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Intervista a María Oruña

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María Oruña, originaria di Vigo, in Galizia, ha esercitato per dieci anni come avvocato prima di dedicarsi completamente alla scrittura. Da molti considerata la nuova regina del giallo spagnolo, ha stregato il pubblico con i casi della tenente della Guardia Civil Valentina Redondo. La incontriamo a Roma, dove è di passaggio per la promozione del romanzo appena uscito per l’editore Ponte alle Grazie – il secondo della serie dedicata al tenente Redondo e il terzo finora tradotto in Italia. Risponde con grande gentilezza alle nostre molte curiosità.



Quanto e come ti ha aiutato nella scrittura la tua preparazione tecnica da avvocato?
All’inizio non mi ha aiutata molto, perché io non sono mai stata un avvocato penalista. Ero un avvocato del lavoro, lavoravo per le banche. Quindi non sono mai entrata in un carcere, non ho mai fatto niente del genere. È vero che gli avvocati devono scegliere molto bene le parole. Soprattutto quando presenti gli scritti e anche a voce ai giudici ogni dettaglio, ogni minuzia è molto importante. Quindi da un lato scegliere bene le parole mi ha aiutata molto. Dall’altro vengo odiata da editor e correttori di bozze perché noi avvocati usiamo sempre il gerundio, e il gerundio è il nemico.

Archeologia, geologia, speleologia, storia, psicologia… Si percepisce il grande lavoro di ricerca che hai svolto per il romanzo. Come si è svolto il lavoro preparatorio?
Avevo un’idea, l’idea era quella delle grotte. Non sapevo cosa ci sarebbe stato dentro, cosa ci avrei trovato. Una volta che sono entrata nelle grotte, ho scoperto che erano come capsule del tempo. Quindi oltre a leggere libri e a intervistare persone, ho anche comprato libri specializzati, che si vendono solo nei musei. Non so se è una cosa che si fa anche in Italia. In Spagna il governo paga archeologi, speleologi per scrivere libri specialistici che poi vengono venduti nei musei. Sono libri molto ricercati, molto validi. Ovviamente ho anche intervistato moltissimi diversi archeologi e speleologi, aspettando pazientemente che mi ricevessero. Dopo aver avuto tutte queste informazioni, siccome io volevo ambientare il libro in Cantabria, e in Cantabria ci sono tantissime grotte, ne ho visitate una dozzina circa, anche se poi nel libro ce ne sono solo tre, quelle principali. Quindi ho dovuto fare una cosa che è il lavoro dello scrittore, filtrare. Filtrare e decidere: questa è interessante per questo motivo, di questa mi piacciono questi particolari… Alla fine di tutta la documentazione che ho accumulato nel libro c’è il venti percento, perché appunto dovendo essere un libro del mistero, che ti deve tenere incatenato alla pagina, non può essere un saggio, non posso metterci dentro tutte le informazioni che ho.

Hai dato vita a una protagonista estremamente affascinante e determinata: raccontaci un po’ della tenente Valentina Redondo…
Valentina rappresenta la dualità della vita. Non volevo che fosse un’investigatrice formata, che avesse un ruolo, che fosse in un certo modo e solo in quel modo, senza cambiare mai, perché per me non era realistico. Non è la verità, non è quello che succede. Tutti noi abbiamo più di una faccia e non parlo della falsità, parlo dei vari ruoli che andiamo a occupare nella nostra vita. Per esempio, io adesso sono seduta a fare questa intervista, sono molto formale, con la mia giacchetta, però magari quando sono a casa con dei nipoti, dei bambini la mia voce cambia. Valentina rappresenta la determinazione. Lei nel suo lavoro è determinata, è molto precisa, mentre per esempio nella vita personale è più rilassata, più disastrosa, insicura. Ed è la dimostrazione plastica che avere questi due lati è normale, non è un problema. Magari nei libri prende delle decisioni che risultano strane per i lettori, ma che sono comunque coerenti col suo personaggio. Lei ovviamente ha questa motivazione di cercare di sconfiggere il male che le viene da quello che è successo con suo fratello, e forse è ossessiva col lavoro perché deve anche dimostrare di avere diritto a essere in quella posizione. Perché la Guardia Civil, in Spagna, è un corpo militare e lei è una donna. Quando praticavo come avvocato, avevo sempre la sensazione di dover dimostrare di essere meglio, di aver studiato di più, di essere più brava nel parlare. Che anche io potevo andare davanti a un giudice e non dovevo stare solo in ufficio. Magari non era vero, magari non dovevamo, ma la sensazione era quella, di dover dimostrare di essere migliori di tutti gli altri.

