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Intervista a Matteo Porru

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Conoscere Matteo Porru significa conoscere un ragazzo sorprendente. Non solo per la sua evidente intelligenza e profondità che traspare già dopo pochi scambi, ma per la vivacità autentica con cui affronta ogni cosa. A 23 anni, ha già un invidiabile curriculum letterario (aver vinto, ad esempio, il Campiello Giovani a soli 18 anni) ha pubblicato con Garzanti un libro da poco tradotto in Francia che a distanza di un anno continua a riscuotere pressoché unanimi plausi sia dalla critica che dai lettori. Chi scrive ha conosciuto scrittori, e artisti in generale, che per molto meno hanno sviluppato un fastidioso ego ipertrofico. Matteo Porru invece no. Modesto e alla mano, è molto disponibile a parlare di sé passando con naturalezza da toni profondi a quelli più leggeri, come nella breve intervista concessa a Mangialibri. In un incontro pubblico ha dichiarato: “La persona più importante della mia vita è mio fratello; tra le altre cose, per il motivo che mentre tutti continuano a dirmi che sono un genio, lui mi dice che sono un coglione”. Come si fa a non volergli bene?



Il tuo Il dolore crea l’inverno è un romanzo sulla rimozione del ricordo. La neve che cade incessantemente simboleggia l’amnesia ma il protagonista, Elia Legasov, è uno spazzaneve, dunque qualcuno che vuole ricordare, anche se inconsciamente. Arrivare alla verità è sempre una conquista o la felicità può invece risiedere nella finzione che ci creiamo?
La verità c’è, e c’è sempre, ed è nascosta sotto la neve. La finzione garantisce sicurezza e felicità fino a quando la neve resta compatta. Quando si scioglie, quando tradisce, riemerge il sommerso. Elia lo impara a sue spese, dopo una vita intera in cui ha affidato al bianco i suoi mondi peggiori.

Il libro è spiazzante perché inizia in un certo modo, con un certo ritmo, salvo cambiare passo a circa metà del percorso e utilizzare elementi di vari generi tra cui, per certi versi, il giallo. È una contaminazione voluta oppure hai seguito il flusso della storia?
In molti vedono nel romanzo dei toni gialli (anzi, giallastri) che io non vedo affatto. Credo sia solo uno sviluppo della trama che in quel punto aveva bisogno, dopo una parte molto evanescente, di avere un sostegno più fisico. Inserire un mistero innesca un meccanismo mentale che era fondamentale innescare in Elia: lo smarrimento, che porta a rievocare e quindi ad alterare, o a distruggere, le sue verità e i ricordi (che poi sono, in realtà, i tratti più autentici).

Vigata, la città del commissario Montalbano di Camilleri, è stata definita il luogo immaginario della Sicilia più vera. Jievnibirsk, la città inventata dove è ambientata la tua storia, di quale luogo reale - fisico o no - è rappresentativa?
È un luogo non luogo, al confine del mondo e quindi del tempo. Il nome l’avevo inventato scorrendo un lungo elenco di verbi russi e ne avevo trovato uno che vuol dire inibire: a Jievnibirsk tutto è inibito. È il luogo dell’inibizione, del letargo. O almeno, così sembra.

Stephen King disse di aver scritto L’ultimo cavaliere partendo da un incipit che un giorno gli si affacciò alla mente: “L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì“, senza avere la minima idea di cosa volesse dire o come proseguire. Tu che tipo di scrittore sei? Disciplinato oppure impulsivo?
Conosco tanti scrittori e tante scrittrici e non ne ho ancora trovato uno più impulsivo di me. Io alleno la scrittura ogni giorno ma è un allenamento irregolare, a volte frenetico, mai metodico. Sono capace di scrivere metà libro in due giorni e poi niente per due mesi. Il mio taccuino preferito rimane la mia testa: lì bombardo la storia per anni, finché non mi dimostra di avere un continuo a prescindere dalle associazioni che le impongo. Inizio a scriverla solo se passa questa prova.

