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Intervista a Massimo Carlotto

Massimo Carlotto, dopo un’odissea giudiziaria durata dal 1976 al 1993, è diventato uno dei più importanti - e prolifici (l’elenco dei suoi titoli ha superato da tempo la decina) scrittori italiani, noir e non solo: il suo nome è legato soprattutto alle avventure del detective Marco Buratti, più noto come l’Alligatore. Ama mixare lavoro d’inchiesta e fiction, e la sua formula narrativa ha ricevuto non pochi riconoscimenti. Lo abbiamo intervistato due volte, a distanza di molti anni. Per parlare di noir, ovviamente: ma anche di potere, di donne criminali, di verità e menzogna.



Una decina di anni fa, la prima volta che hai rilasciato un’intervista a Mangialibri, sostenevi che parlare di legalità dello Stato in Italia fosse quasi un’illusione. Nel frattempo sono intervenute almeno due riforme della Giustizia. Non dico esserci arrivati, ma secondo te ci siamo almeno avvicinando a che leggi e giustizia coincidano?
Ritengo che il nodo di fondo non siano le leggi e tantomeno le riforme ma l’illegalità diffusa che contraddistingue la società italiana. Purtroppo dobbiamo arrenderci all’idea che anche la classe dirigente nel senso più ampio del termine non è estranea a queste pratiche. Per questo non possiamo permetterci nemmeno di illuderci che anche se leggi e giustizia coincidano, il sistema non venga messo in crisi dalle forme endemiche di illegalità.

Nel tuo romanzo Trudy la commistione fra Stato – nella figura dei suoi rappresentanti o ex tali – e apparati che dell’illegalità hanno fatto un’arte è ancora più palese e di dimensioni probabilmente poco immaginabili, il tutto a spese di chi invece non ha alcun modo di dire la propria. Il potere nutre se stesso sempre e in ogni caso?
Ormai mi riferirei non più a un’idea di potere, mai ben identificato, ma a una stratificazione di poteri, alleati o in conflitto. E i poteri proteggono a ogni costo privilegi e progetti. Anche a costo di travalicare confini legali o etici. Il fine in questo caso giustifica ogni azione.

Semeraro – protagonista del romanzo – è un personaggio con una esagerata opinione di se stesso, è una figura che a mio parere rappresenta molte categorie, tutte con caratteristiche piuttosto negative, è stata una scelta quella di attribuirgli tutte quelle caratteristiche o l’essere umano medio tende a peggiorare come in una specie di spirale che alimenta se stessa?
Semeraro è un prototipo, un modello di maschio ignorante e arrogante, privo di valori e degli strumenti necessari a comprendere la realtà che lo circonda. Un servo nemmeno troppo utile. Purtroppo in certi ambienti questi personaggi riescono a ricavarsi degli spazi e mi sembrava giusto scavare nella sua scarsa complessità per evidenziarne la pericolosità.

Ancora una volta, volontariamente o meno (vedici un punto di domanda), hai equamente distribuito il marcio fra personaggi maschili e quelli femminili, anche alla luce delle “recenti” discussioni su patriarcato e sue conseguenze, secondo te c’è effettivamente una differenza sulle motivazioni che spingono uomini e donne a delinquere? Le donne sono davvero vittime quasi predestinate?
Sono convinto del ruolo subalterno delle donne nel mondo criminale. Anche quando riescono a raggiungere posizioni di comando devo attenersi a modelli maschili consolidati piuttosto che rivendicare una via femminile e autonoma. Sono anche convinto che siano vittime predestinate. Il mondo maschile è quello che è e comunque la sensibilità dei criminali maschi è piuttosto bassa, il bisogno di potere sulle persone che li circondano è evidente.

Questa volta hai abbandonato il nord est, che è un po’ il territorio di elezione per le tue “storie”, credi che ci sia una sorta di geografia del crimine in Italia, per cui determinate cose hanno più probabilità di accadere in alcuni posti, o è stato un caso?
Ho seguito come sempre gli spunti reali della trama e li ho collocati con precisione dal punto di vista geografico. Mi piace raccontare la diversità criminale del Paese mettendo in evidenza le particolarità della provincia. Che non è tutta uguale, che esprime forme di illegalità diverse che maturano in contesti sociali che condividono poco o nulla con gli altri. Guardo sempre alla provincia come un laboratorio “operoso”. In senso criminale, ovviamente.

