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Intervista a Leonardo Gori

Cosa rappresenta per te il mondo dei fumetti? Prima di tutto un grande amore: un colpo di fulmine all'età di cinque anni, quando scoprii un mondo di narrazioni fantastiche che era cosa diversa sia dalla letteratura che dal cinema, ma che usava codici espressivi propri delle due forme... Naturalmente non pensai questo, all'epoca! Ma fu - appunto - amore a prima vista, ed è durato per tutta la vita. Sono stato lettore, poi collezionista, poi saggista, poi di nuovo semplice lettore. Il Fumetto è un mondo, non bastano cent'anni per esplorarlo. Dopo che ho cominciato a organizzare storie mie, il Fumetto mi è servito da serbatoio di idee, suggestioni, spunti. C'è sempre qualcosa che riguarda i fumetti, nei miei romanzi: a volte una citazione esplicita, a volte qualcosa di nascosto, anche molto profondamente. Tu ambienti i tuoi libri in tempi sempre lontani: quali sono o pro e i contro, le possibilità e limiti? Prima o poi affronterò l'oggi: è solo questione di tempo, e del resto l'ho già fatto, insieme a Marco Vichi (con Bloody Mary, per le Edizioni Ambiente). Ma hai ragione: finora il passato è stato parte integrante delle mie storie. I vantaggi sono tanti: soprattutto la possibilità di affrontare una storia con un minimo di distacco. Il passato, anche il più atroce, è a suo modo tranquillizzante, proprio perché è stato. Se stacco un momento dalla mia tensione personale, riesco a far affiorare le emozioni che servono a costruire i personaggi. Sembra un controsenso, ma non è così: il troppo coinvolgimento emotivo, almeno nel mio caso, è controproducente, rende troppo personali storie che devono tendere ad essere universali. E l'attualità mi coinvolge, appunto, oltre misura. I limiti dell'uso del passato, a fini narrativi, sono legati ovviamente ai vantaggi: il distacco può rendere meno immediata la partecipazione del lettore. Ma è un rischio che accetto. Anche perché lo scavo nel passato è per me un gioco meraviglioso, a cui è difficile rinunciare. Quando nasce il tuo amore per la Storia? E' lì da sempre, da quando ho imparato a leggere. Anzi, da prima, da quando ho cominciato a guardare con avidità, alla televisione, i documentari: ho ancora negli occhi e nel cuore quelli straordinari di Sergio Zavoli, sull'avvento del Fascismo e sulla guerra in Italia. A scuola, negli anni Sessanta, l'insegnamento della Storia si fermava, quando andava bene, alla prima guerra mondiale. Poi, nulla. Ma la gente intorno a me (genitori, parenti, amici) faceva un gran parlare di Fascismo, di guerra di Liberazione, di partigiani... Come potevo resistere? Dovevo informarmi. Anche perché i miei amati fumetti erano pieni di riferimenti a quel periodo misterioso. E così, da cosa è nata cosa. Che rapporto hai con i tuoi 'invesigatori'? Un rapporto variabile. Nel senso che ogni personaggio, anche il protagonista di una serie, è una specie di mostro di Frankenstein fatto con pezzetti di persone conosciute, personaggi altrui, ricordi, immaginazione... E con una buona parte di me stesso. In Bruno Arcieri, Leonardo Gori occupa una discreta fetta. In Niccolò Machiavelli, molto meno. Questo significa che "muovo" personaggi diversi in modo diverso. Qual è il personaggio che ti ha dato più filo da torcere? Leonardo Da Vinci, nei miei due romanzi "cinquecenteschi", l'ultimo dei quali è, appunto, La città del sole nero: decisamente troppo ingombrante. E' un personaggio - soprattutto per "colpa" di Dan Brown - che nei lettori suscita aspettative particolari, e molti di loro, paradossalmente, lo rifiutano di principio. Anche quando il tentativo è di renderlo in una luce diversa dal luogo comune. Proprio per questo, ne La città del sole nero è presente ma... non si vede, fino alla fine. Quanto c'è di vero nelle storie che racconti, quali sono le percentuali relative di storia documentata e fiction? In tutti i miei romanzi storici ho sempre cercato di rispettare al massimo lo scenario storico, la topografia, le figure importanti e anche i personaggi secondari: si tratta di "anti-ucronie", se vogliamo, in cui della Storia ufficiale non è cambiata una virgola, è tutto "vero". Naturalmente, in questi due romanzi Machiavelli non ha mai fatto quel che io racconto (né Leonardo e tanto meno il Valentino): il trucco è che le "mie" storie potrebbero essere successe davvero. Cerco accuratamente, nelle pieghe della Storia delle zone d'ombra in cui inserire vicende assolutamente immaginarie. Questo è vero anche per Bruno Arcieri e le sue avventure nell'Europa degli anni Trenta e Quaranta, in cui incontra personaggi realmente esistiti. In altre parole, ho cercato di sposare verità storica (peraltro essa stessa un mito) a verosimiglianza, senza mai tradire la sostanza e lo spirito del tempo. Le ossa di Dio è stato recentemente tradotto in spagnolo e coreano: che effetto ti fa? Un bell'effetto, decisamente! E aspetto ancora l'edizione russa e quella brasiliana. Ma sono in ansia, in attesa del responso del pubblico! Gli spagnoli, soprattutto, sono molto esigenti: leggono assai di più di noi e sono pronti a premiare un autore valido, ma anche a condannarlo. Cosa ti piacerebbe scrivere? Il mio prossimo romanzo. Che tipo di lettore sei? Cosa legge Leonardo Gori? Molti saggi storici e affini: ora sto leggendo un'approfondita storia del jazz di New Orleans e un testo sullo spionaggio nella seconda guerra mondiale. Leggo meno la narrativa, a parte i grandissimi, fra cui soprattutto i miei amati anglosassoni e alcuni italiani di cui non faccio ovviamente i nomi. [elena torre] I libri di Leonardo Gori: Un mare di delitti Il fiore d'oro