Nel romanzo affronti temi molto “caldi” della contemporaneità. Per fare solo un paio di esempi, parli di antispecismo, della crisi ambientale, della mancanza di supporto per la ricerca. Che tipo di contributo può dare, secondo te, la letteratura alla sensibilizzazione su queste tematiche?
Buona domanda, in realtà se ci pensi tutto il libro è una critica alle istituzioni per aver abbandonato i ricercatori. Tutti i miei libri hanno sia una tematica intimista (ad esempio, la ricerca di un luogo dove andare) sia una critica sociale. Sta a te scegliere cosa leggere. Si può rimanere al livello del whodunit alla Agatha Christie, che è il mistero, il divertimento, però a me interessa la critica sociale, mi interessa nel libro la ricerca della conoscenza e la critica sfacciata alle istituzioni che trattano come figli di un dio minore i ricercatori.

Un bel personaggio secondario del romanzo è Michael Blake, il musicista. Non ho potuto fare a meno di notare che in un capitolo si esibisce suonando pezzi di Cremonini e Malika Ayane! Ti piace la musica italiana?
Sì, mi piace, mi piace molto. Ho ascoltato in questi giorni molta musica italiana che ha oggettivamente un livello molto alto rispetto anche alle altre. In questi giorni che sono qui in Italia ho ascoltato la ragazza che ha vinto Sanremo 2024, Angelina Mango, mi piace Mahmood, mi piace Laura Pausini, che in Spagna tutti conoscono. Mi piace in generale l’Italia e tutto ciò che è collegato all’Italia: la musica, la luce, il cibo. Io vengo spesso qui in vacanza. Cerco sempre di stare una quindicina di giorni. Ho visitato il Veneto, sono stata in Toscana e a Sorrento, che poi è da dove viene l’idea di Paolo nel romanzo.

La Cantabria è una terra estremamente affascinante. Perché hai scelto di ambientare lì il romanzo? Che rapporto hai con quei luoghi?
È curioso, perché per me era chiaro che doveva essere lì. Io non sono mai stata interessata alle grotte, ma mio nonno mi raccontava che quando era adolescente lui e i suoi amici portavano i turisti, spesso francesi, a vedere le grotte di Altamira. Ed era interessante, intanto perché mio nonno era simpatico quando lo raccontava, era divertente, faceva l’imitazione dei turisti. Ad ogni modo a lui e ai suoi amici in realtà non importava niente delle pitture, perché le vedevano sempre. Quindi la stessa cosa vista da punti di vista diversi era interessantissima, mi ha affascinato. Nel libro ci sono persone che non danno importanza alla conoscenza, a cui non importa se non hanno qualcosa per cui vivere. Mentre invece ci sono persone che dedicano la propria vita alla conoscenza, al sapere. Il libro doveva essere ambientato in Cantabria perché il libro precedente finiva in Cantabria, e quindi tutto il team di ricerca era già lì. E fra l’altro, con tutti i dati storicamente e scientificamente accurati che avevo, la Cantabria è come una groviera, è bucata, ha moltissime grotte.

I tuoi protagonisti in fondo cercano tutti, in modi differenti (e più o meno etici), “un posto dove andare”. Una meta, un obiettivo, un’appartenenza. Qual è il tuo “posto dove andare”?
La mia famiglia. E a livello professionale, cercare di creare la storia migliore. E se sarò capace di creare la storia migliore. È la mia motivazione. È la mia sfida della vita perché è la mia motivazione, cercare sempre di creare la storia migliore. È come se mi chiedessi: sarò capace di farlo? Per provare a me stessa che ne sono capace e per rispettare il lettore, cambio sempre genere. Perché cambiare genere è una sfida e perché io troverei una mancanza di rispetto avere sempre lo stesso stile, fare sempre la stessa cosa. All’inizio non ero molto sicura, perché pensavo che avrebbe sconcertato il lettore. Però alla fine invece al lettore piace questo cambio di stile, perché si chiede: cosa farà dopo? Quella è la sfida: cercare sempre di fare qualcosa di nuovo.

I LIBRI DI MARÍA ORUÑA