Intervista a Lorenza Stroppa

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Appena terminata l’intervista abbiamo ricordato con nostalgia gli anni in cui si scrivevano le lettere, riflettendo, prendendosi del tempo. Questo perché la conversazione con Lorenza Stroppa, scrittrice che lavora da sempre nel mondo dei libri - il suo mondo, il suo orizzonte - è stata condotta sì via mail ma in maniera volutamente lenta, meditata, quasi a voler ricalcare l’atmosfera che evoca il titolo del suo ultimo romanzo. Godetevi le sue bellissime risposte.




Innanzitutto una curiosità sui due protagonisti del tuo libro Da qualche parte starò fermo ad aspettare te. Giulia è un’esperta di colori e Diego ha una passione per le parole: puoi dirci una parola a cui sei affezionata e che ti guida nel tuo percorso di vita e, invece, un colore con il quale - in questo periodo - non ti senti a tuo agio (se c’è)?
Scelgo la parola “lenezza”, un termine desueto, quasi scomparso dalla lingua italiana, che ho ritrovato recentemente in un libro di fine Ottocento. Deriva da “lenire”, attenuare, addolcire, calmare e ha dentro di sé una delicatezza e una poesia che vorrei “spalmare” sul mio futuro percorso di scrittrice e di donna. Tchaikovsky lo inserisce tra le sue annotazioni per suonare la Sesta sinfonia: “con lenezza e devozione”. Penso che sarebbe opportuno utilizzare un po’ di lenezza nella vita di tutti i giorni, nei rapporti con gli altri, nei luoghi di lavoro, persino sui social, anzi, soprattutto sui social. In questo periodo trovo l’arancione troppo sfacciato. È il colore dell’energia e dell’ottimismo, un colore che di solito viene utilizzato in alcuni tipi di segnaletica aerea perché risalta sul blu del cielo (suo complementare). La sua tonalità è stata riconosciuta tardi, dopo il mille, ed è stata messa sul piedistallo dagli impressionisti, Van Gogh su tutti. Kandinsky diceva che era il colore “dell’uomo sicuro della sua forza”. Ritengo che di questi tempi sia arrivato il momento di abbassare i toni, i proclami, le ostentazioni. Di ridimensionare un po’ l’arancione stemperandolo con un po’di rosa.

Citi musicisti, pittori e opere letterarie. Anche i due protagonisti del tuo romanzo hanno a che fare con l’arte ed entrambi hanno una visione non banale della vita. La sensibilità nel vedere la realtà con sguardo differente, da artista, è più una salvezza, un impegno, una responsabilità o una via di fuga?
Credo sia tutto questo messo insieme. Spesso gli artisti sentono le emozioni in modo più vivido, nel loro osservare silenzioso c’è un processo di assorbimento e di rielaborazione di ciò che vedono e percepiscono che non sempre si nota dall’esterno (capita spesso che gli artisti non siano poi così spumeggianti come si crede, ma abbiano invece un contegno piuttosto taciturno e riservato) ma che innesca movimenti a lungo termine. Come un sasso gettato in un lago. Comunicare ciò che un artista prova attraverso l’arte significa riviverlo (quindi a volte soffrire due volte) e farlo senza filtri, perché l’espressione artistica richiede onestà, soprattutto nei confronti di se stessi. Perciò essere artisti è sia una salvezza che una condanna (come ricorda a Giulia, la mia protagonista, il nonno pittore come lei), un modo per entrare meglio dentro la realtà e allo stesso tempo per trovare una via di fuga. Un impegno (nei confronti di chi la osserva da fuori) ma anche un disimpegno da parte dell’artista che, una volta rilasciato il groviglio interno (su una tela, durante un concerto, su una pagina bianca...) può in qualche modo liberarsi del peso portato e consegnarlo ad altri.

