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Intervista a Massimo Cotto

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Libri e musica vanno spesso a braccetto, chi ama leggere di solito ama anche la musica. Avere quindi la possibilità di fare qualche domanda a qualcuno che di musica si occupa (ai massimi livelli) da sempre è un piacere. Se poi la persona in questione è una voce storica del rock, ha scritto libri e testi teatrali, ha fatto il direttore artistico e altre millecinquecento cose, il piacere è anche quello di imparare da lui, di ascoltare aneddoti, curiosità e cose magari poco note. Grazie quindi a Massimo Cotto che ci ha concesso un po’ del suo tempo per una piacevolissima chiacchierata sul suo nuovo libro… e non solo.




La tua pagina Wikipedia riporta un numero impressionante di pubblicazioni come singolo autore e coautore: con le prefazioni e postfazioni si arriva oltre la settantina, poi collaborazioni, direzioni artistiche e quant’altro, ovviamente poi come tutti sanno sei autore televisivo, radiofonico e dj. Poi c’è l’impegno con Area Sanremo… e qui mi fermo. Siamo sicuri che la risposta sia solo il rock, per parafrasare il titolo del tuo Rock is the answer?
La risposta per me sono le parole, quelle pronunciate alla radio, quelle scritte in un libro o un articolo, non importa. Le parole con cui interagisci con gli altri da un palco e poi naturalmente le parole di una canzone. Del resto il rock a me si è presentato in una forma abbastanza bizzarra, la potenza della musica l’ho percepita attraverso il testo, nel senso che mi sono innamorato di un DJ che raccontava delle cose che non capivo e solo in seguito ho compreso essere una storia che aveva come base il testo di una canzone di Bruce Springsteen (Thunder Road nello specifico), quindi io vivo di parole. Fra l’altro sono innamorato di una frase di Emily Dickinson: “Tutti pensano che le parole muoiano appena pronunciate, invece è in quel momento esatto che cominciano a vivere”. Spostandosi da una bocca all’altra, da una testa all’altra, alla fine creano delle scintille che diventano fuoco. Sono anche pazzamente innamorato dell’amore. Aggiungi che sono anche un archivista, nel senso che conservo tutto e posso consultare facilmente. Posso scrivere, fare radio non mi pesa. Su Wikipedia, ma lo dico così a titolo di cronaca, chi ha ricostruito la mia carriera non ha messo neanche tutto perché ci sono cose che non sono facilmente reperibili. Pensa che quando mi fanno le presentazioni prima delle serate io avverto: “Fermatevi, perché non vorrei fomentare l’attesa e poi essere deludente”.

Marzullianamente ti chiedo: è la musica il punto di partenza che di nota in nota, di testo in testo ti porta a farti domande e fa nascere curiosità o il contrario?
Per quanto riguarda la mia vita, posso dirti che mia mamma racconta che quando avevo 5 anni scrivevo dei piccoli racconti: evidentemente ho sempre amato scrivere, poi verso i 17 anni ho capito che potevo applicare la scrittura alla musica. Ho un talento - no scusa, una curiosità - onnivora, ho detto talento perché stavo pensando al mio amico Giorgio Faletti, lui era convinto che non esistesse una separazione tra le diverse espressioni artistiche, quindi uno poteva - sia nel farle che nel goderne - amare la letteratura e la canzonetta, il giallo e il cinema d’autore, lui poi era un innamorato della vita, quindi io guardo sempre a lui come a un esempio.

Hai deciso di strutturare il libro sulla falsariga del famosissimo Libro delle risposte di Carol Bolt. Si può aprire una pagina a caso e affidare al libro il mood della giornata o leggerlo restando affascinati da quanta saggezza e vita c’è nella musica e nei musicisti. Una scelta (se vogliamo un po’ bizzarra) o un caso?
Una scelta bizzarra… ma ragionata e scaturita da una serie di osservazioni. La prima è che è cambiato il lettore: quella figura con la quale io sono cresciuto, molto romantica, della persona che si siede in poltrona e legge per ore, oppure che prima di andare a dormire prende il libro dal comodino e legge con l’abat-jour accesa per un paio d’ore fino a che non si addormenta purtroppo è in via di estinzione non la ritrovi quasi più. Adesso la figura del lettore è più quella di uno che legge in metropolitana e la mia scrittura è molto cambiata nel corso del tempo proprio perché ho provato ad adeguare la scrittura al modo di leggere, con storie che durano un tempo molto limitato, quindi credo che ognuno debba poter leggere due, tre, quattro pagine oppure solo una come se Rock is the answer fosse un breviario. Non sono una persona nostalgica, non credo che le cose migliori siano quelle successe nel passato, se tutti abbiamo nostalgia credo che sia solo perché eravamo più giovani: sai, quando hai sedici anni è tutta un’altra roba. Insomma questa è la ragione per cui ho voluto provare a dare al lettore qualcosa di diverso. Aprire il libro a caso oppure leggerlo giorno per giorno, o ancora leggere fino ad addormentarsi.