Come è cresciuto in questi anni l’aspetto del lavoro di inchiesta e in che modo ha contribuito la tua apertura a collaborazioni?
Il discorso dell’inchiesta è cresciuto al punto da arrivare ad un nuovo genere, che è il noir d’inchiesta. Un modo di far letteratura che è nato e cresciuto sopratutto in Italia, anche a causa del giornalismo italiano che si basa sempre meno sul lavoro investigativo. Un genere che si sta alimentando soprattutto grazie ai lettori, che consigliano agli autori quale caso approfondire. Si instaura un rapporto di fiducia tra l’autore e il lettore. In questo modo si fa quasi un uso sociale dell’autore. Personalmente ricevo ogni giorno articoli di giornale, suggerimenti, interi fascicoli giudiziari. Inizio ad essere chiamato da comitati cittadini locali che portano avanti battaglie su questioni che vengono toccate nei miei libri. In questo modo inoltre ho l’opportunità di venire a contatto con molte storie. Nei miei noir d’inchiesta tutto quello che scrivo è provato e provabile, e tutto può essere verificato e approfondito. Per quanto riguarda l’apertura alle collaborazioni è anche una questione di tempi editoriali. Mentre scrivo lavoro già ad un’altra inchiesta per il prossimo libro, perciò ho bisogno di collaboratori.

Si parla molto dell’esistenza di una sorta di comunità di scrittori noir. Tu che cosa ne pensi?
Quando ho esordito nel ’95 una comunità di questo genere in effetti esisteva. Poi, con il tempo, si è disgregata su che cosa raccontare: una parte ha preferito raccontare la realtà che ci circonda, un’altra ha preferito dedicarsi a una letteratura di puro intrattenimento. Perciò, a mio avviso, non esiste più una comunità del genere, anche se non credo sia una cosa grave.

Come è cambiato il rapporto tra il noir e la geografia, tra il genere e la realtà che ci circonda?
Il rapporto tra noir e territorio è cresciuto soprattutto in Europa, e in Italia prima che in ogni altro Paese europeo. Mentre questo rapporto nei romanzi europei è sempre più presente stiamo assistendo nella patria del noir, l’America, a un processo inverso e quindi a una disaffezione dei lettori ai noir provenienti da oltreoceano. Ho scoperto che in Germania le agenzie di viaggio organizzano addirittura dei tour nei luoghi che hanno fatto da sfondo a romanzi noir. Il luogo è diventato la caratteristica del romanzo europeo poliziesco.

Come la spieghi una certa tendenza a ingentilire il romanzo noir?
La funzione principale del romanzo poliziesco è quella di reificare le ansie del lettore rispetto alla morte, e questo non cambierà mai. D’altra parte è vero che il mercato si sta differenziando e che esistono romanzi polizieschi, basati su una struttura crimine-indagine-soluzione, che offrono una soluzione consolatoria che riafferma la legalità dello stato. Una tendenza che non penso durerà a lungo perché parlare oggi in Italia di legalità dello stato mi sembra difficile, e poi perché credo che a lungo andare i lettori si stufino di soluzioni consolatorie.

È vero che per scrivere un noir occorre una mentalità matematica? Tu come fai quando devi scrivere un nuovo libro?
Io non ho una mentalità matematica. Una volta ce l’avevano gli scrittori di gialli, che disseminavano nei loro romanzi una serie di indizi per permettere al lettore di arrivare alla soluzione prima della fine del libro. Se oggi si scrivesse ancora in questo modo credo che il lettore si annoierebbe molto. Personalmente prima di iniziare a scrivere ho bisogno di un mese di tempo in cui penso dall’inizio alla fine la storia. Quella dell’ispirazione è una balla ottocentesca, parte tutto da un’idea ben definita alla quale aggrapparsi. E poi mi serve il titolo, senza di quello non riesco a buttare giù nemmeno una riga.

Che cosa ne pensi dei film tratti dai tuoi libri e che rapporto hai con il cinema e la TV? Quali sono i tuoi progetti in questo campo per il futuro?
Sono contento dei risultati cinematografi dei lavori che hanno preso spunto dai miei libri Il fuggiasco e Arrivederci amore ciao. Io sono convinto che non si debba fare il paragone tra i libri e i film perché sono due linguaggi troppo diversi fra di loro. Riguardo nuovi progetti quasi tutti i diritti dei miei libri sono opzionati anche se da qui a parlare di un film ce ne vuole. Mi piacerebbe che si realizzasse una serie TV sulle avventure dell’Alligatore. Anche con la TV si possono fare buoni prodotti e credo che questa sia una battaglia che vada combattuta.

A settembre 2009, dopo sette anni di latitanza, una nuova storia del detective Marco Buratti, altrimenti detto Alligatore. Perché, e in che modo, hai deciso di ritornare a questo personaggio?
Sono tornato all’Alligatore in primo luogo perché sono stato più volte minacciato dai lettori. E poi perché avevo bisogno di una storia che fosse adatta per far tornare l’Alligatore, e credo di averla trovata in un grande mistero di Padova, e cioè l’improvvisa scomparsa di 50 chili di coca. Si tratta di una storia che mi permette di raccontare come è cambiato il nord-est. Anche i personaggi, dopo sette anni, non saranno più gli stessi. Non sono un fan della serialità all’americana, perciò anche i miei personaggi saranno invecchiati.

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