Parli di onestà verso se stessi. La verità di Giulia scalpita per essere liberata perché la verità è “ciò a cui non si sfugge”. Le verità che più teniamo nascoste e temiamo possano emergere, per te, sono gli eventuali dolori passati o le possibili felicità future e perché?
Le verità che fanno male vanno affrontate. Se vuoi anche con metodo, approcciate con una strategia, ma la soluzione non è quella di nasconderle o fingere di dimenticarle. Sono convinta che, nel buio dell’angolo dove vengono celate, sviluppino una qualche tossina velenosa che piano piano corrode tutto, e allora addio nascondiglio, addio apparenza di felicità. La realtà irrompe nel quotidiano e il castello di carte eretto crolla, trasformandosi in una trappola. Questo per quanto riguarda il rapporto della verità nel passato. Per ciò che concerne il futuro e la felicità... Sono certa che non tutti si sentano in grado di affrontare la felicità. O pensino di meritarsela. Viviamo in una cultura che pone la colpa al centro di tutto, veniamo cresciuti con la minaccia della nostra inadeguatezza e i modelli che avanzano, sbandierati nel mondo a lustrini dei social, non fanno che sottolineare in modo crudele ciò che ci manca. Se per caso avvistiamo un barlume di felicità, non sempre la riconosciamo e, spesso, la lasciamo passare... perché pensiamo non sia per noi. È più facile macerarsi nel grigiore del quotidiano piuttosto che fare un balzo rischioso per agguantare la felicità.

Infatti, come accade nel tuo romanzo, a volte, in questo grigiore, si verificano in modo inaspettato e in situazioni banali (ad esempio mentre si fa la spesa!) squarci di luce, anticamera di questi barlumi di felicità. Credi nella magia di certi incontri, dai spazio all’intuito nella tua vita, come interpreti le coincidenze?
Sono convinta che la vita ci riservi sempre grandi sorprese e che le coincidenze nascano per delle ragioni ben precise. Un po’ di magia c’è, nel nostro mondo e, se manteniamo uno sguardo di stupore, a volte riusciamo a percepirla. Di sicuro ci sono persone a noi destinate, necessarie a farci prendere decisioni, a cambiarci, ad affondarci, a volte, o ad aiutarci a riemergere. Pur riscontrando delle evidenze che ritornano nella vita di una persona allo stesso tempo però sono una profonda sostenitrice del potere della forza di volontà: la nostra esistenza non è già programmata, non procede in linea retta, è come una freccia scagliata da molto lontano: basta un colpo di vento oppure l’intralcio di un albero per farla deviare. E non è detto che la nuova meta non possa essere migliore di quella iniziale. E, come accade ai miei due personaggi, sono del parere che si possa sempre cambiare.

Teresa a questo proposito dice a Giulia “Sei tu la risposta, non lui” invitandola a un cambiamento per se stessa, non in relazione agli altri. Ti sei ispirata a qualcuno per la meravigliosa Teresa? C’è necessità di un maggior dialogo tra le diverse generazioni?
In effetti ho fuso in Teresa le nonne meravigliose che ho avuto (entrambe veneziane, entrambe abili sarte, anche se non dell’isola dei merletti) e ci ho messo dentro un pizzico di Margherita Hack, che, grazie al mio lavoro di editor ho avuto modo di conoscere da vicino e che ho sempre ammirato e amato molto - la sua spontaneità, la sua apertura mentale, il modo disinvolto con cui approcciava tutti, senza distinzioni di età, di livello di istruzione... Gli anziani sono delle enormi biblioteche, custodi di storie, di insegnamenti che andrebbero ascoltati. Più si invecchia e più lo si capisce, e si fa tesoro dell’esperienza avuta con loro. I miei figli sono cresciuti soprattutto grazie al contributo dei nonni (mio figlio più grande ha iniziato a gattonare con mia mamma, non con me; io, ahimè, ero al lavoro in quel momento). Non smetterò mai di ringraziarli.

Parliamo allora di Venezia, altra protagonista del romanzo. Ci dici se c’è un posto, un luogo a cui sei affezionata particolarmente a Venezia e quanto, nella tua esperienza, l’ambiente circostante possa influire sulla nostra vita?
È difficile scegliere un luogo preciso. Posso dirti però che, grazie alla mia esperienza di studentessa e al posto in cui si trovava la casa di mio padre (vicino all’Accademia), ho un’affezione particolare per le Zattere, dove mi piace passeggiare in tutte le stagioni. Lì la laguna respira, il canale della Giudecca dà davvero l’impressione di essere mare e il Molino Stucky sembra un castello delle fiabe con le sue torri austere. Senza contare che ci sono diversi dei luoghi citati nel libro e a me cari, dal bar Da Nico dove gustare il famoso gianduiotto allo squero di San Trovaso; dalla punta della Dogana alla fondazione Peggy Guggenheim... Penso che i luoghi influiscano molto sulla nostra vita: dalla finestra scopriamo i primi orizzonti possibili, le montagne vicine diventano amiche, il rumore del mare si insinua, come una sinfonia di fondo, nel nostro vissuto. Poi però ci sono luoghi che più ci rimangono dentro. Dipende forse da quanta energia e storie hanno assorbito. Venezia è una città particolare, condizionante per i suoi ritmi insoliti e per la sua morfologia, decadente, romantica, onirica, a volte maleodorante... È uno di quei luoghi che ti tatua l’anima, da cui, anche se ti devi separare geograficamente, non riesci mai a separarti dentro. Un’infinita nostalgia.

