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Intervista a Massimo Gezzi

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Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976) è un eccellente rappresentante della nuova poesia contemporanea italiana. Sono tante le pubblicazioni e i premi che ha vinto. Come studioso si è occupato soprattutto di Bartolo Cattafi, Paolo Volponi, Giovanni Raboni, Antonio Porta, Eugenio Montale e le forme del diario nella poesia contemporanea. Per Mondadori ha curato opere di Montale e Buffoni. Traduce dall’inglese e collabora con diverse riviste letterarie. Dopo aver lavorato come Assistente alla Cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Berna adesso insegna in un liceo di Lugano. Da sperimentatore qual è, nel 2021 si è cimentato nella prosa, con una raccolta di racconti per Bollati Boringhieri. Quale migliore momento per intervistarlo?




Parto subito con una domanda difficile. Da poeta quale sei, quale approccio consigli ad un lettore neofita della poesia? Istinto? Fiuto? I classici?
Istinto e fiuto possono essere innati o meno, per cui prima di usarli consiglierei di affidarsi a qualche classico contemporaneo: Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Vittorio Sereni… Oppure Emily Dickinson, T.S. Eliot, Dylan Thomas… Negli ultimi anni sono uscite anche alcuni notevoli libri che raccolgono letture di poesie singole, per così dire, non di autori. Penso a La voce verticale. 52 liriche per un anno (Rizzoli, 2015) di Walter Siti o a Il verso giusto. 100 poesie italiane di Luca Serianni (Laterza, 2020). Sono libri che possono servire a scoprire la bellezza e la densità della poesia, per poi proseguire da soli, facendosi guidare - a questo punto sì - dall’istinto.

Appuntarsi qualche volta una frase che esprima un sentimento può capitare a tutti. Lo fai anche tu? Poi le trasformi in poesie?
No, non lavoro così. Appunto e imprimo nella memoria dei fotogrammi che mi sembrano carichi di senso, di domande. Solo in un secondo momento li trasformo, li “traduco” in parole. Di rado in me - strano ma vero - la poesia si manifesta immediatamente in forma verbale.

La variopinta immagine del poeta che guarda per aria aspettando l’ispirazione cozza con te. Tu lavori intensamente, vivi famiglia e affetti, presumibilmente dormi, ma quando lo trovi quel silenzio interiore per scrivere?
Quasi mai, e infatti scrivo pochissimo. In ogni caso, quell’immagine è sbagliata e fuorviante, oggi (da qualche secolo a questa parte, per dire meglio). Il poeta non aspetta né l’ispirazione né di essere isolato e lontano dalla vita, per scrivere: è uno come tutti, che lavora e vive nella stessissima maniera in cui vivono tutti (a volte bene, a volte male). Se può, cerca di trasformare in ritmo e parole la vita sua e degli altri, di spremere un contenuto di verità dalle esperienze biografiche e intellettuali. Se cercasse una turris eburnea oggi, in un’epoca in cui tra l’altro la realtà non può essere disgiunta dalla sua rappresentazione (informazione, social media, persino scuola a distanza, negli ultimi anni) sarebbe probabilmente un inutile idiota.

Scrivi a penna, matita o pc?
Più spesso direttamente al computer. Qualche volta a penna. Matita no, mai. Le parole devono essere nere, non grigie. Se ne deve sentire e vedere bene il peso.

Di concorsi e premi di poesia ne hai fatti e vinti tanti, consiglieresti questa esperienza ad un esordiente poeta? Il farsi giudicare è necessario per ridimensionare le aspettative e crescere con calma?
Li consiglierei cum grano salis. Ci sono alcuni concorsi o premi molto seri e molto utili per un esordiente, anche per i motivi cui accenni tu (non avere fretta, crescere con calma, non credersi il più grande poeta sulla faccia della terra per aver scritto quindici poesie, magari anche belle). Mi spiace parlare di quelli in cui sono coinvolto io (ma in fondo se non li ritenessi seri non ne farei parte, dunque tanto vale parlarne apertamente), ma realtà come gli storici Quaderni di poesia italiana contemporanea curati da Franco Buffoni per Marcos y Marcos o gli Esordi e il Premio di Pordenonelegge sono strumenti utili e ben calibrati: offrono un dialogo, un confronto diretto (gli Esordi di Pordenonelegge prevedono addirittura un processo di editing guidato da un membro della giuria): tutti elementi fondamentali per crescere, ripensare le proprie scelte, arricchire i propri strumenti. Anche qui, come vedi, ti parlo di qualcosa che assomiglia più a un artigianato, a un fare (come sanno tutti poiêin in greco vuol dire proprio “fare, produrre”) piuttosto che a un’ispirazione divina, a un invasamento mistico… La poesia è un’attività linguistica tra le più difficili: i mezzi (le parole) sono alla portata di tutti, ma sbagliare è facilissimo. Serve sempre qualcuno che ce lo ricordi e ci aiuti a evitarlo, per quello che si può.

Ho accolto con molta sorpresa e piacere il tuo debutto nella prosa, Le stelle vicine, raccolta di racconti uscita per Bollati Boringhieri. È un esplorare nuovi territori, è l’evoluzione della tua poesia?
È un discorso molto complesso. Non so ancora dire se Le stelle vicine sia un tentativo di esplorare nuovi territori o la naturale evoluzione della mia poesia. So che negli ultimi dieci anni, nella scrittura in versi, tendevo a raccontare la vita degli altri, come testimonia il mio poemetto dedicato alla figura di Giovanni Antonelli (Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta, uscito per l’editore svizzero Casagrande nel 2016). A un certo punto ho sentito l’esigenza di dare la parola a dei personaggi, reali o immaginari (o ibridi, come è il caso di alcune figure dei miei racconti). Mi sembrava che questa operazione avrebbe potuto dire meglio gli squarci di verità (verità con la “v” maiuscola, mi raccomando) che mi sembrava di aver intravisto. Allora ho provato ad assecondare il ritmo, il fluire della prosa: anche qui, come nella poesia, o c’è un ritmo, una musica che guida i polpastrelli che battono, oppure la scrittura resta opaca, farraginosa, e non funziona. Le stelle vicine è nato così. Poi questi personaggi hanno preso una vita propria, e la cosa mi ha piacevolmente stupito. Vedremo ora cosa succederà. Credo che il prossimo libro, in ogni caso, sarà ancora di poesia…

Concludo con una domanda personale. Vivendo a Lugano hai il lago, ma quanto ti manca alla vista e al tuffo il tuo mare?
Mi manca e non mi manca. L’ho amato così tanto che potrei dire che lo porto sempre con me, anche quando non lo vedo (cioè quasi sempre). Vivo su un lago molto bello e molto profondo (il Ceresio, cioè il lago di Lugano), ma sappiamo tutti che l’acqua del lago, anche nei giorni ventosi in cui le onde provano a imitare quelle del mare, non ha lo stesso odore e neanche lo stesso rumore di quella marina. Posso non vedere a lungo il mare, ma ogni tanto ho bisogno di sentirne l’odore e il rumore e di percepire la consistenza della sabbia sotto i piedi: come quando rientri a casa dopo molto tempo e all’improvviso percepisci con tutti e cinque i sensi qualcosa che è come un prolungamento del tuo corpo.

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