Intervista a Luisa Mattia

Mi è stato dato l’appuntamento con Luisa Mattia dopo due giorni in cui è stata impegnata, tra Firenze e Pistoia, con il Premio Laboratorio Ceppo Ragazzi, incontrando moltissimi studenti, insegnanti delle scuole secondarie e giovani lettori che sono stati premiati per le migliori recensioni realizzate su suoi libri o su classici da lei consigliati. Nonostante la comprensibile stanchezza, si dimostra generosa, disponibile e non risparmia approfondite e piacevoli risposte. La ringraziamo di cuore.




Com’è nata l’idea di scrivere un libro rivolto ai bambini tra gli otto e i dieci anni, che riguarda l’epopea della repubblica romana?
Ce l’avevo in mente da molto tempo, non solo perché sono romana e la storia di Roma va al di là della Roma Imperiale, ma anche perché questa è una storia a cui mi sento molto legata, perché avevo un nonno “garibaldino”, tra virgolette, nel senso che io ero convintissima che avesse combattuto con Garibaldi, in realtà per età non era possibile. L’ho scoperto solo a scuola, quando, dopo aver affermato che mio nonno era garibaldino, la maestra mi chiese quando fosse morto. Al ritorno a casa dissi a mio nonno che la maestra aveva detto che non poteva essere garibaldino e lui mi rispose “Ma io lo sono nel cuore!”. Garibaldi è quindi un nome che in me evoca anche un legame affettivo. Roma è una strana città. Si conoscono la Roma Imperiale, l’Antica Roma, il Vaticano con le storie legate alla Chiesa e si dimenticano delle parti brevi ma molto significative per la vita della città. In modo particolare la Resistenza, che sembra non esserci stata, ma in realtà è esistita, anche se in forme molto diverse rispetto a quella di molte altre città; ma anche il periodo risorgimentale, che a scuola studiamo prevalentemente riguardo a Pio IX. Roma ha avuto la sua ribellione che è stata anche molto importante, perché ha coinvolto Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Per pochi, intensissimi mesi la città sembrava voler rinascere a nuova vita, sulla spinta importantissima della Repubblica Romana. Però la Repubblica Romana è stata anche devastante, per le morti e la sofferenza, che non vengono raccontate. Roma è stata bombardata dai francesi, la gente si è trovata senza acqua, senza cibo, tutto dimenticato. Nella ricerca ho scoperto casualmente la storia di Righetto, bambino fiumarolo, bambino di strada, come ce n’erano tanti, apprendista, aiutante, cascherino, come si chiamavano quelli che portavano i pani in giro, che si arrangiavano, forse un po’ ladruncoli, che cercavano di campare come potevano. Quando arriva la Repubblica Romana arriva la guerra e Righetto pensa che la guerra possa farlo ricco. Lo pensa da bambino, ha solo dodici anni, nella realtà Righetto diventa il capo dei ragazzini fiumaroli cenciosi che hanno combattuto per la Repubblica Romana facendo la cosa più pericolosa che si potesse chiedere a un bambino, cioè spegnere le micce delle bombe francesi. Al Gianicolo c’è un monumento dedicato a Righetto, che pochi vedono, perché è piccolo e chiuso tra la gigantesca statua di Garibaldi che domina il piazzale del Gianicolo e Roma e la statua di Ciceruacchio, vicino a porta San Pancrazio. Mi ha molto colpito la sua storia, per cui sono andata a ricercare i dati sui bambini che sono morti, senza nulla togliere al valore di Garibaldi. Il periodo era spietato, non si faceva distinzione tra adulti e bambini, morivano in nome di un ideale. Sono contro qualunque tipo di guerra, trovo che nel corso del tempo ci siano state troppe guerre, le vittime sono i più deboli e i bambini sono tra i primi a essere colpiti: hanno sofferto, sono morti e sono stati dimenticati. Si parla sempre di eroi e dei bambini che hanno perso la vita, che non hanno dichiarato guerra, né allora né oggi se ne parla. Righetto invece ha avuto un ruolo importante, perciò ho voluto raccontare la storia di tre bambini, che rispetto alla guerra hanno rapporti diversi. Rico pensa di diventare ricco, crede che la guerra porti denaro e di poter riscattare la propria vita. Nina, la ragazzina, ha già vissuto la guerra e guarda Rico e il suo entusiasmo con la consapevolezza di ciò che porta: solo sangue e sofferenza. Nina è la voce emotivamente più forte. Spartaco sa quanto continuare quel gioco sia una cosa terribile. Volevo raccontare i bambini in guerra, allora come oggi, ma anche raccontare quella parte di storia romana dimenticata, costruendo una trama di suspence partendo da dati di realtà: i francesi arrivano, chiudono le buche dell’acqua che alimentano le case, il popolo rimane senza acqua. Quindi il Fontanone, che noi oggi ammiriamo tanto, diventa per la mia storia il luogo del riscatto di Rico, dove realizza il suo desiderio di diventare un garibaldino, nonostante non sappia nemmeno cosa significhi, che lo porta a vedere da vicino il generale Garibaldi. Volevo raccontare il protagonismo di tanti bambini, gli aspetti della guerra che hanno toccato Roma, sconosciuti anche ai romani stessi.

