Intervista a Luca Crovi

Articolo di: 

Descrivere la carriera di Luca Crovi in poche righe è un’impresa improba. Figlio d’arte che come recita il proverbio l’ha imparata, ma anziché metterla da parte l’ha proseguita. Saggista, redattore della Sergio Bonelli Editore, fumettista, esperto (anzi, direi storico) del giallo e del noir nonché di musica. Gli abbiamo chiesto di rispondere a qualche domanda sui suoi ultimi lavori ed ecco quanto ci ha raccontato.




Sappiamo che il ritorno sulle pagine del commissario Carlo De Vincenzi è dovuto alla richiesta di Franco Forte – editor, direttore di una collana Mondadori eccetera – prima di un racconto a tema ben preciso e poi di un romanzo. Dal racconto hai sviluppato il primo romanzo – L’ombra del campione, ma la voglia di andare avanti con il personaggio è stata una richiesta o ti era piaciuto così tanto da farti venire voglia di continuare?
Quando Franco Forte mi chiese di trasformare in un romanzo più lungo il racconto La lettera nerazzurra che avevo scritto per l’antologia Giallo di rigore gli dissi che, a mio parere, un racconto bastava a contenere quella storia. Poi sono successe due cose quasi un anno dopo: Michele Rossi di Rizzoli mi fece vedere in anteprima la prima copertina della collana Nero Rizzoli e mi raccontò il progetto che stava mettendo in piedi e poco prima mia nonna mi raccontò alcuni episodi di vita della sua famiglia che non mi aveva mai svelato. In quel momento ho capito che potevo sicuramente espandere quel primo caso che avevo raccontato di De Vincenzi con un’inchiesta più approfondita e quando mi sono imbattuto nella strage di Piazza Giulio Cesare del 1928 ho capito che il mio romanzo avrebbe potuto avere un valore storico e civile importante. Così mi sono rimesso all’opera.

Sei figlio d’arte: tuo padre Raffaele è stato, tanto per dirne qualcuna, assistente di Vittorini, vicedirettore editoriale di Mondadori e Rusconi, ha vinto un tot di importanti premi letterari, critico, responsabile di programmi culturali della RAI, scrittore poeta e giornalista. Credi che avresti potuto occuparti di altro nella vita? Quanto ha influito nelle tue scelte chiamarti Crovi?
Sono sempre stato uno spettatore curioso di quello che ha fatto mio padre. Da piccolo lo chiamavo “baba carta”, perché non riuscivo a vederlo al di là dei manoscritti che ricoprivano la sua scrivania. Quando lavorava in Rai e non mi poteva ricevere mi portava in giro Bianca Pitzorno, che è stata la prima a farmi sedere davanti a una macchina da scrivere. Ho vissuto la situazione surreale di comporre una poesia a sei anni che venne trasformata in una ballata cantata in televisione da Bruno Lauzi. Ho sbirciato per anni dietro le quinte gli spettacoli di pupazzi di Tinin e Velia Mantegazza, ho assistito alle puntate del Dirodorlando condotto da Cino Tortorella e i cui quiz erano scritti da un giovane Tiziano Sclavi. Passavo i sabati con mio padre a casa di Ginetta, l’ultima compagna di Elio Vittorini e da Rusconi ho visto mio padre sviluppare il progetto editoriale della pubblicazione di opere come Le avventure di Tom Bombadil, Lettere da Babbo Natale, Mr Bliss, Il Silmarillion e Racconti incompiuti di J. R. R. Tolkien. Ho avuto la fortuna di incontrare scrittori come Liala, Moravia, Valerio Massimo Manfredi che debuttava come traduttore dell’Anabasi di Senofonte. Ho visto sui tavoli di mio padre le bozze di Andrea Vitali, di Loriano Macchiavelli, di Valerio Varesi, di Renato Olivieri. Insomma per uno come me che ama la letteratura è stato un bel luna park dove in silenzio ho ascoltato tutto e tutti con curiosità. Poi ho scelto come strade della mia creatività il rock e i fumetti, che mi hanno dato di che vivere e immaginare. Io e mio padre siamo sempre stati molto complici nelle mie passioni. Ma il giorno in cui tutto si è trasformato completamente è stato quello in cui mio padre telefonò al quotidiano “Il Giornale” dicendo: “Pronto, sono il papà di Luca Crovi, posso parlare con Indro Montanelli?”. Il caporedattore della pagina degli Spettacoli mi telefonò ridendo per raccontarmelo.

Come accade con Maurizio de Giovanni, che forse per primo fra i romanzieri moderni ha trasformato Napoli in una dei protagonisti dei suoi romanzi, anche i tuoi romanzi – che pure vedono le imprese di qualcuno che non hai inventato tu – hanno la città come protagonista. Sia L’ombra del campione che L’ultima canzone del naviglio sono intrisi di episodi storici documentati e di leggende, molte ai più sconosciute, su edifici e monumenti della città. Come li hai scelti fra la miriade che ne avevi a disposizione, che criterio hai seguito, ammesso che tu ne abbia seguito uno?
Amo Milano. Potrei dire citando Alberto Fortis: “Milano, sono tutto tuo!”. I miei nonni dicevano “Milan e po peu”. La mia città ha fatto la fortuna di mio padre e quella dei miei nonni. L’ho sempre trovata magica, magnetica e stramilano. Quando scrivo i miei romanzi faccio viaggiare nel passato me stesso e i lettori, per tornare poi a girare per la mia città riscoprendone le meraviglie. Per cui la scelta delle storie e dei luoghi è legata all’emozione alla meraviglia. Ogni volta scelgo di narrare solo quegli episodi che lasciano anche me stupito. Ed è ovvio che la nostra scighera, i nostri Navigli, il nostro Duomo, il nostro Castello hanno una capacità evocativa unica. Ogni volta io amo camminare per la città o muovermi in tram, Per cui i percorsi che scelgo nel passato sono gli stessi. D’altra parte alcuni dei monumenti più spettacolari della mia città sono stati costruiti negli anni venti-trenta che ho scelto di raccontare: la Stazione Centrale, la Torre Branca, La Camera del Lavoro, il Palazzo di Giustizia, la Triennale, il Planetario, solo per citarne alcuni.

