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Intervista a Margherita Loy

Figlia di un fotografo e di una scrittrice, Margherita Loy ha l’arte nelle vene. Ma anche una dolcezza infinita, che traspare da ogni sua parola, oltre che le idee molto chiare sul vero significato del coraggio, dell’amore – anche verso sé stessi – e della capacità di sfuggire alle nevrosi, affinando l’arte dell’attendere. Ecco cosa ci ha raccontato. La foto è di Beatrice Speranza.



Nel tuo romanzo Delia o un mattino di giugno parli di pensieri-semi, immagine che mi è piaciuta moltissimo. Ogni sera Delia, la protagonista, li passa in rassegna e si chiede quali di essi germoglieranno in un terreno fertile e quali invece si perderanno. Quando hai capito che il seme che conteneva la storia di Delia era pronto per dare frutti e per trasformarsi, quindi, in un romanzo?
La genesi di un romanzo assomiglia per me a quella del vetro soffiato. All’origine c'è un grumo di vetro fuso: un’idea rovente, dentro la quale comincio a soffiare con la canna da soffio che è la penna; a seconda dell’intensità del soffio la vedo prendere forme diverse. Ora si allunga in un ricordo, quindi si gonfia in un’immagine colta nella quotidianità del presente, poi si fa ovale nel dispiegarsi di un’intuizione. E alla fine c’è questo oggetto dalle forme a tratti bizzarre ma sempre sincere e personali. In questo ultimo romanzo breve il seme (o il grumo di vetro) era rappresentato dall’uomo che attende. Ho capito che sarebbe diventato un romanzo quando ho iniziato a soffiarci e a vedere che questo "grumo di vetro" era docile e si allargava senza troppa fatica. Era segno che la qualità del “seme” era buona.

Delia e il cibo: un rapporto piuttosto complicato e un tema molto delicato. Da dove è nata in te l’esigenza di occupartene e di fare proprio del cibo l’arma a doppio taglio che è consolazione e condanna per Delia?
Il cibo ha sempre rappresentato per me, come per Delia, una pronta consolazione ai dispiaceri. Ma ho presto imparato anche quanto questa “consolazione” possa essere ingannevole e pericolosa: è infatti una soluzione frettolosa e transitoria nel piacere e duratura invece nel senso di colpa e malessere che ingenera. Delia ha bisogno di incontrare l’Attesa (incarnata dall’uomo elegante) per capire se stessa. L’Attesa è la chiave di salvezza anche per il rapporto squilibrato che lei ha con il cibo. Quando ho pensato un tema antitetico all’Attesa mi è subito venuto in mente il rapporto impaziente e cieco del mangiatore seriale. Non c'è nel romanzo una condanna dei piaceri della tavola: anzi, l’uomo che attende è pasciuto, ama la buona cucina, è bravo a preparare manicaretti. Ha una relazione con il cibo gustosa, completamente diversa da quella insipiente e ossessiva di Delia.

A un certo punto nella vita di Delia arriva l’uomo-pinguino, personaggio che la donna incontra ogni mattina, sempre allo stesso punto del suo percorso e che, un giorno, avverte il desiderio di conoscere. Vuoi raccontarci come hai progettato questo personaggio e quali sue peculiarità volevi che il lettore mettesse a fuoco?
Questo personaggio lo vedevo veramente. Uscivo alle otto e lui era lì, vestito elegante con la sua bella pancia e il cappello in testa. Ripassavo per la stessa strada un’ora dopo e lo vedevo sempre lì, con l’immancabile sigaretta in mano. Mi piaceva il suo modo tranquillo di attendere non so chi o che cosa. Mi piaceva l’espressione leggermente sorniona che coglievo per un istante passandogli accanto. Scrivendo di lui ho potuto mettere a fuoco quello che mi colpiva, e che vorrei arrivasse al lettore: la capacità di attendere, di essere indenne alla nevrosi (che a volte ci illude di farci sentire vivi). Era come se l’uomo incarnasse il coraggio di restare fermi e riflettere, vincendo la paura che i fantasmi del passato ci travolgano e trionfando sui sensi di colpa per essere, almeno per un poco, “inefficienti”.

Non spoileriamo e non riveliamo, quindi se c’è una speranza per Delia – che è allo stesso tempo madre e padre dei figli, casalinga e lavoratrice, madre e donna sola – nel romanzo. Però ti chiedo: c’è una speranza per donne come lei nella realtà che ci circonda?
Certo. C’è sempre una speranza. Mio padre, Giuseppe Loy che, oltre a essere un grande fotografo è stato anche un bravo poeta, chiamava la speranza “indomabile amica”. So bene quanto sia dura per una donna sola (ma anche per un uomo rimasto senza compagna) mandare avanti la famiglia, accudire i figli, lavorare e mantenere una casa. Credo che la sorgente indispensabile ad alimentare questa enorme fatica sia l’amore per se stessi. Senza compatirsi, senza lamentarsi, imparare ad amarsi e ad amare. Forse questa è l’unica lezione che, involontariamente, l’uomo insegna a Delia.