Quindi anche Roma è un personaggio del racconto?
Sì. Devo dire che con il passare del tempo io sono sempre un po’ più romana in questo senso. La città offre uno spazio e un’ambiente che non è solo scenografico, è città viva, pulsante, una città che io vado continuamente scoprendo, una città infinita. Sono nata e vissuta a Roma e ancora adesso, anche grazie alla scrittura, scopro storie, angoli, vita vera del popolo. Roma non è solo Giulio Cesare o Ottaviano Augusto: il popolo, di cui spesso si parla retoricamente, ha lasciato tracce vere e ha sofferto molto. Anche nel periodo del papato, magistralmente raccontato da Luigi Magni nella sua cinematografia, c’è un popolo che si è ribellato, ironicamente, alla sua maniera, perché non aveva né armi, né ricchezza, né strumenti, si è ribellato con l’umorismo, le pasquinate contro il papa e ha pagato, in tanti sono morti. Sembra sempre che Roma sia una città bonaria, fortunata, aperta, dove non è arrivata la guerra. Caspita se c’è arrivata! È arrivata in maniera spietata e silenziosa, per questo anche molto brutale. Tendo perciò a raccontare la mia città, perché è quella che conosco di più, ma la storia di qualsiasi città, per come la vivi e la senti, non è data dalle piazze e dai monumenti, ma dalla vita pulsante che c’è stata e che c’è. Roma non è solo portatrice di bellezza architettonica, mi piace scoprire anche le storie delle case. Se vedo una finestra mi domando quale vita ci possa essere stata, perché c’è poco da fare, Roma è una città magnifica, monumentale, ma la vita nelle strade la faceva la gente comune.

