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Intervista a Matteo Melchiorre

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Matteo Melchiorre è uno studioso, tra l’altro, di storia della montagna e dei boschi. Conoscenze che ritroviamo nei suoi libri, sia nei saggi che nei romanzi. Condividiamo con lui qualche riflessione sul suo lavoro di direttore della Biblioteca del Museo e dell’Archivio Storico di Castelfranco Veneto e sul suo ultimo romanzo, uscito per Einaudi.



Gestire un archivio storico è un compito prestigioso e oneroso. Tra mappe, libri e registri, ti è mai capitato di considerare le persone che continuano a vivere in quei faldoni?
Non mi “capita” di considerare le persone di quei faldoni. Toglierei proprio “capita”. Le si considera in continuazione quelle persone. Si impongono, saltano fuori. Semmai bisognerebbe provare a essere bravi e a non ascoltarle troppo. Infatti, maneggiare le carte di un archivio non è soltanto questo romantico porsi in ascolto ma anche uno scrupoloso orizzonte di conservazione. Ogni tanto salta fuori qualche persona oggettivamente più simpatica delle altre; laddove per “simpatica” intendo più eloquente, magari anche in una dimensione tragica.

La dimestichezza con i documenti d’archivio quanto si è riflessa nel tuo romanzo Il Duca?
Molto! Non dico che il romanzo nasca da questa dimestichezza perché nasce in maniera altrettanto decisiva da altre dimestichezze (temi quali la marginalità, i confini, il bosco, la solitudine dell’uomo contemporaneo…); ma certo le storie che mi è capitato di incontrare nelle carte antiche hanno aiutato la maturazione del Duca, come personaggio e come vicenda.

Sicuramente la montagna è una tua passione, quanto da o prende? E la si può possedere veramente?
Devo ammettere che non saprei dire se la montagna sia una mia passione o piuttosto una condizione, che pure amo, dentro la quale mi sono trovato. Rappresenta l’orizzonte della mia educazione, dà molto, e prende forse di più –come credo la vicenda del Duca illustri. C’è poi il tema del possesso. A dare ascolto ai molti che ritengono di possederla (atleti, poeti, amanti, scrittori…) può essere posseduta senza particolari difficoltà. Altra cosa è capirla, viverla nella sua dimensione non commerciabile.

Il Duca è un romanzo che affascina e avvolge, per le atmosfere rarefatte, la forza degli elementi della natura, gli animali, le tradizioni e le dicerie. Una limpidezza narrativa così, da dove deriva?
Innanzitutto grazie… Chissà, mi vengono in mente libri letti. Sbagli fatti. Fogli cancellati e riscritti. Tante ore alla scrivania. E poi naturalmente le donne di quando ero piccolo: le raccontatrici di storie dei paesi in cui sono cresciuto. Narratrici fenomenali che hanno nutrito talenti secondo me clamorosi mescolando tradizioni, che io credo antichissime, del raccontare, del descrivere, del tenere in sospeso, dell’impaurire, dell’emozionare, dell’indurre al riso. Nei primi anni della mia vita le ho ascoltate per ore bevendo inconsapevolmente certi ritmi e certe luci.

I sentimenti che narri sono profondi, parliamo di crisi: quelle che fanno rinascere e quelle che fanno affondare. Che cosa ti ha portato a scegliere quella più adatta al Duca?
Potrei rispondere in maniera abbastanza secca: un misto di casi personali e di speranza nel fatto che momenti come quelli che portano il Duca verso la sua strada capitino, prima o poi.

Nelle piccole comunità i rancori, le rivalse e l’odio non sono mai del tutto sopiti. Secondo te perché? È difficile lasciare andare il passato, tirare una linea e vivere il presente? Dov’è il limite tra loro?
I rancori, le rivalse e l’odio sono vivi nelle piccole comunità così come nelle grandi, anche se capita spesso di immaginare che nei mondi piccoli le cose possano andare in maniera molto più “pacifica”. Sono sentimenti che fanno parte dell’agire umano e che talora riemergono dai loro sonni apparenti. Nelle comunità piccole forse, anzi senza forse, le strutture di fondo del vivere associato appaiono più nette, meno sfumate, più aggressive: per questo rancori, rivalse e via dicendo possono brillare di una luce da proscenio. Quanto ai limiti tra passato e presente… chi lo sa, non sono forse la persona adatta per rispondere. Ho l’impressione che ci sia un limite molto molto instabile.

Concludo con una domanda più personale, chi ti intervista vive in una città di mare, tu lo consideri per i tuoi momenti di svago?
Come momento di svago non proprio, il mare non è esattamente nell’orizzonte della mia quotidianità (condizione, la presenza nella quotidianità, che io considero essenziale per parlare di svago). Eppure, nei miei libri il mare c’è spesso, come una sorta di orizzonte, di generatore di senso; del resto, nel bene e nel male mi è capitato di vivere quattro anni in una città, Venezia, che col mare in fondo ha qualche relazione. Dirò di più: da anni ho come l’impressione che questo tema, il mare, si ripresenti con troppa regolarità nei miei pensieri e nelle mie fantasie per essere ignorato.

I LIBRI DI MATTEO MELCHIORRE