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Intervista a Lola Larra

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Lola Larra è un po’ cilena e un po’ venezuelana, con un pizzico di Spagna. Ha pubblicato racconti e romanzi, tre dei quali per ragazzi. È cresciuta a Caracas, ha lavorato come giornalista a Madrid per quasi quindici anni e nel 2006 è tornata a Santiago del Cile. A pochi giorni dall’uscita italiana del suo nuovo libro, un reportage sull’incredibile, misconosciuta storia di Colonia Dignidad, una delle più inquietanti vicende del Novecento sudamericano, la intervistiamo via zoom per farci raccontare meglio la storia degli “sprinters”. La foto è di Lisbeth Salas.




L’ex gerarca nazista Paul Schäfer fugge dalla Germania, si rifugia in Sudamerica e fonda nel 1961 una colonia in Cile, in una località sperduta. Il modello sono i campi di lavoro nazisti: donne, uomini e bambini separati, torture, sevizie e pure molestie sessuali a minori. Il tragico esperimento durerà per quasi quarant’anni, quando si celebreranno i processi giudicando le mostruosità perpetuate contro i cosiddetti coloni. Non ero a conoscenza della storia di questo villaggio e mi ha colpito molto. Partiamo dal titolo del libro. Chi sono gli sprinters? Questi ragazzi erano per qualche motivo i prediletti dello “zio Paul”. Perché hai voluto dare proprio questo titolo al tuo libro?
Mi costa molto scegliere i titoli per i miei libri. In questo caso ne avevo a disposizione solamente due: Coloni o Sprinters. Volevo assolutamente che il libro avesse un titolo composto da una sola parola. Alla fine ho scelto Sprinters: sono i ragazzi che facevano parte della corte personale di Paul Schäfer, che li chiamava in diversi modi, tra cui “bambini di servizio”, ovviamente in tedesco. Ho scelto questa parola perché in tedesco si scrive allo stesso modo e ha lo stesso significato, cioè messaggeri. I ragazzi durante il giorno correvano a destra e a sinistra per fare delle commissioni per lo zio Paul e lui li violentava durante la notte. Nella parte finale del romanzo c’è una scena dove due donne corrono verso un lago. Il romanzo non è solo la storia dei ragazzi, ma sostanzialmente di tutti i coloni che scappavano via, correvano via da Paul Schäfer, cercando di andar fuori da questo universo malato e correre verso la libertà, che è ciò che fa la protagonista.

All’inizio la narratrice dichiara di sentirsi un po’ come Truman Capote. Questo libro è un misto tra ricerca, reportage e anche romanzo di formazione. La ricerca di Lutgarda (la colona sopravvissuta) è un processo che modifica la consapevolezza della narratrice. È un mix tra reportage e narrativa? La cosa interessante è che viene tradotto anche visualmente con lo storyboard a fumetti e quindi è anche un po’ sperimentale, no?
Effettivamente quando ho iniziato il lavoro di ricerca mi sono sentita un po’ come Truman Capote, perché il viaggio era in direzione sud del Cile, che è un posto bellissimo, dominato da una natura incredibile. Nonostante abbia scoperto delle cose terribili, ho questo ricordo molto bello di tutta l’esperienza legata all’aspetto naturale. Mi fermavo nelle stazioni di servizio e negli alberghi a osservare tutto quello che avevo attorno. Quando ho iniziato a documentarmi e in seguito durante il viaggio, ho sempre pensato che questo sarebbe stato un libro di reportage investigativo di stampo giornalistico. Però poi non è stato così. Penso che nella sua versione finale il libro sia più fiction che reportage, anche se ci sono dei punti di ancoraggio a questo genere.

Lutgarda è la parte passiva, mentre la narratrice è la parte attiva, e forse ti rispecchia un po’. Lutgarda ha vissuto quasi tutta la vita in questa comunità e ha più di qualche problema psicologico. È un personaggio immaginario o rispecchia qualcuno di cui tu hai avuto testimonianza?
Ho intervistato più di qualche colona e qualcuna di loro era già anziana e parlava molto poco. Sembrava che fossero sotto effetto di farmaci. La persona con la quale ho avuto una relazione più stretta è stata Ingrid Szurgelies, una colona che viene citata nel libro. È una persona meravigliosa. Sono stata a contatto con lei per tre anni. Ingrid è sposata con Franz, anche lui un ex colono. Una volta usciti, hanno avuto una vita molto complicata, non facile assolutamente. Ingrid mi parlava spesso di una sorella anche lei ex colona che è stata un po’ in Cile e poi si è spostata in Germania. Lutgarda è costruita anche sulla base dei racconti della sorella di Ingrid, una specie di sorella immaginaria.