Fra l’altro al posto dei capitoli tradizionali ci sono i mesi…
Mah, guarda, quella è stata un’idea dell’editor e direttore della Saggistica Marsilio Ottavio Di Brizzi, che è un grandissimo amico ed è completamente pazzo. Lui spesso ha delle intuizioni che funzionano e io mi sono fidato di lui.

Alla mattina dai la sveglia e la carica agli ascoltatori di Virgin Radio e di solito è una sveglia bella tosta, però hai anche portato in scena il mondo di De André e Faletti. Verrebbe da dire mondi paralleli. O forse se il rock è la risposta, nella musica d’autore ci sono le domande?
Io credo che fondamentalmente la musica unisca e al massimo siano gli stili a dividere, io appartengo a quella fascia di ascoltatori che ama generi diversi. Ho colleghi - per esempio Dr. Feelgood che fa la trasmissione con me - che non ascoltano musica italiana, io invece penso che posso imparare da un discorso di Umberto Eco ma anche da una persona qualsiasi che a cena dice qualcosa di importante che poi magari mi ritorna in mente nei giorni successivi. Pensa a quante domande ci sono, con o senza punto interrogativo, nelle canzoni di De Andrè, di De Gregori, quanta ricerca c’è nei pezzi di Gaber, nelle canzoni di Guccini… “Soffia il libeccio di una domanda” e poi questa domanda non arriva mai, poi alla fine nell’ultima strofa eccola la domanda: “ma il tempo, il tempo chi me lo rende”. Gaber per esempio aveva la capacità di dire delle cose serissime, profonde, commoventi e subito dopo farti ridere come un pazzo. Un po’ quello che io amo anche nel teatro, quelle curve sinusoidali che ti portano alla commozione ma che poi rendono indispensabile una risata liberatoria, per evitare che tutto o si trasformi in retorica o che diventi troppo pesante il carico emotivo.

È una cosa che io ho ritrovato anche in Faletti…
Verissimo, Giorgio Faletti era un grande amante di Giorgio Gaber, se ci pensi lui aveva una capacità rara, non solo quella che si sottolinea giustamente di far ridere, ma anche quella di far piangere, di scrivere pezzi come Minchia, Signor tenente e poi di diventare Suor Daliso o Vito Catozzo a “Drive In”, ma aveva anche un dono rarissimo nell’arte, che è quello di riuscire sia nel percorso breve che in quello molto lungo, scriveva dei libri davvero tosti e poi riusciva a raccontare in maniera davvero mirabile una storia divertente in pochi minuti. Gli artisti, seppure con numerose eccezioni, sono persone fragili e vulnerabili, sono noi all’ennesima potenza, solo che più di noi hanno la capacità di esprimere quella che è la profondità della vita, nelle sue vette e nei suoi abissi. Quindi quando sono su un palco magari sembrano divinità, ma quando scendono dal palco sono come tutti gli altri, anzi essendo più sensibili rispetto agli altri faticano molto di più. Però quanto ci nutrono, quanto ci fanno stare bene, loro magari non stanno per niente bene, ma danno agli altri. E la capacità di non prendersi troppo sul serio - penso a Leonard Cohen che in una sua poesia incontra Janis Joplin e dice: “Mi hai ripetuto che ti piacciono gli uomini belli. Ma per me avresti fatto un’eccezione”. Riescono a mettere in una situazione drammatica quell’attimo di leggerezza che ti fa sorridere. Come la vita no? Non ci sono quelle in cui tutto è buio o tutto è luce, di giornate…