Da studentessa a scrittrice. E intanto hai lavorato e lavori come ufficio stampa, traduttrice, lettrice, editor, insegnante di corsi di scrittura... Come è stato (già con i tuoi libri precedenti) il debutto sul palcoscenico per te che eri nel “dietro le quinte”?
Ho provato di sicuro molto meno mistero e magia, ma allo stesso tempo, lavorando nel settore, anche tanta voglia di precisione, di dare il massimo in tutte le fasi di lavorazione, non solo nella scrittura ma anche nell’impaginazione, nell’editing, nella correzione di bozze, nella scelta dei testi per la copertina, nella grafica di copertina, nella promozione del libro... Quindi ho dato tutto, ho dato il massimo. E poi, c’è anche un altro elemento da tenere in considerazione, da editor che di solito indica i passaggi da rivedere o gli elementi di criticità agli autori, mi sono appunto ritrovata dall’altra parte della barricata, sotto esame. Mi sento doppiamente sotto le luci della ribalta: è come se, una docente, si trovasse per un po’ sotto il giudizio degli allievi. Devo essere irreprensibile, o provare a esserlo. Infine c’è stata e c’è comunque moltissima soddisfazione e felicità: i libri sono il mio mondo, il mio orizzonte, e, vedere il mio in mezzo a tanti in libreria, consapevole di ciò che c’è dietro... è stata una bella emozione.

I libri sono il tuo mondo. Ma dimmi, se fossi costretta a scegliere un altro lavoro (astronauta, cuoca, archeologa) anche inventato, quale carriera ti piacerebbe intraprendere?
La scelta è difficile, sono una donna dalle molte passioni (e poco tempo per realizzarle tutte, ma prima o poi). Mi piacerebbe suonare o cantare in una rock band, insegnare davvero (nel senso di fare la docente a scuola, trovo che gli anni delle Medie siano i più interessanti: i ragazzi sono curiosi, modellabili, assorbono come spugne e se dai loro gli input giusti...), o fare la psicologa. Per un brevissimo periodo della mia vita ho avuto anche l’occasione di lavorare come copywriter per un’agenzia pubblicitaria, e devo dire che anche quello è un mestiere interessante. Come avrai capito la lista è lunga e io potrei andare avanti all’infinito.

Per concludere vorrei riprendere la tua prima risposta. Hai citato “lenezza e devozione” per spiegarmi la prima delle due parole. La devozione, invece...Esiste ancora questo sentimento di abbandono e impegno verso un’idea o un ideale?
Oggigiorno siamo bombardati di modelli, di trend da seguire, di finti ideali e non è facile riconoscere e coltivare i propri. Tuttavia penso che, per mantenere un equilibrio nella vita e una sana positività nelle cose che facciamo, avere un ideale e seguirlo con devozione sia fondamentale. Forse è il solo modo per farlo. Sto leggendo in questi giorni un libro di Baricco che forse non ha avuto la fortuna che merita, Mr. Gwyn. A un certo punto il protagonista, scrittore famoso, decide di trasformarsi in “ritrattista” e di ritrarre con le parole le persone per “ricondurle a casa”. Ecco, io credo che inseguire un ideale sia un modo per ricondursi a casa, per trovare la propria dimensione, per dare un senso alla propria vita e per saper riconoscere le gioie e i fallimenti, quelle lievi oscillazioni lungo una strada di sacrificio e devozione che ci porta verso l’orizzonte cercato, ma anche dentro di noi, che ci completa. Alla fine non è detto che il nostro ideale sia raggiunto, l’importante, credo, sia tendere a.

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