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Intervista a Lilith Moscon

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Io e Lilith ci accordiamo per un’intervista durante il Pisa Book Festival 2022. Ovviamente prima c’è stato un doveroso passaggio attraverso l’ufficio stampa, ma poi il rapporto è diventato esclusivamente a due, rispettando ognuna i tempi dell’altra e cercando di studiarci a vicenda prima di imbastire questa nostra chiacchierata. Lilith è una persona cordiale ed educata ma molto distaccata, per cui professionalmente dà moltissimo, però con i suoi modi e i suoi tempi. Forse, avere entrambe un legame con la città di Firenze ci ha aiutate a comprenderci di più e ci ha permesso di dare voce a questa intervista per Mangialibri nella quale Lilith scrittrice si racconta tanto e accenna anche al suo prossimo futuro autoriale. Buona lettura.



Hai trasformato una autobiografia in una favola. Da dove sei partita e quanto ti è piaciuto scrivere Bestiario familiare?
Sono partita seguendo il passo e la traiettoria dei ricordi. Dove si fermavano i ricordi, iniziava la scrittura. In questo modo sono arrivata alla casa dei miei nonni paterni, nel paesino veneto di Albaro. Ho varcato la soglia e ho incontrato la Maria, mia nonna, e Almerino, mio nonno. Sono tornata con mia nonna al cimitero, nel suo pollaio tra galli, galline, faraone e poi nelle risaie del Piemonte dove aveva lavorato da ragazza. Almerino mi ha invece portato nelle miniere del Belgio, tra le pagine dei quotidiani che leggeva borbottando, commentando a voce alta, e in un punto della pianura padana dove si era unito a una brigata partigiana. Ogni personaggio di Bestiario familiare si è aggiunto agli altri aspettando il suo turno, il suo momento. Ogni personaggio mi ha raccontato la sua storia, il suo contesto storico, geografico, usando la lingua italiana o il dialetto della sua zona. Il piacere che ho provato nello scrivere Bestiario familiare mi ha accompagnato capitolo dopo capitolo, tappa dopo tappa, unito allo sforzo fisico e mentale che comporta andare a ritroso nella memoria, scegliere le parole, limare i periodi, le frasi. Scrivere è un atto fisico, piacevole e spossante come scalare una montagna o nuotare al largo.

Colpisce molto questo tuo modo di scrivere con candore e meraviglia, quasi che tu stessa ti stupisca di quello che stai raccontando. Come hai formato la tua scrittura, quali sono state le tue letture preferite?
Ho provato a fare ritorno all’età di sei anni, circa, e a capire cosa si vede da lì, cosa si sente da lì. A sei anni Flannery O’Connor “scopre la sua passione per i pennuti domestici e insegna a un pollo a camminare all’indietro”, si legge nella cronologia posta all’inizio del libro Un brav’uomo è difficile da trovare, uscito per minimum fax. La voce di Bestiario familiare è quella di una bambina altrettanto affascinata dai polli, dalle cose, dalle piante, che prova a compiere prodezze a volte riuscendoci e a volte fallendo miseramente – anche se, ammetto, non sono mai riuscita a insegnare a un pollo a camminare all’indietro. Non è stato difficile tornare a quell’età perché non credo di vivere interamente e incessantemente nella mia età attuale. Bambina, adolescente e adulta si intrecciano, si alternano in me, spesso anche all’interno di una stessa giornata. La mia scrittura si nutre dei salti temporali, anagrafici, ma soprattutto, si nutre della realtà, attinge dalla realtà il suo materiale, quindi anche dai libri di altri autori e altre autrici. I libri che ho letto e che ho tenuto sul mio tavolo di lavoro mentre scrivevo Bestiario familiare sono stati: La straniera di Claudia Durastanti, Infanzia di Maksim Gor’kij, La vita davanti a sé di Romain Gary, Sangue dal naso di Nadia Budde, W la libbertà di Luisa Mattia – pubblicato dalla stessa casa editrice, Topipittori, e nella stessa collana, gli anni in tasca, del mio libro –, Althénopis di Fabrizia Ramondino, Infanzia berlinese intorno al millenovecento di Walter Benjamin, Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, La zia ha adottato un licantropo di Saki, Racconti di Edgar Allan Poe, per citarne alcuni.

Leggendo il tuo libro si rimane stupiti meravigliosamente anche dai personaggi che tu metti in scena e a cui dai vita. Alcuni ricordano qualcuno che si è incontrato nella vita di tutti i giorni, altri personaggi che si ritrovano solo nelle fiabe, altri ancora un misto di tutte e due le cose. Ma chi sono realmente i protagonisti della tua storia? Qualcuno di loro c’è davvero nella tua vita?
I personaggi presenti nel libro sono tutti reali: zia Walter, il gatto Benozzo, la maga Lorraine, Enrico il filosofo, Tommy il pastore tedesco, il bagolaro, e via discorrendo. Anche i fatti narrati sono realmente accaduti. La vita supera quasi sempre l’immaginazione. Tuttavia, mi ha fatto bene, scrivendo, non pensare a nessuno, nemmeno a me stessa, come persona. Sono diventata personaggio per essere più libera e sfrontata nella narrazione. Lo stesso è avvenuto con le persone che conoscevo, che conosco. Chi scrive deve mettersi nei panni dell’altro, anche nei panni di sé stesso o sé stessa nel caso di un’autobiografia, senza scivolare in facili identificazioni. Personalmente, non amo le storie in cui la voce narrante coincide troppo con quella dell’autore o dell’autrice. Preferisco di gran lunga quando fra chi scrive e il testo c’è una distanza, una intima distanza.

Bestiario familiare è un lavoro editoriale straordinario che meriterebbe di essere letto anche se fosse stampato sulla peggiore delle carte riciclate, ma in questo libro c’è di più, ci sono le illustrazioni di Francesco Chiacchio che rendono ancora più raffinato il tutto. Che ci racconti in proposito? Chi ha ispirato chi? Quanto vi siete donati a vicenda nella realizzazione di questo lavoro?
È dopo avere scritto Bestiario familiare che ho chiesto a Francesco Chiacchio di illustrarlo. Mi sembrava che un bestiario dovesse avere immagini al suo interno, proprio come i bestiari medievali. Francesco ha la rara capacità di cambiare stile e tratto a seconda del testo da illustrare. Interroga il testo, i personaggi e il suo lavoro si sviluppa intorno a questo dialogo. Le illustrazioni qui colgono bene l’anima del racconto, il carattere dei personaggi. Sono ironiche, espressive, fresche. Mi sento fortunata. Volevo inoltre che il mio libro contenesse illustrazioni perché ho una vera passione per i libri illustrati. Trovo triste che le illustrazioni siano poco o affatto presenti nei libri destinati a un pubblico adulto. Tempo fa, per esempio, ho comprato il romanzo La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth illustrato da Pablo Auladell. È un progetto bellissimo.

E dopo l’autobiografia Lilith scrittrice cosa farà? Hai già una idea del prossimo libro, un genere che ti piacerebbe toccare, una storia ancora nel cassetto?
Penso che il mio prossimo progetto sarà biografico. Sto inseguendo da qualche mese la vita di una donna vissuta a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. È ancora presto per rivelare la sua identità. Non so ancora fino in fondo che corde toccherà dentro di me la sua storia. Gli incontri con le storie non si discostano poi molto dagli incontri d’amore o d’amicizia. Sono in attesa.

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