Salta al contenuto principale

Intervista a Mario Di Vito

Articolo di

Mario è un giornalista, scrive su “il manifesto” e “Rolling Stone Italia”, trova volentieri il tempo per una chiacchierata con Mangialibri. Non è la prima volta che pubblica romanzi o libri-inchiesta, ma questa volta lo fa partendo dalla sua famiglia.



Il ritratto di famiglia che leggiamo in Colpirne unoè quello di tuo nonno, il magistrato Mario Mandrelli. È mancato che tu avevi quasi diciotto anni: la piena consapevolezza di chi sia stato quando è arrivata?
È quello di mio nonno, ma, in parte, anche quello della famiglia Peci e di quello che avvenne a un fratello, Roberto, che ha pagato quelle che le BR ritenevano fossero le colpe dell’altro fratello, Patrizio. La consapevolezza che il padre di mia madre fosse un magistrato, comunque, ce l’ho sin da quando ero piccolo, ma non ho mai dato tanto peso alla cosa. Dentro casa non è che si parlasse più di tanto del suo lavoro, o forse ero io che all’epoca non prestavo abbastanza attenzione, in ogni caso sicuramente sono rimasto colpito dalla differenza tra come l’ho conosciuto io e come me l’ha raccontato chi l’ha vissuto in quanto magistrato. Alla fine in Colpirne uno questo doppio binario credo sia un po’ il fulcro dell’intera narrazione.

Vivi a San Benedetto del Tronto, che fa da sfondo al tuo libro. Com’è stato ascoltare i testimoni diretti che hanno vissuto il periodo del sequestro di Roberto Peci nel 1981? È prevalso in loro il desiderio di allontanarsi da quei momenti, che portarono la città agli onori della cronaca nazionale?
Della storia di Roberto Peci, a San Benedetto, si parla sempre in maniera parziale. Nel senso che ciascuno racconta la sua porzione di verità e poi sta a chi ascolta cercare di collocare tutte queste storie all’interno di un contesto più generale. Molti protagonisti di quegli anni li conosco bene, ma nel periodo in cui ho scritto questo libro ho sempre cercato di spiegare che non volevo raccontare la loro storia, non volevo raccontare cioè la storia dei ragazzi della Rotonda e degli anni dell’extraparlamentarismo sambenedettese. Volevo raccontare un’altra storia, cioè la stessa storia loro ma da un altro punto di vista. Sul sentimento generale, comunque, direi che c’è stato un tentativo di allontanarsi da quei fatti, ma non è una colpa dei singoli. Credo sia più la città che, nel suo insieme, abbia messo in atto un sistema di rimozione. Ecco, la rimozione è la cura che la provincia utilizza per guarire dal rimorso.

Il nucleo primario del romanzo sono i ricordi di famiglia, la tua tenacia come giornalista ti ha portato a ricercare le carte giudiziarie, i giornali dell’epoca. Pulsa dalle pagine il clima di allora e l’impegno politico dei giovani. Secondo te quanto è conosciuto o lontano quel periodo per i ventenni di oggi?
Quel periodo secondo me è lontanissimo, quasi inconcepibile per un ventenne (ma anche un trentenne) di oggi. Viviamo in un periodo storico molto diverso. Da un certo punto di vista mi viene da dire “per fortuna”, visto che non siamo costretti a leggere tutti i giorni sui giornali di omicidi, sequestri, attentati… Da un altro però penso che fino agli anni Ottanta i giovani abbiano potuto godere di un’idea di futuro molto diversa rispetto a quella dei giovani d’oggi. All’epoca si poteva pensare di vivere molte vite, di cambiare prospettive e abitudini - anche se, ovviamente, quella della lotta armata era una scelta in qualche modo definitiva, in effetti. Oggi non credo sia così, c’è molta rinuncia e pensare al domani al massimo genera ansia. Il motivo mi pare evidente: ho 33 anni, se avessi avuto questa età nel 1981 - cioè nell’anno del caso Peci - avrei avuto maggiori sicurezze e un certo numero di certezze. Un trentenne di oggi non è manco sicuro che riuscirà mai ad andare in pensione…

Nel libro fai emergere Mario Mandrelli come un uomo che non voleva portare le preoccupazioni del lavoro a casa, per garantire alla famiglia più tranquillità possibile. Ma durante i giorni del sequestro Peci tutti sono in apprensione. Chi o che cosa ti ha portato a scrivere queste pagine così dense di vita?
Non saprei, onestamente. Scrivere, per chi lo fa, è qualcosa di inevitabile. Questa storia ce l’ho sempre avuta sotto al naso e da diversi anni ormai sono in possesso di tutte le carte giudiziarie relative al caso Peci. Poi ho trovato i diari di mia nonna e ho usato anche quelli. Il vero problema è stato che, per diverso tempo, non avevo idea di cosa fare di tutto questo materiale. Alla fine, ho raccontato la storia nell’unico modo possibile per me, non avrei saputo farlo diversamente. La cosa che mi ha colpito di più è stato il clima generale che si respirava nella casa dei miei nonni in quel periodo, che poi è lo stesso clima che si respirava in generale nel Paese. Un misto di ineluttabilità e di cupezza. Del resto, Anni di piombo è il titolo di un film di Margarethe von Trotta e il riferimento non è al piombo dei proiettili, ma al clima plumbeo che permeava il periodo della lotta armata.

Tante sono le memorie, i lutti e i dolori degli anni difficili delle brigate rosse. Possiamo accomunare dalla stessa parte le tue, quelle di Benedetta Tobagi, di Mario Calabresi, ma c’è anche un rovescio della medaglia, per esempio Giuseppe Culicchia, cugino di Walter Alasia. Quali sono i tuoi sentimenti in proposito?
Penso che sia importante raccontare quel periodo, poi ciascuno lo fa come meglio crede o come meglio riesce. Io ho cercato di farlo da un punto di vista narrativo, del resto di inchieste giornalistiche e ricostruzioni storiche ce ne sono moltissime e in alcuni casi si tratta di lavori pregevoli. Raccontare vuol dire cercare di inquadrare le cose per quello che sono o che sono state, restituendo a ogni momento vissuto la dignità che gli appartiene. Credo che se davvero vogliamo capire cosa sia successo in Italia tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta dobbiamo tutti fare uno sforzo, per così dire, narrativo. La verità è lì più che nei processi. Tra i libri che hai citato, ho adorato quello di Culicchia. Comunque, anche gli altri hanno fatto dei lavori importanti, a mio giudizio.

Tuo nonno amava il mare e andava da solo in barca a vela. Anche tu usi questo modo per rimanere solo con i tuoi pensieri?
Non vado in barca, non ho mai avuto quella passione: evidentemente non si tratta di un tratto ereditario. Non sono sicuro nemmeno di voler rimanere più di tanto solo con i miei pensieri: adoro discutere, in generale. Anche litigare, al limite. Noi fumatori, comunque, per riflettere possiamo sempre prenderci il lusso del tempo di una sigaretta.

I LIBRI DI MARIO DI VITO