Nel 2014, in un’intervista su “la Repubblica”, Annalisa Briganti ti chiedeva perché non lo scrivessi tu un giallo. Allora hai risposto che preferivi essere un trasmettitore per le storie degli altri, cos’è che ti ha fatto cambiare idea?
In realtà lo sto ancora facendo. Ritrasmetto le storie della mia città, dei miei nonni e dei nonni di alcuni lettori che me le hanno raccontate, di amici e persone che condividono con me la passione per Milano. Mi considero una sorta di ricetrasmittente sintonizzata sulle emozioni di chi mi sta vicino e che le trasmette al momento giusto. Non credo di avere inventato nulla, sono solo un buon arrangiatore di pezzi. E siccome amo le jam musicali e letterarie, nei miei libri coinvolgo sempre molte persone. Ho trasformato in personaggi il mio vicino di casa che fa il materassaio, il mio amico Gallone che vende fiori al mercato, il mio amico libraio Piero Spotti, i nonni di Luca Fassina e Franco Vanni, il simpaticissimo trombettiere Raffaele Kohler che abita di fronte a me. Insomma il mio ruolo di centralina che ritrasmette non è cambiato, ma questa volta invece che la radio uso la scrittura.

per la tua trasmissione radiofonica hai intervistato e conosciuto credo tutti i giallisti viventi del mondo, sempre in quell’intervista dicevi che il segreto è non salire mai sul piedistallo. Credo che tu sia oggi il relatore più richiesto per eventi, presentazioni, festival e manifestazioni. Conosco gente che a domanda ha risposto: “Da grande voglio fare Luca Crovi”. Come si fa allora a non salire sul piedistallo?
Basta avere una moglie medico che ti insegna ad essere molto paziente. Battute a parte, io mi diverto di più a scoprire il talento degli altri piuttosto che il mio. È impagabile intervistare per la prima volta uno sconosciuto che diventa un maestro del bestseller o lanciare il disco di una piccola band che venderà poi milioni di dischi. Ti fa sentire partecipe della magia che accade. Quando intervisto le persone, ho imparato che prima bisogna ascoltarle. Un buon intervistatore deve mettere il proprio ospite nelle condizioni di dare il meglio di sé, deve conoscerlo e saperlo scatenare sul palco. Un comico non farebbe ridere se non avesse una buona spalla.

Alla fine de L’ultima canzone del naviglio, tu stesso descrivi la costruzione del romanzo, che è decisamente particolare sia nella scansione degli eventi che racconti che nell’aneddottica. Quanto ha influito l’abitudine al lavoro sulle tavole dei fumetti, che immagino, da fruitrice non esperta, abbia una sua logica temporale oltre che grafica?
Lavorare con i fumetti ti permette di guardare alla letteratura con un occhio particolare perché Impari la tecnica della sceneggiatura, della scansione temporale, del montaggio e smontaggio delle sequenze. Riesci ad essere fuori e dentro una storia con l’uso del testo e dei disegni. Scrivere un romanzo, diceva Robert Louis Stevenson non è una cosa facile: perché la lunghezza può uccidere. Infatti io applico un piccolo trucco, ogni mio capitolo è un racconto che si può leggere anche singolarmente. Se poi uno prosegue mano a mano capisce che i racconti sono concatenati. È una tecnica che ho scippato al feuilleton, ma anche ai racconti della cronaca dei giornali. Sono quotidianità da 26 anni e ho imparato che anche quattro righe funzionano se sono efficaci e che un titolo non va mai sbagliato. Non importa quanto dura una storia, l’importante è che regga. E nei fumetti la durata del tempo di lettura la sceglie il lettore, ma quella della scansione in vignette e tavole la scelgono il disegnatore e lo sceneggiatore. Ci vogliono sempre l’economia e la fantasia giusta.

In questo secondo romanzo della serie molto più che nel precedente si sente l’avanzare neanche troppo strisciante del potere fascista, che ancora trova chi gli tiene testa. Dalle ricerche che hai fatto, mi risulta piuttosto accurate, era proprio così in quel periodo intermedio?
Ho scelto di raccontare gli Anni Venti-Trenta usando la voce della gente comune e per farlo ho usato i quotidiani, le foto, le pubblicità dell’epoca ma anche i ricordi dei miei nonni. Vi sembrerà curioso ma per alcuni anni il “Corriere della Sera” e “Il Popolo d’Italia” raccontavano gli stessi episodi da due punti di vista differenti. Io sono laureato in Filosofia Antica con specializzazione in Storia Antica con una tesi su Marco Aurelio e ho imparato fin dall’università che non si devono falsificare le fonti. Per raccontare un periodo storico bisogna essere obiettivi non dare un giudizio sugli eventi. Quello lo daranno i lettori. Il periodo che racconto io è un periodo di forti cambiamenti politici, ma anche un periodo in cui si svilupparono l’arte, l’architettura, la letteratura, la pubblicità, per non parlare delle tecnologie. E volevo che questo emergesse nelle mie storie.

I LIBRI DI LUCA CROVI



Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER