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Intervista a Maurizio Cometto

La punta di diamante della letteratura fantastica italiana è un ingegnere piemontese timido e appassionato di gatti e oroscopi. Un talento purissimo che l’ambiente editoriale italiano sta incredibilmente trascurando, mostrando una inspiegabile miopia. Una miopia che non affligge noi di Mangialibri, suoi fan della prima ora.




Ci racconti in breve che cosa è il Ciclo del Libro delle Anime? Perché e come nasce?
L’idea iniziale era di scrivere una storia di genere fantastico che potesse essere adatta sia a un pubblico di ragazzi sia di adulti. Il punto di riferimento, in quel periodo, era il ciclo Queste oscure materie di Philip Pullman. Mi affascinava anche il tema trattato in quel ciclo, che è poi un tema universale esplorato in molti classici, e cioè la perdita dell’innocenza, dello “sguardo del fanciullo”, in particolare durante la prima adolescenza. Inoltre avevo voglia di scrivere di avventure, divertendomi, e di tratteggiare scenari inediti, in qualche modo lontani. Da questo calderone di idee e di desideri, come spesso accade, è nato il tutto.

Doveva essere una trilogia, è diventata una quadrilogia, da qualche parte si legge che potrebbe diventare una pentalogia. Come mai hai deciso di aggiungere altri capitoli al progetto iniziale?
In realtà l’arco narrativo di questa storia mi era chiaro fin dall’inizio. Nel corso della scrittura mi sono poi trovato davanti al problema di come presentare l’opera ai lettori. In teoria sarebbe a tutti gli effetti un romanzo unico, ma stiamo parlando di più di mille pagine; è difficile trovare un editore disposto a pubblicare un’opera di tale mole, per di più di un autore poco conosciuto. Da lì l’idea di suddividerla in modo da formare un ciclo. L’intenzione iniziale era di fare tre romanzi, ma mi sono trovato di fronte a problemi di “dissimmetria” tra la lunghezza di ciascuno. In quel periodo mi è capitato di leggere il magnifico ciclo del Libro del Nuovo Sole di Gene Wolfe, e la sua struttura mi ha suggerito la divisione in cinque romanzi. Il titolo del mio ciclo, Il libro delle anime, è anche un po’ un omaggio a quel capolavoro.

Pensi sia corretto definire “di formazione” questi romanzi e quindi dire che hanno come lettori privilegiati i più giovani?
Forse sono “di formazione” se si guarda all’arco di trasformazione del personaggio principale, che è Michele. Questa caratteristica può essere apprezzata e colta fino in fondo, tuttavia, da chi è più grande, perché può risvegliare sentimenti emozioni e paure lontane, eppure ancora presenti dentro di noi, e nello stesso tempo può indurre a riflettere su ciò che abbiamo smarrito. Io tuttavia li definirei più romanzi “fantastici” tout court, senza dare ulteriori definizioni, e penso che i lettori più giovani possano apprezzare soprattutto questa parte, vista anche la connotazione avventurosa. I lettori giovani non hanno, giustamente, né il tempo né la voglia (o l’istinto) di riflettere troppo sulla trasformazione che vivono; vogliono semplicemente provare emozioni. E la coscienza della trasformazione avviene sempre a posteriori, mai durante di essa (o quasi mai).

Hai al tuo attivo numerosi racconti e romanzi fantastici con sfumature horror, a volte piuttosto decise. Nella saga di Michele questa nota sembra attenuata. Credi si sia modificata nel tempo la tua cifra stilistica? Ci racconti cosa è il fantastico per Maurizio Cometto?
In realtà non credo di avere mai scritto nulla di veramente horror; ciò che ho fatto, e continuo a fare, è tentare di evocare l’inquietudine, più che lo spavento vero e proprio. Il fantastico per me è una tavolozza espressiva. La possibilità di attingere, di estendere gli strumenti a disposizione nella scrittura, per poter indagare qualsiasi ambito, anche e soprattutto riguardante l’uomo nella sua totalità. Ci sono opere di questo genere che hanno aperto nuovi scenari nella coscienza collettiva di cosa siamo o dove andiamo. Si pensi a La metamorfosi di Kafka, o a Cent’anni di solitudine di García Márquez, o a Il deserto dei Tartari di Buzzati, per fare solo alcuni esempi. Il fantastico come modalità espressiva che ti permette di far più luce su aspetti inediti o nascosti di noi stessi. Rimanendo più coi piedi per terra, il fantastico ti permette anche di avere più storie a disposizione, più scenari, più avventure. In un certo senso aumenta la vertigine, perché i punti di riferimento scompaiono, ma in fondo te li puoi creare tu, e quindi sei più libero.