È di poco tempo fa la fine, che poi è una partenza, di “Area Sanremo”, la selezione e l’ascolto dei pezzi che poi sono arrivati a “Sanremo giovani”, un palcoscenico privilegiato di cui sei il direttore artistico. Dove sta andando la musica pop italiana?
Ci sono molti punti di vista, come sempre dipende da dove posizioni la macchina da presa. Prima cosa da dire: c’è molta musica buona in giro, ci sono dei ragazzi molto bravi, il problema rispetto a un tempo è che per molte ragioni - in primis la crisi dell’industria discografica - faticano molto di più a emergere, non ci sono più le persone che vanno in giro per locali a caccia di talenti per cui le vie di accesso alla popolarità sono ormai quasi esclusivamente i talent show oppure Sanremo. L’altro punto di vista, un po’ più amaro secondo me, è che per tante ragioni (e non solo nel campo della musica) non tutti ma diciamo molti giovani non hanno più il senso della fatica, non capiscono che il talento è il profumo della torta, ma non è la torta. Cioè il talento ti aiuta a bussare alle porte del paradiso ma poi se vuoi farti aprire o buttare giù la porta devi faticare. E questa mediamente è una delle note tristi. Poi avere il tempo è quello che io auguro ai ragazzi: pensa a De Gregori, prima di farsi notare con Rimmel aveva già fatto 3 album, oggi non te li fanno fare o se li produci tu comunque non viene fatta promozione. Mi dispiace vedere che oggi non si ragiona più in termini di carriera, in termini di album ma di singolo brano, quindi in sintesi credo che ci sia bisogno di piccoli miracoli, per esempio i Måneskin che danno uno scossone alla base, che ti fanno credere ancora che i miracoli possono accadere, non perché il loro successo non sia meritato, però se ci pensi loro emergono da due festival, Sanremo ed Eurovision, che sono quanto di più lontano ci possa essere dal rock, finiscono per vincere premi ovunque, duettano con Iggy Pop, aprono il concerto dei Rolling Stones in America e scalano le classifiche di tutto il mondo. Ragazzi, se non è un miracolo questo...

Secondo te questa deriva poco lungimirante da cosa dipende?
Credo che sia figlia innanzitutto del fatto che i dischi non si vendono più, le case discografiche hanno poco tempo, voglia e denaro per investire sui giovani talenti, salvo pochissime eccezioni sono delle major, i presidenti non hanno più l’autonomia di scelta, devono fare riferimento al consiglio d’amministrazione. Non c’è più la voglia di rischiare, pensa che Maionchi e Salerno (produttori musicali e talent scout tra i più importanti in Italia) quando hanno scoperto Tiziano Ferro ci hanno lavorato due anni prima di farlo incidere, hanno aspettato che fosse pronto e i risultati si vedono. Oggi sarebbe impensabile. Pensando ad Area Sanremo, io quest’anno non ho voluto ascoltare i pezzi per non influenzare la commissione, però quando ascolto i ragazzi vedo che hanno tante belle idee ma nessuno ha mai spiegato loro come si scrive una canzone, non c’è nessuno che dia loro dei consigli, come l’editing per un libro. E quando non hai specchi, quando manca qualcuno che ti faccia da contraltare, sei da solo su una zattera in mezzo al mare. Ascoltando i cinquecento ragazzi di Area Sanremo ci si rende conto che i più originali sono quelli che vivono più isolati, magari in paesini, perché non sono entrati in contatto col mondo discografico quindi non hanno i condizionamenti obbligati, scrivono pezzi con delle bellissime intuizioni, però ci deve essere qualcuno che ti prenda per mano e te lo dica: “Questa non è ancora una canzone finita, è una partenza e adesso devi farla diventare una canzone vera”. Pensa alla Motown, ha messo sotto contratto nomi che hanno poi fatto la storia del soul, Diana Ross i Jacksons Five, i Temptations, Smokey Robinson; c’erano persone che si occupavano in toto di loro, dai vestiti al come stare sul palco, come muoversi, li facevano studiare. Erano delle vere e proprie scuole, oggi invece ti buttano sul mercato senza prepararti. Pensiamo a un talent show qualsiasi, tirano fuori sette otto artisti e poi vedono come va, ma sette otto dischi sono altrettanti universi, non li puoi trattare tutti nello stesso modo, ci dovrebbero essere delle strategie. Uno lo manderai in una certa trasmissione, a un altro farai fare certe interviste, cioè non è che i Marlene Kuntz quando sono usciti o gli Afterhours andavano ospiti su Rai 1, avevano un giro diverso, oggi si va ovunque pur di esserci. Poi ci sono artisti trasversali, per carità, ma non è da tutti.

Pistola alla tempia: qual è l’artista o il brano a cui vuoi più bene e che non potresti rinunciare mai ad ascoltare?
Sei perfida, non posso dirne solo uno. Non c’è, perché adesso ti direi una cosa e domani un’altra. La pancia mi dice Springsteen o Cohen, però io credo che ci sia una canzone che rappresenta bene tutto ma proprio tutto, che è Song to the siren di Tim Buckley, il padre di Jeff, perché ha portato la sperimentazione vocale a delle vette mai raggiunte prima. È una canzone dedicata alla sua musa, ma in realtà non si capisce a chi si rivolga, se a una donna, alla musica o alla droga ed è di una dolcezza e di una purezza incredibili. Pensare che lui non voleva nemmeno pubblicarla! A considerarla la canzone più bella che sia mai stata scritta non sono solo fra l’altro, mi fanno compagnia nomi davvero importanti.

I LIBRI DI MASSIMO COTTO