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Intervista a Luca Bianchini

È un fiume in piena Luca Bianchini. Spiritoso, originale, aperto e curioso, si presta volentieri a un’intervista via Zoom, durante la quale ci racconta con piacere la genesi del suo ultimo romanzo. Una chiacchiera tira l’altra, si sa. Ecco allora che si finisce per parlare di marescialli, Puglia, luoghi comuni e critiche. Davvero un grande piacere risentirlo dopo averlo intervistato qualche anno fa a Galatone in occasione dell’ottava edizione della manifestazione letteraria Salento Book Festival (le domande riferite a quella prima intervista sono le ultime due in basso).



Un omicidio a Polignano il giorno della festa del santo. Con il tuo Le mogli hanno sempre ragione hai scelto di cimentarti in un nuovo genere, il giallo. Come mai questo cambio di rotta? Inoltre, squadra vincente non si cambia. Perché hai deciso di servirti, come contorno al maresciallo Clemente, degli stessi personaggi di quella che ormai potremmo chiamare la saga dei polignanesi? È stato una sorta di paracadute - personaggi già ben definiti e apprezzati dai lettori - per permetterti di concentrarti sull’intreccio del giallo? Oppure quale altra motivazione ti ha guidato in questa direzione?
L’idea è nata da una necessità. Non potendo viaggiare nel periodo durissimo del lockdown, avevo voglia di scrivere, ma la realtà era abbastanza deprimente. Faccio fatica a scrivere quando ho dei problemi grossi - familiari o personali - e la pandemia mi stava piuttosto stretta. Mi era venuto un vago azzardo, a un certo punto, e avevo pensato di cimentarmi nell’utilizzo dell’arma dell'ironia. Tuttavia, non riuscivo a partire. Sono molto fisico, anche quando scrivo, e ascolto il mio corpo. Capivo quindi che c'era qualcosa di strano e ho pensato che avrei dovuto fare un viaggio, un salto di genere. Mi serviva qualcosa che mi permettesse di allontanarmi liberamente dalle sbarre di casa mia. Avevo due strade: quella del romanzo storico (che non è detto che non pratichi un giorno. Ho sostenuto qualche esame di storia, anche se so che dovrei studiare davvero molto. D’altra parte, io amo studiare e potrei davvero cimentarmi in questo genere) oppure il giallo. Quindi, in definitiva, l’idea iniziale è stata un po’ una sfida. Insomma, mi sono detto che avrei potuto anch’io, come hanno fatto diversi altri autori, inventare il “mio” commissario. Personalmente non leggo molti gialli, perché amo la commedia. Allora mi sono documentato su Google e ho trovato un breve saggio che mi ha fornito le indicazioni di base. Poi, un amico carabiniere mi ha spiegato come si conducono le indagini e come ci si muove quando si deve affrontare un delitto. Devo dire che ho scelto i polignanesi per semplificarmi la vita: si trattava di un mondo che conoscevo bene e non avevo bisogno di approfondire oltre, riuscendo quindi a concentrarmi meglio sull’intreccio squisitamente giallo della vicenda. Devo però sottolineare che questo romanzo mi ha permesso anche di raccontare nuovi aspetti della famiglia Scagliuso e dei personaggi che le ruotano intorno. Ripeto, io amo la commedia. Perciò mi sono servito dell’impianto classico del giallo, ma ho usato i miei toni, confidando nel fatto che chi legge un giallo sa che si tratta comunque di finzione e quindi ci sta che l'arma del delitto, nel mio caso, non sia il classico coltello, ma un oggetto ben più singolare e improbabile.