Perché bisogna far conoscere ai bambini non solo i personaggi che si trovano sui libri di storia come Garibaldi e Anita, ma anche Ciceruacchio o Girolamo Induno?
Girolamo Induno è un pittore di cui io mi sono innamorata grazie ad un suo quadro intitolato Lo sciancatello, che mi ha ispirato la creazione del personaggio di Spartaco. Quando a scuola studiavo il Risorgimento avevo un’idea di vecchiume: Giuseppe Mazzini vecchio, con la barba, pelatoÈ, Giuseppe Garibaldi vecchio, i garibaldini vecchi… La percezione della Storia del Risorgimento che giustamente, e anche se non correttamente, è raccontata solo dal punto di vista politico, di idee e fatti accaduti, ti fa dimenticare una cosa essenziale, cioè che quelli sono stati anni di ribellione, di rivolta, di rivoluzione fatta dai giovani. Tutti ragazzi. Mameli muore a 22 anni! Io l’ho sempre pensato un signore anziano, serioso che scriveva inni. No, c’erano corpo e testa in queste cose! È una scoperta che devo alla narrazione, perché prima di Rico il coraggioso, alcuni anni fa, ho scritto I jeans di Garibaldi. Anche per quel libro ho fatto ricerca per la preparazione della storia, lavoro necessario soprattutto se l’ambientazione è in un periodo storico passato. Sono andata a recuperare un testo che al tempo della scuola avevo detestato, cioè Da Quarto al Volturno di Giuseppe Cesare Abba. Riletto molti anni dopo, trovo una scrittura giornalistica esemplare, vivacissima e soprattutto il punto di vista di un ragazzo, perché mi sono resa conto che Giuseppe Cesare Abba è poco più che ventenne quando racconta la passione, la ribellione, a volte anche manichea, di un gruppo di giovani che vogliono cambiare il mondo. La spinta vitale di ogni giovane: quella del Sessantotto e degli anni successivi che ho vissuto anche io. Questo per me è stato un cambiamento di fronte, ho rivisto quegli anni, quel Risorgimento, con altri occhi grazie alla lettura diretta di quelle cronache. Raccontare oggi significa anche togliere alla storia la polvere che la ricopre. Mi stupisco sempre con un certo dolore quando sento dire ai ragazzi, soprattutto delle scuole superiori, che la storia li annoia. Lo sento come un tradimento, come una gravissima mancanza di noi adulti nei confronti di questi ragazzi a cui non viene trasmessa l’importanza della Storia. Vengono sommersi da una modalità di studio che non va più bene per questi tempi, ma che forse non andava bene nemmeno per noi, ma viene continuamente replicata dando l’idea che la Storia non ci riguardi. Invece, sarà la lezione di De Gregori, ma la storia siamo noi. A volte i cantautori riescono a essere molto più efficaci di qualunque analista o storico. La storia siamo noi che ci stiamo dentro è la chiave delle mie scelte quando racconto. Con la narrazione si può tornare indietro nel tempo. Quando ero bambina leggevo di Archimede Pitagorico che aveva inventato la macchina del tempo, e io volevo vivere a Topolinia, a Paperopoli solo per poter salire nella macchina del tempo e poter andare avanti e indietro nelle varie epoche. Con la narrazione si riesce a fare questo e, grazie allo studio, anche restituire forza alla Storia. Recentemente ho scritto un libro ambientato nel 1539 a Padova, Il mistero dell’anatomista. Un breve giallo, che ha al centro la figura di Andrea Vesàlio, di cui nulla sapevo, salvo poi scoprire che è stato grazie a lui se oggi i nostri medici chirurghi possono intervenire per operarci. Andrea Vesàlio ha rivoluzionato lo studio dell’anatomia umana, scrivendo una corposissima opera, De humani corporis fabrica, sette volumi in cui lui, dopo aver studiato e dissezionato cadaveri, afferma la differenza anatomica dell’uomo da quella degli animali. Confuta le affermazioni di Galeno basate esclusivamente sull’anatomia animale. Ho raccontato questa storia ai bambini attraverso gli occhi di un ragazzo che ha paura di colui che disseziona i cadaveri, come è normale che sia, e che poi scoprirà che la scienza passa anche attraverso queste cose ed è molto meglio della superstizione. Chi scrive ambientando nel passato, ha l’obbligo morale e professionale di avere delle precise connotazioni storiche e cronologiche. Ti inventi una storia, ma la cornice storica deve essere accurata: i collegamenti tra Padova e Venezia che avvenivano con barconi trainati da cavalli, le dissezioni fatte dai chirurghi con un gruppetto di studenti, dopo aver sistemato il tavolo anatomico in piazza con il pubblico tutto intorno che gradiva lo spettacolo. Oggi forse non sarebbe così gradito. Dire a un ragazzino che nel 1539 un medico, uno scienziato rischiava di essere accusato di stregoneria perché dissezionava cadaveri, mentre si credeva ancora, allora come oggi, alla guarigione grazie a un filtro, all’imposizione delle mani, lo colpirebbe molto credo. La narrazione è un modo per dire ai ragazzi che la scienza ha una supremazia, non è infallibile, è esplorativa, ma la scienza ha un suo valore, la superstizione no. E in questi tempi penso sia importante.

Qual è stata la sfida più importante che hai dovuto affrontare nel raccontare di Rico e di quel periodo della storia romana?
Mantenermi focalizzata sui bambini, non farmi tentare dalla storicizzazione esagerata. C’è quel contesto, c’è il fiume, il Gianicolo una parte francese e l’altra garibaldina, c’è la città, le due rive del fiume, una francese e l’altra romana. E ci sono dei ragazzini che stanno da soli. Perché questo è un altro aspetto che per me è importantissimo da raccontare. L’infanzia oggi è considerata, è coccolata, c’è un’attenzione perché è riconosciuta come categoria sociale. Ma centocinquanta anni fa i bambini non esistevano come categoria, non erano al centro dell’attenzione, non erano protetti. Anzi. Le pitture di Gerolamo Induno raffigurano interni di case del popolo dove si vedono i bambini con la bavarola, a piedini nudi, il camicino, polvere e sporcizia, si vede la miseria e anche la morte dei bambini, che è vissuta come un evento transitorio, tanto né arriverà un altro e se non arriva è meglio così avremo più pane noi... Ho voluto proprio focalizzarmi su Rico e su un passaggio che lui fa nella storia rispetto ai suoi desideri e al suo sogno. La voce di Spartaco lo fa pensare, Rico è tutto istinto, è spavaldo, è molto romano in questo, ai nostri giorni potrebbe essere un ragazzino di Tor Pignattara o Tor Bella monaca, in una borgata, in un quartiere di periferia dove la spavalderia ha senso e serve. Rico cambia il suo modo di vedere le cose, ma mantiene la sua innocenza, aspetto che spesso gli adulti dimenticano, perché sono sempre molto giudicanti. Rico è il prototipo di un ragazzino che ha molti vizi, è un ladruncolo, però grazie allo scontro/incontro con il giovane garibaldino pittore, l’amore per Nina, il rapporto con Spartaco, emerge la sua parte delicata e bella.

Qual è il segreto per raccontare e far appassionare alla storia i bambini? La tua esperienza d’insegnante ti è stata d’aiuto?
Sono stata fortunatissima, perché ho insegnato per molti anni in scuole sperimentali ed ho imparato moltissimo dai bambini. Spesso ci si dimentica di questo aspetto dell’insegnamento, dove tu hai il ruolo d’insegnante, ma allo stesso tempo impari tantissimo dai bambini, sul loro linguaggio, sui loro modi di comunicare, sui sentimenti, sull’affettività... A me interessano i bambini, i ragazzi perché ci ricordano sempre che con il passare del tempo cambiamo la nostra testa, ci ricordano costantemente che non esiste un solo punto di vista. Una ricchezza che non valutiamo tale, pensiamo sempre a come "normalizzarli", a come farli uguali a noi, Io non voglio questo, voglio che siano esattamente, fortunatamente, felicemente diversi da noi, che continuino a insegnarci qualcosa. Insegnare la storia è raccontare, significa aprire la finestra su una memoria recente o passata e dire “questo è esistito”. Non proiettarsi solo sul futuro, ma girare la testa e senza tornare indietro scoprire che siamo il risultato di tutto quello che è esistito prima. Cento anni fa c’erano bambini come te, cinquecento anni fa c’erano uomini e donne come i tuoi genitori, ma come vivevano? Cosa mangiavano? Cosa facevano o dicevano? Quando insegnavo nella scuola sperimentale mi occupavo di una serie di materie che una bambina definì le stupidaggini, con grande amore verso di me. Andammo a fare una visita presso alcune rovine romane. Era una scuola periferica dove arrivavano figli degli intellettuali più accreditati e di ragazzini che venivano dalla borgata. Tra questi c’era il figlio di un muratore, a cui nessuno aveva mai pensato di riconoscere qualche competenza, in quanto figlio di un muratore. Durante la visita, mentre noi adulti sottolineavamo l’arte, il fregio ecc , lui osservava attentamente il mattonato del muro romano e a un certo punto disse che il materiale usato e la lavorazione doveva avere determinate caratteristiche, usando un termine specifico, perché il muro realizzato tantissimi anni prima aveva resistito. Questa sua affermazione scatenò l’ammirazione di tutti, pensarono che avesse il padre archeologo. Partire dal sapere di ogni bambino vuol dire metterlo in contatto diretto con il tempo della storia che abbiamo alle spalle. Il guardare indietro non è regredire, ma rimettere in movimento le proprie competenze e capire dove stai andando. La narrazione è uno degli strumenti, i bambini amano raccontare. Ho avuto tra i miei allievi un giovanissimo narratore comico, che studiava la storia e poi con i fatti e i personaggi inventava una sorta di soap-opera, puro gossip! Per esempio prendeva Antonio e Cleopatra e raccontava la storia d’amore come se fosse stata scritta per “Novella 2000”. Se l’insegnante non si perde queste occasioni, sta facendo storia, perché sono tutti livelli diversi, altri punti di vista che poi consentono di raccontarla veramente.

Il tuo sogno professionale nel cassetto?
Vorrei scrivere un fumetto. Forse ci riuscirò.

I LIBRI DI LUISA MATTIA



Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER