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Intervista a Margaret Atwood

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In questi giorni, Margaret Atwood è stata in Piemonte per ritirare il premio Lattes Grinzane 2021, tenere una Lectio Magistralis in quel contesto e infine partecipare al Salone del Libro di Torino. Nonostante i numerosi impegni, ha gentilmente acconsentito a concedere una conferenza stampa per rispondere ad alcune domande sulla letteratura e sui temi sociali che da sempre le stanno a cuore: l’ambiente, la condizione delle donne, il femminismo, il cambiamento sociale. Il suo sguardo è acceso e luminoso e denota una curiosità quasi infantile, e rivela una capacità, innegabile, di leggere il mondo in maniera completamente individuale, anche grazie a una ironia acuta che si alterna a momenti di profonda e grave serietà.




Hai spesso parlato del realismo dell’immaginazione e della pragmatica della narrativa. Credi che il discorso letterario abbia una capacità maggiore nello stimolare consapevolezze sull’ambiente, o su altri temi sociali, rispetto al discorso politico, giornalistico o scientifico?
Sì. La letteratura produce verità anche quando opera nella finzione. Capiamo molto meglio certi concetti se questi sono legati alle storie individuali delle persone, anche se si tratta di personaggi inventati. Per avere un impatto emozionale, occorre che certi temi, come il cambiamento climatico, siano “vissuti” da certe persone. Le narrative devono essere umane per chi legge, devono essere “esseri umani”. Un testo scientifico, con grafici e numeri, anche se chiarissimo, non coinvolge affatto. Ma la narrativa, allo stesso tempo, deve rivolgersi a quei numeri e si deve basare su fatti reali. Un po’ come ho cercato di fare ne Il racconto dell’ancella. Ho utilizzato solo elementi che esistono davvero nel mondo. O potrebbero esistere. Le storie devono essere “realistiche”, altrimenti è solo fantasy o un altro tipo di fantascienza. Che è tutt’altra cosa. Come Star Trek o Star Wars, per capirci. Chi scrive di cambiamento climatico non può solo inventare, ma deve basarsi su dati e fatti veri.

Queste storie sull’ambiente e il cambiamento climatico sono poi state trasposte in film o acclamate serie televisive. Il format, secondo te, mantiene il messaggio di eco-critica, oppure qualcosa cambia?
Non possiamo saperlo. Il clima non è un personaggio e la crisi climatica può solo fare da sfondo per le storie dei personaggi. Altrimenti diventa un documentario. Le serie di Netflix sono sempre molto avventurose, a volte esagerate, per non far annoiare il pubblico. Questo perché l’essere umano cerca sempre la novità, vuole essere intrattenuto e divertirsi. Spesso ci si accorge della gravità di certe cose solo quando ci toccano da vicino. Ad esempio, se va a fuoco la nostra casa. Al momento, un vero impatto sul cambiamento sociale si può raggiungere solo con l’azione collettiva, non attraverso la tv o i mezzi di comunicazione di massa. Ad esempio, tanto è stato fatto per migliorare l’uso dell’aria condizionata, o la creazione di nuove eco-tecnologie eccetera.

Perché il cambiamento sociale fatica a passare attraverso i mezzi di comunicazione di massa? Sembrerebbe un controsenso…
Perché troppe cose sono presentate su internet come se fossero dati di fatto. E invece è solo disinformazione. Il cambiamento sociale arriva spesso quando c’è un caos sociale. La storia ce lo insegna. In quei casi arriva un dittatore che mette le cose a posto e sistema ciò che sta destabilizzando il sistema. I politici di oggi devono rendersi conto che tutti gli attivisti molto giovani andranno presto a votare. Loro dovranno decidere chi votare per essere certi che sulla terra rimanga “almeno” una razza umana in futuro.