Ci sono dei gialli/noir - libri o anche serie televisive - a cui ti sei ispirato per costruire il personaggio del maresciallo Clemente?
Devo confessare che ho letto un solo Camilleri, tanto tempo fa, e che non guardo molto la televisione. La mia conoscenza del genere si limita a Simenon e Agatha Christie, che ho letto soprattutto negli ultimi tempi. Trovo che la Christie sia un genio e mi piacerebbe davvero incontrarla e offrirle una cena. Ho deciso quindi che il mio romanzo avrebbe seguito l’impianto da lei indicato: interrogatorio, indagini e spiegone finale in cui il maresciallo racconta com’è arrivato all’individuazione dell’assassino. È chiaro che, nel momento in cui metti il mio maresciallo in canottiera bianca al posto di Poirot, ogni cosa cambia. Devo dire poi che ho disegnato la piantina della casa in cui viene commesso l’omicidio per definire meglio le mosse di ogni personaggio; ho studiato ogni particolare e ho cercato di curare ogni dettaglio affinché l’intera vicenda fosse credibile e verosimile. È stato un vero e proprio lavoro ingegneristico, che mi ha divertito molto e mi ha dato parecchia soddisfazione.

Quello che la Puglia ha dato a Luca Bianchini traspare in ogni tua pagina. Ma cosa Luca Bianchini ritiene di aver dato alla Puglia?
Penso di aver dato alla Puglia innanzi tutto amore, un amore affettuoso. Inoltre, sono convinto di aver guidato i pugliesi a scoprire qualcosa che non sapevano di avere - Io che amo solo te in questo senso è stato un azzardo -, cioè l’autoironia. Si dice che i pugliesi, i meridionali in generale, siano permalosi. Ma se li affronti in modo diretto e autentico, sanno essere davvero ironici. Penso di aver dato, specie con i due film tratti dai miei romanzi, un po’ di visibilità a una terra in anni in cui non era ancora così marcatamente turistica ed esplosa, come poi è accaduto in seguito. Penso anche che i pugliesi stessi, nei primi anni del nuovo secolo, non fossero così consapevoli della bellezza della loro terra: io adoro l’entroterra, che preferisco alle località affacciate sul mare. Quindi, spero di aver dato ai pugliesi anche un po’ di autostima.

La brigadiera Agata De Razza si chiama così in onore ad Agatha Christie, dal cui impianto narrativo attingi per raccontare la tua storia?
In parte sì. Ma devo dire che ho scelto questo nome anche in onore di Sant’Agata, la patrona di Catania cui sono molto legato per motivi personali.

C’è la possibilità che il maresciallo Clemente diventi il protagonista di una serie o di un film?
I film sono in grande difficoltà. E poi si tratta di qualcosa a cui penso in un secondo momento. Prima mi interessa il romanzo. Secondo me il film più bello è quello che si fa il lettore, che immagina i colori, i suoni e gli odori di ogni scena e di ogni personaggio. Può darsi invece che pensi a una nuova indagine del maresciallo Clemente, che mi pare stia piacendo. Però dovrà essere fatta in un’ambientazione diversa. Devo dire però, che al momento mi è venuta anche un’idea, del tutto diversa, per una nuova storia. In genere io scrivo una vicenda più allegra e una più malinconica. Le mogli hanno sempre ragione è allegra, quindi la prossima storia dovrebbe essere un po’ più malinconica. Amo la malinconia, tanto che me la auto induco sempre.

Che rapporto hai con i luoghi comuni?
Amo i luoghi comuni, mi piace crederci e mi piace, più d’ogni altra cosa, metterli in discussione. Per esempio, se un personaggio di una mia storia è bello, deve essere davvero bello, ma avere una crepa. Per esempio, il polignanese Damiano è un bellissimo ragazzo, ma balbetta. Un altro esempio è utilizzare il cliché del meridionale, ma per esempio attribuirgli gli occhi verdi, una rarità. Sono innamorato di chi sembra fatto in un modo, ma mostra poi lati che non mi aspetto e che mi permettono, appunto, di innamorarmene, e parlo non solo di attrazione fisica, ma anche di amicizia. Amo i timidi, le persone che stanno negli angoli.

Come si pone Luca Bianchini nei confronti delle critiche?
Dietro ai miei libri lavorano molte persone, quindi mi dispiacerebbe molto deluderle, nel caso in cui una pubblicazione non avesse successo. Per quanto riguarda le critiche, non vado a cercare le opinioni sui miei lavori appena questi escono, perché penso che all’inizio si abbia bisogno soprattutto di conforto. Quindi cerco di evitare; preferisco non sapere cose che potrebbero farmi stare male. Le critiche, in definitiva, ben vengano. Devo dire che su di me c’è un certo pregiudizio, perché non sono considerato un autore letterario, un po’ perché scrivo commedie e un po’ perché la mia vita pubblica è piuttosto pop. Patisco il fatto di non essere considerato tale, anche se diversi autori, che sono veri intellettuali - De Silva e Buttafuoco per esempio - mi stimano. Soffro maggiormente il silenzio, rispetto alla stroncatura. Devo dire poi, che mi piace sapere cosa i miei lettori non apprezzano di un mio nuovo lavoro. Di quest’ultimo romanzo, per esempio, temevo si pensasse che l’utilizzo dei polignanesi fosse un escamotage utilizzato esclusivamente perché avevano avuto successo. Vi ho spiegato prima che non è così. Certo è che. tra i complimenti e le critiche, preferisco i primi. Ma, allo stesso tempo, mi piace di più una critica onesta rispetto a un complimento falso.

Che tipo di lettore sei? Leggi solo letteratura italiana o leggi anche autori stranieri?
Io amo i libri drammatici e quelli o molto divertenti o epici. Siccome mi sento sempre un po’ in ritardo e preferisco andare sul sicuro, non sono la persona che lancia il libro di un collega, ma arrivo sempre un po’ dopo. Una libraia mi ha detto che non leggo moltissimo, ma in genere preferisco cose alte. Mi piace Houellebecq, mi piace deprimermi. Per questo motivo, poi, scrivo commedie. Mi piace Dave Eggers. Ora voglio leggere Patria di Aramburu. È un libro di cui non so nulla, ma sento che sarà stupendo. Me ne hanno parlato molto bene. C’è stato un periodo in cui non leggevo altro che Javier Marías. Spesso, poi, leggo libri di colleghi che magari mi chiedono di presentare il loro ultimo lavoro. Mi piacciono anche i classici, quelli laterali. Per esempio, consiglio la lettura di un classico non troppo battuto: Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne con la traduzione di Aldo Busi. È davvero una lettura originale e consigliatissima.

Emma, la protagonista del tuo romanzo So che un giorno tornerai, è una ragazzina particolare: quando nasce sua madre vorrebbe chiamarla Giorgio perché ha pensato solo a nomi da maschio; quando cresce non le importa dei ragazzi, perché vuole essere uno di loro. L’ho trovato un modo particolare e delicato per parlare di identità di genere…
Il tema dell’identità di genere è centrale: Emma è un vero maschiaccio, se mi passi l’espressione è quasi una “lesbica mancata”, fa quello che fanno i suoi coetanei dell’altro sesso, gioca a calcio e prova addirittura a fare pipì in piedi! Ma perché? Perché le hanno sempre raccontato che se fosse nata maschio avrebbe avuto entrambi i genitori, e ha vissuto quindi oltre che con la privazione di una famiglia completa anche con la convinzione di essere nata sbagliata, di essere la causa di quella privazione. Più in generale col suo personaggio ho voluto sottolineare come spesso, in un certo senso, siano il contesto in cui viviamo, le persone che ci stanno attorno, e soprattutto la presenza-assenza dei genitori e il rapporto che con loro si instaura a influenzare la nostra crescita e il nostro sviluppo personale.

Hai raccontato Trieste, città di frontiera che ha “una scontrosa grazia” per dirla con Saba. Hai tenuto conto del modello dei grandi scrittori triestini? Ti sei documentato in prima persona?
È inevitabile il confronto con una tradizione letteraria così forte, non a caso apro il libro proprio con la lirica di Saba che hai citato. Però come faccio spesso ho voluto cogliere l’occasione per studiare, ho visitato Trieste che più che una città è una città-stato, ho trovato amici che mi hanno guidato in questa scoperta. Non solo, ho provato a mangiare i piatti tipici e a impararne un po’ il dialetto, ho approfondito non solo la conoscenza di Trieste ma anche della Trieste di quegli anni vedendo molti documentari, e ho scoperto per esempio la storia incredibile di questi personaggi di cui parlo, i “jeansinari”. È una città di confine, e mi sembrava perfetta.

I LIBRI DI LUCA BIANCHINI