Qual è la tua routine di lavoro? Quanto tempo della tua giornata dedichi alla scrittura? Dedichi tempo alla progettazione, prima della fase di scrittura vera e propria, oppure ti lasci guidare dall’ispirazione?
In questo sono molto disciplinata: lavoro il pomeriggio dalle tre alle sette e mezza. Non tutte queste ore si riempiono di scrittura. A volte interrompo per leggere o studiare o preparare un incontro letterario per la libreria Feltrinelli della mia città, con cui collaboro. Ma sto nello studio, comunque. Non prendo mai impegni, né appuntamenti il pomeriggio; concentro i “doveri" nella mattina. Mi sveglio presto e sbrigo tutto in fretta, così da avere il pomeriggio per me. Non progetto mai un romanzo né un racconto. Li vedo nascere in me, li osservo per capire se fioriranno nella loro stagione. Questo comporta un grande dispiego di tempo, di riscritture e aggiustamenti, ma è l’unico modo di lavorare che mi si addice. Ho provato a fare scalette, a seguire le tappe prestabilite di un romanzo: inutile, tutto improvvisamente prendeva un sapore fasullo, posticcio, plasticoso. Per quanto mi riguarda non parlerei di “ispirazione”: è qualcosa di più semplice, si tratta di una domanda. Anche all’origine dei miei tre romanzi pubblicati con Atlantide c’era una domanda. Delia o un mattino di giugno è nato dalla domanda: Cosa aspetta quell’uomo? E perché la sua attesa mi colpisce tanto?

In che modo la passione per l’arte, la stessa coltivata anche da tua madre Rosetta, influenza la tua scrittura?
Devo molto a mia madre e soprattutto a mio padre perché ci hanno sempre spinto a studiare, a cercare di capire, a porci le domande giuste. A cercare nei libri nuovi mondi, nuove idee. In questo senso la loro educazione è stata fondamentale per la mia scrittura. Però mia madre non aveva piacere che io scrivessi. Non lo considerava un mestiere, e aveva ragione. Non si guadagna niente scrivendo. Solo pochi scrittori riescono a mantenersi con questo lavoro. Dunque avevo un certo timore a farle leggere quello che scrivevo, era un po’ un argomento “tabù” fra lei e me. Mi confrontavo, e mi confronto, più sinceramente con mio fratello Angelo. Mio padre è morto che avevo vent’anni, ma sono certa che con lui sarebbe stato più semplice avere un dialogo sulla mia scrittura. Ho molta ammirazione per la scrittura di mia madre, così lucida ed essenziale. Ho amato quasi tutti i suoi libri, pur riconoscendo che siamo diverse. Lei è una “testa fredda”, lucida, precisa. Io sono più emotiva, ho sempre amato tanto la poesia perché la sentivo più prossima alla mia indole. Mia madre era invece una grande appassionata di storia.

Essere figlia di Rosetta Loy è stato un valore aggiunto o in qualche modo ha rappresentato un ostacolo?
Ho sempre scritto, fin da ragazza. Pubblicavo i miei racconti con uno pseudonimo. Mi vergognavo moltissimo di avere lo stesso cognome di una scrittrice brava e di successo come mia madre. Il rischio di essere considerata la “figlia di…”, mi faceva paura. Ho sempre lavorato in ambito letterario, ma tenendo attentamente nascosta la mia passione per la scrittura. Poi, in seguito a un lungo ed efficace (!) lavoro analitico, mi sono finalmente autorizzata a scrivere con il mio cognome, sapendo bene di suscitare sospetti e bocche storte, ma pazienza. Ho accettato con serenità l’accusa di copiare il mestiere di mia madre. Mi piace sottolineare che lei non ha mai, giustamente, mosso un dito per aiutarmi. E di questo gliene sono grata. Se il libro è buono, deve trovare il suo editore e il suo pubblico. Questo me lo ha insegnato con la sua vita e la sua scrittura.

Scrittura, riscrittura, editing: quale fase preferisci e di quale, invece, faresti a meno?
Scrittura e riscrittura sono fasi bellissime. Preferisco invece che l’editing lo faccia qualcuno di esterno. Dopo la terza stesura non riesco più a capire se il mio libro vale o non vale, mi sembra tutto da rifare, dunque ben venga l’editing dell’editore! Sono sempre felice di confrontarmi con un lettore severo prima della pubblicazione; e, anche se a volte mi brucia, sono pronta ad accogliere i suoi consigli e le sue critiche.

Che lettrice sei? Quali sono i generi che preferisci? Cosa stai leggendo in questi giorni?
Sono una lettrice disordinata; una che capta un titolo e la curiosità me lo fa comprare. Non seguo molto le recensioni, mi affido al passaparola. Se amo un autore o un’autrice tendo a leggere tutto, come mi è successo con Roman Gary: ho iniziato da La promessa dell’alba e poi sono andata giù con tutti gli altri titoli. La gioia di quando arrivai a La vita davanti a sé fu immensa. Preferisco i romanzi e le raccolte di racconti: l’ultima, Gli esiliati dello scrittore sudamericano Quiroga, mi ha entusiasmato. Ora sto finendo Il male oscuro di Giuseppe Berto. Un fiume in piena, romanzo eccitante, nel senso che tiene il lettore sempre sulla corda, con quella prosa senza punteggiatura, così sincera e crudele. Solo poche pagine datate, le altre di una modernità sorprendente. Poi, finito Berto, leggerò Philip Roth, Patrimonio. Ma non ho un debole per la letteratura contemporanea americana. Ho adorato Un inverno freddissimo di Fausta Cialente e Le droghe di Laudomia Bonanni e La vita involontaria di Brianna Carafa… ma mi fermo qui, perché se attacco a scrivere di quel che ho letto e amato non la smetto più.

I LIBRI DI MARGHERITA LOY