Il cambiamento sociale, come hai spesso dichiarato, riguarda anche la condizione delle donne, e di certe minoranze ancora discriminate. A partire dal romanzo La donna da mangiare, un romanzo sicuramente proto-femminista, hai sempre avuto un rapporto controverso con il femminismo, o con una parte di esso, e già al tempo eri considerata una “cattiva femminista”. Asserivi infatti che il tuo testo non rientrava appieno nel canone del femminismo, quanto piuttosto in quello del “realismo sociale”. Sei ancora della stessa idea?
Non credo affatto di essere una cattiva femminista e mai mi sono sentita così. Le femministe, come tutte le persone perbene, devono cercare la verità. Fare una vera ricerca per capire la verità. Lo stesso vale per i giornalisti odierni. Al giorno d’oggi, come accennavo prima, si è persa la distinzione fondamentale tra convinzione personale, opinioni e fatti. Le convinzioni sono totalmente soggettive, le opinioni pure ma si basano su una certa ricerca. Ma nessuna delle due riguarda i fatti, la verità. Il problema è che troppo spesso le convinzioni sono riportate come se fossero dei fatti.

Ancora oggi, infatti, si fatica a far sentire la voce delle donne, e della loro rabbia, e spesso le donne attiviste sono tacciate di eccesso di politicamente corretto eccetera. Ad esempio, non so se lo sai, in Italia è appena scoppiato un dibattito accesissimo su una statua (ndr, quella della spigolatrice di Sapri) ispirata a una poesia, che rappresenta una contadina dell’ottocento che fu testimone di una battaglia. Lo scultore però ha raffigurato la statua in abiti succinti e sexy che nulla hanno a che fare con gli indumenti del tempo…
Ah ah ah! Ormai ho una certa età. Ho conosciuto persone che hanno fatto la Resistenza in vari posti del mondo, e tante donne. Tutte dicono che “dopo quell’esperienza non sei più la stessa”. Ricordo bene una donna polacca che aveva lottato contro il nazismo. Mi disse: “prega di non avere mai l’opportunità di diventare un’eroina”. Intendeva che la necessità di avere eroi o eroine significa che si è arrivati a una crisi. La femminista Ursula K. Le Guin, della mia epoca, diceva che quella rabbia che molte donne hanno sentito può certamente diventare un vero motivatore per il cambiamento. Se poi la rabbia non si supera, però, essa ti si ritorce contro e può diventare tossica. Lavorare per il cambiamento sociale è sempre un percorso lunghissimo. Ad esempio, io oggi lavoro per Equality Now (un’organizzazione non governativa fondata nel 1992 per difendere la protezione e la promozione dei diritti umani delle donne e delle ragazze) e ci siamo battuti molto contro varie leggi nel mondo che, a diversi livelli, erano e sono discriminatorie. Ma non è facile. Quanto alla statua, mi pare un ottimo esempio, e ritorno alla questione dei “fatti reali”. Se nell’ottocento le donne non indossavano certi abiti perché devi farglieli indossare tu? Perché violare i fatti storici? Non è più credibile.

Ci puoi parlare delle tue protagoniste femminili? Ce n’è qualcuna a cui sei più affezionata?
A questa domanda non rispondo: le altre potrebbero offendersi! Posso però dire che Grace Marks, la protagonista del romanzo L’altra Grace, è quella che mi ha costretto a fare più ricerca. È un personaggio storico e volevo cercare i fatti, anche in quel caso. Mi ha fatto cambiare il mio approccio alla scrittura, perché, studiando, ho dovuto spesso modificare molto, tornare indietro, e riscrivere.

Quanto al tema dei “fatti reali” e di certe rappresentazioni sociopolitiche: spesso si sente operare una divisione tra letteratura impegnata e letteratura non impegnata. Cosa ne pensi?
Tutta la letteratura viene da un luogo e da un periodo storico. Non si scappa da questo. Chi critica tout-court la letteratura impegnata forse pensa alla letteratura di propaganda. Ma è ben altro. Ma se pensiamo ad Anna Karenina o a Guerra e Pace, si capisce come la vera letteratura sia per forza di cose anche impegnata. È intrinseco. Pensiamo anche a I miserabili, un libro di personaggi e di storie, ma soprattutto un libro di realismo sociale. Anche Oscar Wilde in realtà era impegnato. Il suo famoso motto “art for art’s sake”, che sembra essere lontano da qualsiasi impegno, è in realtà una precisa dichiarazione politica. Il ritratto di Dorian Gray, se ci riflettiamo, è un romanzo estremamente moralista.

