anche perché disegno malissimo… con la scrittura sono invece riuscito a trovare quella che forse è la mia strada, la mia possibilità di carriera. Anche perché non riesco a fare altro. Qualsiasi altro lavoro abbia fatto nella mia vita è stata più un’esperienza umana di raccolta di informazioni. Ho fatto il barman, il contadino in Garfagnana, tutti lavori a carattere temporaneo che mi sono serviti più a trovare una mia storia personale che per vivere. Quindi con la pubblicazione del romanzo, sì, riconoscimento tanto e sono molto, molto, molto contento e orgoglioso che la pubblicazione sia arrivata al primo tentativo. Non ho scritto libri prima e non ho proposto il manoscritto a nessuno prima che Vincenzo Ostuni di Ponte alle Grazie accettasse di pubblicarlo. Ora spero in un successo che costituisca affermazione e riconoscimento, per il resto il mio non è un riscatto, perché non ho nulla da riscattare.

Prima hai accennato al proseguimento delle vicende di Woodstock. Non temi che l’avere esordito con l’abusato genere del “Noir” e continuare sul filone possa relegarti in uno spazio dal quale sarebbe poi eventualmente difficile uscire?
Io spero che Woodstock diventi la mia “Misery”. Spero diventi ciò che mi porti al grande pubblico. E comunque il noir, il giallo, il thriller sono generi che adoro. Detto per inciso, non è “ufficiale”, e per scaramanzia dico che è un’operazione “quasi sicura”: attualmente sto scrivendo un terzo romanzo che non ha nulla a che vedere con Woodstock e che è di tutt’altro genere. È qualcosa che non immaginavo di poter sperimentare: un tema a metà strada tra Romanzo storico e fantascienza. Un progetto ambizioso col quale mettermi alla prova al di là del successo che potrà incontrare. Quindi Woodstock è una testa d’ariete nel mondo dell’editoria per poi presentare parallelamente materiali alternativi. Con tutto il rispetto per Noir e affini –genere che mi ha spinto alla scrittura e, prima ancora, alla lettura- il lato negativo del Genere è la scarsa libertà di manovra narrativa. E questo nonostante Woodstock sia un personaggio ai limiti del fantasy con i suoi “superpoteri”. La fantascienza e l’horror no, in questi generi sei più libero.

Il tuo personaggio Woodstock è abbastanza cinefilo e tu ci hai messo del tuo con la figura del barbone “Truffaut” e del suo cane “Godard”. Tu che cinefilo sei?
Bella domanda. Diciamo che qualsiasi cosa presentino agli Oscar… non è roba mia. Non per snobismo o boria ma perché non mi diverto. Sono stanchissimo dei “biopic”. I film di rivalsa e ascesa sociale sono stati troppo sfruttati. Il film sul primo nero che ha guidato un autobus o sulla prima donna che ha fatto questo o quello mi interessano relativamente. Saranno importanti per la comunità americana ma se ci pensiamo bene, per noi…. Sticazzi. Amo i gangster movie e gli horror che si sviluppano principalmente in Inghilterra e in Italia negli anni ’70. Magari i primi film con Bob Hoskins, The long good Friday. Per quanto sia scontato dirlo, Tarantino lo trovo il più innovativo della nostra generazione… in ordine sparso: Edgar Wright (La notte dei morti dementi, Ndr), Martin McDonagh (Tre manifesti a Ebbing, Missouri, Ndr) e qualsiasi esponente di quella “new wave” anglo-irlandese che si rifà anche alla “black comedy” che è una mia fonte d’ispirazione. Oppure i grandi classici: qualsiasi cosa abbia Humphrey Bogart in pellicola penso sia un capolavoro. Ho studiato cinematografia, non mi vanto di essere un cinefilo, conosco il giusto, non vado oltre determinate cose. Ad esempio il cinema coreano tanto in voga lo conosco pochissimo.

Film preferito, possibilmente tratto da un romanzo. Oppure libro preferito e film preferito…
Questa domanda è tosta. Tra i classici hollywoodiani direi Casablanca. Tra i classici italiani forse L’Armata Brancaleone, il primo. In realtà amo la scrittura in generale: che sia una scrittura cinematografica o letteraria mi cambia poco… ho dimenticato C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, film sicuramente non tratto da un romanzo. Però vedi Tarantino, Scola, seppur in modo diverso, sono registi-scrittori, quasi più scrittori che registi. Stiamo parlando comunque di narrazione visuale che ha una sua poetica e una sua estetica. Anche L’angelo custode a pensarci bene è una sceneggiatura in chiave narrativa. Riguardo ai libri preferiti ne avrei una decina…

Facciamo tre, dai…
Allora: Sherlock Holmes, tutto. Mi porto la raccolta completa sull’isola deserta. Oddio, Cent’anni di solitudine e, mmmh… Canale Mussolini di Pennacchi.

I LIBRI DI LEO GIORDA