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Intervista a Maria Letizia Grossi

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Dialogare, seppure a mezzo e-mail, con Maria Letizia Grossi è un vero piacere. Disponibile e generosa nel raccontarsi, appassionata della scrittura non banale e di tutto ciò che esprime bellezza, ogni sua parola trasuda grande rispetto per le storie e per il processo che le origina. La protagonista dei suoi gialli è una commissaria tosta e dalla personalità sfaccettata, che permette all’autrice di affrontare ogni volta temi sociali molto importanti. Ecco cosa ci ha raccontato.



Siamo ormai alla terza indagine per la commissaria e profiler Valeria Bardi. Come nasce questo personaggio e quanto è cambiato rispetto alla prima indagine?
Valeria nasce un po’ perché ispirata – ovviamente con molti cambiamenti rispetto all’epoca e all’età – dalla forza attiva della mia nonna materna, un po’ in contrasto rispetto a me, nell’aspetto e nel potere che lei ha, simile invece nell’impegno per fare quel che si può nella società. Lei molto, io una briciola. In questa indagine è cambiata parecchio: negli anni precedenti, dopo un sofferto divorzio, era chiusa rispetto a relazioni sentimentali, ora, in qualche spiraglio, comincia ad aprirsi.

Non temi di rimanere imbrigliata nel tuo personaggio e di non trovare lo spazio per andarne a cercare uno nuovo?
No, avevo scritto un libro di racconti, prima dei gialli, Ci salveranno i fulmini e il deserto?, Edizioni Luciana Tufani, 2010. Dopo, ho scritto due romanzi non noir, con personaggi diversi, uno dei quali di prossima pubblicazione.

Quanto i problemi personali della commissaria – la presenza della madre malata, per esempio – in questa vicenda influenzeranno la sua capacità di concentrazione durante l’indagine?
Non la influenzano assolutamente: Valeria combatte di notte con le sue ombre per rimanere lucida e attiva di giorno. Per lei il lavoro è importante, è un impegno etico.

Ti sei servita di un romanzo di genere per affrontare temi sociali piuttosto importanti e in Stelle nere ne è uscita una storia più dura rispetto alle precedenti. È così?
Hai proprio ragione, è così, questa storia è più dura, ma anche le precedenti affrontavano tematiche sociali forti: L’ordine imperfetto l’inquinamento, il degrado urbano delle città d’arte, con l’espulsione dei residenti dal centro storico; Le streghe bruciano al rogo i femminicidi. Qui c’è la guerra, che è il più grande orrore e genera altri orrori, ci sono i migranti nelle rotte della speranza, in realtà disperate, c’è di nuovo la violenza contro le donne. Però in tutti c’è la speranza, ci sono pagine divertenti, ci sono la vivacità e la vitalità di Valeria a rendere la lettura più lieve.

In questa vicenda si parla molto di morte, ma anche di rinascita. E i numerosi riferimenti all’arte possono venire interpretati proprio come un ulteriore strumento capace di consentire in qualche modo la salvezza. Sei d’accordo con questa lettura?
È come dici. L’arte, la bellezza sono vie di resistenza e di rinascita. In ogni mio libro ci sono riferimenti all’arte, soprattutto quella che con tanta profusione arricchisce Firenze: qui Paolo Uccello nel chiostro di Santa Maria Novella, Palazzo Vecchio, gli Uffizi, il corridoio Vasariano. Anche il dipinto di Miranda, uno dei personaggi del romanzo, fa compiere alla pittrice un percorso: dall’orrore senza limiti a una rappresentazione in grado di far coesistere la guerra e la speranza, la spirale di sangue e le stelle sopra il deserto.

Perché stelle nere? Non è un ossimoro? Le stelle dovrebbero far pensare alla luce e anche l’immagine della quarta di copertina riporta un cielo stellato molto luminoso.
È esattamente un ossimoro. Le stelle sopra un paese distrutto dalla guerra civile hanno assorbito il male prodotto dagli uomini, nella visione di uno dei protagonisti, Alain Touran; poi, come dice lui stesso, tornano splendenti, qualcosa da indicare agli altri per insistere nella speranza. L’immagine delle stelle mi è arrivata da una notte nel deserto: le stelle erano grandi, lucenti, in assenza di luci e di vapore, come non le ho viste da nessun’altra parte. Sono stata io a volere l’immagine del cielo luminoso sul deserto nelle bandelle.

Come ti sei avvicinata alla scrittura e quali sono gli autori che hanno influenzato il tuo stile?
Ho iniziato a scrivere poesie a sei anni, la prima è stata conservata nei decenni, ormai molti, da mia madre e la ricordo ancora. Ho sempre saputo che il mio lavoro principale sarebbe stato scrivere. Però ho potuto portare a termine romanzi solo quando mia figlia era cresciuta, il lavoro si era alleggerito e ho avuto più tempo. Prima potevo permettermi solo racconti. Ti posso indicare i miei amori letterari, non chi ha influenzato il mio stile, questo forse è avvenuto attraverso sottili rivoli assorbiti senza accorgermene. In cima alle mie passioni: Marguerite Yourcenar, Antonio Tabucchi, Saffo, Toni Morrison, per citarne solo alcune. Amo, forse è banale, la triade all’origine della scrittura letteraria italiana, Dante, Petrarca e Boccaccio. Tieni presente che di formazione sono medievista…

Sei un’autrice che scrive di getto o preferisci dedicare tempo alla stesura di un progetto narrativo prima della scrittura vera e propria?
Le idee mi vengono di getto, e direi a getto continuo. Però mi preparo accuratamente: cerco di immaginare i personaggi in tutti i loro aspetti: studi, famiglia, letture, modo di muoversi, vestire, mangiare, dormire, amori, preferenze sessuali, passioni, idee sociali e politiche. Naturalmente non tutto viene raccontato nel testo, ma io li conosco bene, diciamo che per un po’ abito con loro. Poi preparo un soggetto, come per i film, faccio una scaletta, anche se entrambi vengono modificati durante la stesura. Comincio a scrivere immaginando delle scene piuttosto cinematografiche.

Che lettrice sei? Cosa ami leggere e cosa, invece, detesti?
Per quanto riguarda autori e autrici, in parte ho già risposto. Quanto ai generi, sono una lettrice avida e onnivora, leggo anche le etichette dei prodotti e i ritagli di giornale sparsi in giro. Mi piacciono i libri scritti bene, con qualità letterarie; amo i gialli, mi sembrano buone chiavi per parlare della società senza essere pesanti, amo i libri in cui c’è ironia, in cui la lingua si diverte. Non detesto alcun genere, purché si tratti di testi scritti con cura e con un intreccio interessante. Ad esempio, leggo con interesse i romanzi storici dalla documentazione accurata, non quelli in cui la storia è solo uno sfondo esotico, in senso temporale piuttosto che spaziale. Evito con cura quelli rosa melensi e scontati, perché sono tutti simili e poco interessanti, ma non sono una snob nelle letture. Credo che lettori e lettrici debbano trovare anche libri che li facciano divertire, sognare, sperare, in grado però nel contempo di far riflettere su quello che succede intorno a noi.

I LIBRI DI MARIA LETIZIA GROSSI