All’inizio del libro si parla del processo di reinserimento dei coloni in una società normale. Ma come è potuta andare avanti per quasi quarant’anni questa forma di prigionia e sfruttamento? Ci sono ovviamente delle forti connessioni tra l’ex gerarca nazista e la dittatura cilena, però il fatto che negli anni Sessanta potesse esistere un campo di lavoro mi lascia abbastanza sorpreso. Anche oggi ce ne sono nel mondo, ma tu come te la spieghi? La dittatura cilena copriva questa enclave, però forse ci sono anche degli altri motivi…
La domanda che ti sei posto è molto complessa ed è presente nel midollo di tutti quelli che si interessano a questo tema. Tutti si pongono la stessa domanda, cioè come sia stato possibile che i cileni abbiano permesso l’esistenza di Colonia Dignidad per quarant’anni pur sapendo a grandi linee quello che succedeva dentro. La cosa strana è che si è saputa l’esistenza di Colonia Dignidad solamente nel 1968, quando la prima persona è riuscita ad evadere. In quel periodo non c’era ancora la dittatura. Nel ’68 c’era un governo democratico, poi nel ’73 è arrivato il governo di Salvador Allende e a seguire la dittatura. Sia prima che dopo la dittatura, i governi democratici hanno lasciato che tutto questo succedesse impunito. Wolfgang Müller per scappare dalla colonia nel ’68 ha rubato un cavallo. Fino a cinque anni fa il reato non era ancora andato in prescrizione e quindi poteva essere ancora condannato per furto in Cile. Anch’io mi sono chiesta perché Salvador Allende non abbia smantellato la colonia. La risposta che mi do a livello personale è che fosse concentrato su temi più importanti. Non che Colonia Dignidad non lo fosse: all’interno dell’enclave si sono formati dei torturatori e pure alcuni membri attivi di “Patria e libertà”, cioè l’organo della destra cilena che ha organizzato i più atroci attentati. Dopo Allende, nel periodo della dittatura di Pinochet, si sono consolidati i rapporti personali tra i gerarchi, la politica e gli imprenditori. Il presidente Patricio Aylwin – quando il regime militare era già scomparso - ha tentato di mettere i bastoni fra le ruote a questa organizzazione criminale perseguendola solamente sotto l’aspetto tributario. Un po’ come si fa con tutti i delinquenti, sperando che cadano come Al Capone. Ancora oggi ci sono dei politici conniventi: tra questi l’attuale ministro della giustizia Hernán Larraín, che ha avuto rapporti strettissimi con Paul Schäfer. Larraín visitava Colonia Dignidad per delle battute di caccia e si fermava spesso a mangiare lì. Anche gli imprenditori a capo della catena di supermercati Jumbo sono stati a contatto con l’enclave. La colonia ha tentacoli ovunque.

Nel libro sono presenti delle sequenze di immagini che ricordano uno storyboard cinematografico e si parla anche della volontà di fare un film, poi però il tentativo esita in un romanzo. Perché hai scelto di inserire queste clip?
Anche se possiede molte sfaccettature riconducibili alla mia persona, la voce narrante non può essere associata al 100% a me stessa. Durante le ricerche per la stesura del libro, in Spagna, ho ricevuto una proposta da parte di un produttore cinematografico. Ci chiamavamo dal Cile alla Germania per vedere se si riusciva a firmare un contratto. All’epoca non sapevo che forma finale avrebbe preso questo lavoro: un romanzo, un reportage o altro. Ho pensato: “Perché non posso considerarla anche come una sceneggiatura?”. È stato anche divertente, abituata com’ero a frequentare il mondo del libro, che è un mondo in cui non si muove molto denaro, rispetto a quello del cinema. Questo famoso produttore mi ha dato la possibilità di viaggiare molto per un progetto mai realizzato. Gli ho mandato diversi appunti, basati sulla prima storia che ho letto su Colonia Dignidad, che poi è diventata la fuga dei due ragazzi descritta nelle strisce dello storyboard. Quando si è trattato di arrivare alla prima pubblicazione di Sprinters in Cile, l’editore Alvaro Matus, sapendo che avevo già scritto un romanzo illustrato (A sud dell’Alameda, Edicola Edizioni, 2018), mi ha chiesto se lo volessi illustrare e da lì abbiamo contattato Rodrigo Elgueta.

Un’altra cosa che mi ha colpito sono gli elenchi di armi ritrovate nella Colonia. Prima dicevi che c’era una componente di connivenza tra la Colonia e i gruppi di estrema destra…
Sì, quella lista di armi effettivamente è impressionante. È stata pubblicata su diversi mezzi di informazione. Quando la leggo mi sembra quasi che suoni come una poesia dell’orrore. Dimostra non solo le connessioni con l’estrema destra cilena, ma anche il fatto che oltre all’aspetto ideologico, i legami di Colonia Dignidad fossero ben stretti pure con personaggi legati al traffico internazionale d’armi. È stato provato che un paio di trafficanti internazionale sono stati lì. Le armi erano custodite non solo per la dittatura, ma venivano anche fabbricate all’interno della Colonia. Questi aspetti – come altre informazioni – vengono approfonditi nella pagina web del libro (in spagnolo) https://sprintersnovela.com/.

I LIBRI DI LOLA LARRA