Del mondo femminile e del dibattito attuale intorno ad esso, che cosa ti interessa, o ti colpisce?
Molti sono gli aspetti che mi colpiscono. Ho appena scritto una prefazione di un libro sulle donne afghane, scritto da donne afghane. Guarda caso, mi trovavo in Afghanistan nel 1978, sei settimane prima dell’uccisione del Presidente, l’evento che ha poi portato tutte quelle conseguenze che vediamo ancora oggi. Da lì ho capito che il progresso, anche per le donne, non è affatto una linea dritta e costante. Spesso si interrompe, gira su ste stesso, torna indietro, accelera e decelera. Ad esempio, negli anni ‘70 furono emanate molte leggi che miravano a migliorare la vita delle donne e ad aumentare i loro diritti. Poi negli anni ottanta ci fu un peggioramento, e si tornò indietro. Non sempre tutti i cambiamenti sono buoni. Il progresso non è una strada lastricata e lucida che ti conduce al Paese di Oz. Nel 2017, sono rimasta colpita da una donna a una marcia femminista. Avrà avuto più o meno la mia età e teneva in mano un cartello con su scritto “Perché sono ancora qui?”. È così. Il cambiamento sociale, come dicevo, è lungo, difficile, e lento. Ma dobbiamo impegnarci tutti a renderlo più veloce. Quando arriverà davvero il cambiamento climatico, arriverà davvero il caos. E le categorie che ne soffriranno di più saranno, di nuovo, le donne e i bambini. È sempre stato così.

L’esperienza del Covid-19, in questo senso, ha influenzato la tua vita professionale?
Non proprio. In fondo ciò che gli scrittori e le scrittrici fanno, sempre e comunque, è sedersi in solitudine e parlare con persone che non sono lì fisicamente. Per quanto riguarda invece le storie in sé, durante il Covid abbiamo avuto molte richieste, pensando al Decamerone di Boccaccio, nel quale le persone si raccontavano storie durante una pandemia. Un progetto simile è stato realizzato per il “New Yorker”, ossia fare finta di essere nel Decamerone, ma attraverso Zoom ho realizzato due storie. Una parlava di un alieno che visitava gente in quarantena. Ma era ovviamente un esercizio, un divertissement. Io ho continuato a fare il mio lavoro. I Covid-novel arriveranno soprattutto dai giovani scrittori e scrittrici, le cui vite sono state davvero toccate e colpite dalla pandemia, molto più delle nostre. Insomma, io non vado più a ballare… potrei, certo, ma non ci vado!

Hai dichiarato che durante il lockdown hai anche letto Dante…
Sì e vero, ma non era una nuova conoscenza per me. Ci sono tornata. A dire il vero, avevo già scritto di Dante in un mio saggio sulla scrittura. Per me il rapporto tra Dante e Virgilio è una metafora per il rapporto tra scrittore e lettore. Virgilio mostra a Dante l’Inferno, ma poi gli mostra anche come uscirne. Lo leggo come il patto che si instaura tra scrittore e lettore. La porta dell’Inferno è per me l’incipit di un romanzo. Lo scrittore guida il lettore fin dalla prima frase e il lettore deve fidarsi di lui. Allo stesso tempo, ovviamente, lo scrittore deve meritarsi quella fiducia.

E il tuo rapporto con i tuoi lettori è cambiato nel tempo?
Domanda complessa. Io ormai ho una certa età e ho avuto lettori diversi in decenni diversi. Ho iniziato a pubblicare da giovanissima. Quando avevo vent’anni, i miei lettori erano tutti più grandi di me. Al tempo qualcuno mi definiva una “giovane promessa”, e altri invece “una ragazzina sciocca”. Poi, se si è fortunati, si invecchia, e si arrivava all’età di mezzo. Ed è il momento peggiore. In quella fase, i lettori hanno la tua stessa età e sono estremamente critici e severi. Poi, se si è ancora più fortunati, si arriva alla vecchiaia, e i lettori sono più giovani di te. E si spaccano in due: per loro puoi essere o una “vecchia befana poco interessante”, o “una nonnina saggia”. Ovviamente preferisco la seconda ipotesi! Ma anche quella nasconde un lato negativo, perché molti, a quel punto, si aspettano che tu sia perfetta. E invece la perfezione non esiste.

I LIBRI DI MARGARET ATWOOD