Vincere il Campiello Giovani è stato il tuo punto di svolta? Oppure quando hai capito che avresti potuto fare della scrittura la tua professione?
Il Campiello Giovani è stata l’attestazione di cui avevo bisogno per credere davvero che avrei potuto fare della scrittura la mia vita. È stata, a oggi, l’esperienza più segnante della mia carriera. Ho ricevuto tanti riconoscimenti e tante gratificazioni dal mio lavoro, sia come autore sia come giornalista sia come drammaturgo, sono passaggi importanti per capire le nuove avventure da intraprendere. Ma il Campiello è stato di più: il quindici settembre del duemila diciannove è stato uno dei giorni più felici della mia vita. Tutta la famiglia insieme e in festa in una città che considero la mia seconda casa, Venezia: si è chiuso un cerchio (o forse se n’è aperto un altro).

Oltre a leggere tanto, che è condizione indispensabile, ritieni sia necessario per uno scrittore affinare la tecnica, magari con uno dei tanti corsi che ormai esistono dappertutto? O è sufficiente il puro talento?
Leggere (non tanto, mai in eccesso) è fondamentale: la tecnica la affini prima da lettore e poi da scrittore iniziando a farti un gusto estetico ed etico delle storie. Non credo nei corsi di scrittura ma è un ragionamento che posso calare solo su di me: io ho pubblicato il mio primo libro a sedici anni e gli unici “allenamenti” erano i temi di italiano e una dozzina di racconti online. Sono un autodidatta, ammesso che ci sia qualcosa da imparare nel senso scolastico del termine. Credo che il talento faccia molto, ma va affinato.

Alberto Sordi, a uno sceneggiatore che scriveva un copione, chiese se era drammatico o comico, e quando quello gli rispose “Drammatico” Sordi disse “Te stai a riposà”. Il tuo registro, da The Mission sino a Il dolore crea l’inverno, è decisamente drammatico. Pensi che vorrai sempre riposarti?
Amo Sordi ma su questo mi permetto di dissentire: il drammatico è turbamento e io cerco di scrivere storie che turbino chi legge; per farlo, il primo a essere turbato è lo scrittore. A me piace sperimentare: ho provato a scrivere gialli, per ora tutti esperimenti mal riusciti (perché, torniamo sopra, lì serve un metodo che io non ho). Mi sto divertendo a scrivere qualche incipit horror con toni alla Buzzati e qualche sketch comico: vediamo cosa viene fuori!

Quali sono i tuoi scrittori di riferimento? E un libro in particolare che porti nel cuore?
Ernest Hemingway, Cesare Pavese, David Foster Wallace, la narrativa breve di Alessandro Baricco, Stig Dagerman, e l’elenco va avanti a oltranza. Negli ultimi anni, per lavoro, mi sono concentrato sugli esordi italiani e sono usciti libri strepitosi. Il mio libro del cuore resta sempre Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey: lo consiglio a ogni essere umano.

È noto che oltre che per la scrittura hai anche una passione per il volo. Infatti hai il brevetto per guidare gli ultraleggeri. È anche questa una passione collegata alla letteratura?
Sinceramente non lo so. Quando volo lascio tutto a terra e il mondo non mi innervosisce più. Quando sono a terra sono vivo, quando sto in aria vivo. Qualche giorno fa ho fatto un volo di due ore fra le montagne della Sardegna e c’era ancora un po’ di neve. Un pastore mi ha salutato e ho girato introno al suo podere un paio di volte: sembrava un bambino che vede una magia.

Hai 23 anni e sei già un autore di caratura europea, visto che il tuo ultimo romanzo è stato da poco tradotto in Francia. La tua giovane età è stata più un vantaggio o un ostacolo per la tua affermazione come scrittore?
Un gran vantaggio: un ragazzino di sedici anni che scrive fa notizia. Però rischi anche che ti affibbino il “giovanissimo prodigio” che, a lungo andare, diventa un ostacolo. Io ho cercato di avviare al meglio la carriera il prima possibile. Mi hanno aiutato, sostenuto, incoraggiato tante persone. Maurizio Costanzo mi disse: tu hai sogni sorprendentemente chiari. Ecco, a prescindere dall’età, io voglio rimanere con i sogni chiari. E ne ho tantissimi.

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