Sempre più spesso gli scrittori italiani rinunciano alle solite, stantie ambientazioni americane o esotiche per esplorare i “lati oscuri” del nostro Paese, e tu non fai eccezione. Si può davvero fare paura attingendo alla tradizione culturale italiana?
Il far ricorso ad ambientazioni strane o esotiche penso sia riconducibile a un senso di inferiorità nei confronti dei modelli anglosassoni, che però - bisogna dargliene atto - stanno all’origine della moderna narrativa di genere. Si ricorreva o si ricorre a tale espediente perché si crede erroneamente che un testo horror o fantastico sia più credibile se ambientato all’estero piuttosto che in Italia, e questo semplicemente perché migliaia e migliaia di storie lette o viste al cinema o alla TV sono prodotte e dunque ambientate in America o in Inghilterra. In realtà questo ragionamento finisce col rendere la storia meno credibile, anzi le conferisce il più delle volte una sorta di “puzza” di falso o di televisivo. Per fortuna in Italia autori come Eraldo Baldini, Valerio Evangelisti o Massimo Carlotto hanno dimostrato che è vero il contrario. Secondo me vale la regola che bisogna sempre scrivere di cose che si conoscono bene, e questo si può dire a maggior ragione per l’ambientazione. E Baldini in particolare ha dimostrato perfettamente come si possa fare paura, e anche molta paura, attingendo alle tradizioni e al folklore nostrano. Penso che possa fare molta più paura una cosa che ti sta vicina e che credevi innocua, piuttosto che qualcosa di molto lontano fisicamente e psicologicamente...

Nelle tue storie la famiglia ha un ruolo estetico centrale: bambini, anziani, genitori, nonni. È una scelta precisa?
Me ne sono accorto anch’io. Non è tanto una scelta precisa quanto, credo, una scelta dettata dalla mia esperienza di vita. Descrivo personaggi e situazioni che mi sono familiari e su cui poi si innesca il fantastico (nota che più la situazione è banale, più il fantastico crea un effetto di straniamento). La scelta dei bambini è invece molto più conscia, direi quasi sempre voluta. Perché i bambini hanno uno sguardo speciale sulla realtà, che permette di trattare le situazioni fantastiche senza doverle per forza razionalizzare. Il bambino è costantemente impegnato in un lavoro di scoperta della realtà, per cui ha uno sguardo più innocente, in grado di accettare anche ciò che per un adulto potrebbe essere inaccettabile. E poi i bambini danno sempre un “senso di favola” che aiuta a costruire l’atmosfera.

Quali sono le traversie che uno scrittore esordiente o aspirante tale deve affrontare in Italia?
Dipende da quali sono le sue aspirazioni. Vuoi diventare famoso? Allora o conosci qualcuno di importante disposto ad aiutarti, o devi avere una botta di culo pazzesca. Ti accontenti di veder pubblicate le tue opere e di avere un pubblico di poche decine o centinaia di lettori? Puoi rivolgerti alle case editrici medio piccole, e se sei bravo riesci anche a pubblicare. Ti interessa semplicemente vedere il tuo nome su un libro e hai soldi da spendere e non te ne frega niente di venire truffato? Ci sono le “case editrici” a pagamento. L'importante è sapere cosa si vuole e a cosa si va incontro, come in tutte le cose della vita. In generale in Italia la situazione mi pare abbastanza tragica, soprattutto per la narrativa fantastica. È poco considerata dagli editori, più ancora che poco letta. Figuriamoci poi un esordiente che scrive racconti fantastici. Ciascuna delle tre condizioni (esordiente-racconto-fantastico) presa da sola è già di per se stessa un handicap agli occhi di un editore. Per questo genere di scrittore la cosa migliore potrebbe essere farsi tradurre e provare all’estero. Francia e Paesi anglosassoni danno maggiore spazio a questo genere e agli esordienti in generale, senza contare che propongono un pubblico molto più vasto ed attento. Non è bello da dire, però purtroppo è così.

I LIBRI DI MAURIZIO COMETTO